Month: maggio 2017

Riscoprire Franco Russoli. Incontro con James Bradburne

Giovedì 8 giugno, ore 18.00
A Casa Testori

“Nonostante fosse originario di Firenze, Russoli si stabilisce infatti a Milano nel 1950, e qui, fino alla morte, avvenuta nel ’77, è sempre al centro di tutte le più importanti operazioni di rilancio dei musei cittadini. In una Milano devastata dai bombardamenti della guerra, è al fianco di Fernanda Wittgens per la ricostruzione, “come era e dove era”, del Poldi Pezzoli, segue da vicino (e senza lesinare critiche) l’“orchestrazione romantica”, estremamente razionale, del nuovo allestimento del Museo del Castello Sforzesco, e dal 1957 è direttore della Pinacoteca di Brera. Grande capacità organizzativa, chiarezza e lucidità mentale: sono le armi con le quali si mostra capace di apportare innovative rivoluzioni nella concezione museografica dell’antico museo cittadino, sempre attento a non snaturarne l’identità. Il suo progetto conosciuto come “Grande Brera” significava un museo aperto, che si confrontava con la realtà coinvolgendo il pubblico di fasce sociali e interessi culturali diversi.
Oggi la casa editrice Skira pubblica Senza utopia non si fa la realtà. Scritti sul museo (1952-1977) di Russoli, in cui si concentrano le riflessioni e i risultati di oltre vent’anni del suo lavoro.”

Stefano Bruzzese, Artspecialday

Ne parliamo con Erica Bernardi, curatrice del volume, alla quale è stato affidato l’archivio dello studioso e con James M. Bradburne direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense, l’unico che ha compreso la portata rivoluzionaria del progetto della “Grande Brera” e che pare determinato a portarlo a compimento.

Unknown

Un multiplo di Kaufmann per sostenere Casa Testori

“«Io l’ho visto!» recitava il titolo di un’opera di Goya nella serie dei Disastri della guerra. Fu il maestro spagnolo a scagliarsi per primo contro i soprusi e la corruzione dilagante nella Spagna di inizio Ottocento. Un padre nobile dell’arte impegnata. Non a caso l’artista Massimo Kaufmann prende oggi come modello le sue incisioni per darne una versione contemporanea. Le sagome dei personaggi viziosi e guasti sono riprodotte battendo a macchina lettere ossessive, come spettri di corpi sbriciolati dal malcostume. Nella sala del camino di Casa Testori quest’opera sferra un pugno nello stomaco a chi, giunto a metà percorso, non avesse ancora capito il concetto: l’arte ha un ruolo sociale e può fustigare ogni forma di potere.”

Chiara Gatti, La Repubblica

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L’opera di Massimo Kaufmann ispirata ai Capricci di Goya è una delle opere simbolo della mostra “arte CONTRO la corruzione”. Con gesto generoso Kaufmann ha tirato 50 copie dell’opera in forma di manifesto, numerate e firmate. Il ricavato della vendita va a sostegno di Casa Testori.
Il multiplo viene venduto a 50 euro.
È un’occasione straordinaria per acquisire un’opera simbolicamente così significativa e insieme un modo di attivarsi rispetto a un progetto, arte CONTRO la corruzione, che sta suscitando molto interesse e che ha visto tanti artisti scendere in campo con grande convinzione e qualità.

Massimo Kaufmann, Nadie nos ha visto, 1996, disegno a macchina da scrivere

Recensione La Repubblica

Nella stanze di Casa Testori l’arte dà lezioni di moralità

CHIARA GATTI

«Io l’ho visto!» recitava il titolo di un’opera di Goya nella serie dei Disastri della guerra. Fu il maestro spagnolo a scagliarsi per primo contro i soprusi e la corruzione dilagante nella Spagna di inizio Ottocento. Un padre nobile dell’arte impegnata. Non a caso l’artista Massimo Kaufmann prende oggi come modello le sue incisioni per darne una versione contemporanea. Le sagome dei personaggi viziosi e guasti sono riprodotte battendo a macchina lettere ossessive, come spettri di corpi sbriciolati dal malcostume. Nella sala del camino di Casa Testori quest’opera sferra un pugno nello stomaco a chi, giunto a metà percorso, non avesse ancora capito il concetto: l’arte ha un ruolo sociale e può fustigare ogni forma di potere.

Ecco infatti, sulla parete di fronte, lo striscione di Marco Cingolani che urla Il dovere al potere, slogan ispirato al lessico dei cortei, che rivendica obblighi morali. Lì accanto, una falce di Stefano Arienti è conficcata nel muro con una furia che sfregia l’intonaco rosa di questa bella casa borghese. L’attrezzo contadino diventa metafora di una rivolta cresciuta dal basso.

Detto questo si capisce come la mostra “Arte contro la corruzione”, curata da Giuseppe Frangi e Davide Dall’Ombra, nata dopo un ciclo di incontri al Teatro Franco Parenti, sia studiata per fare riflettere tutti su un tema gigantesco: il senso civico della ricerca estetica invitata a documentare episodi di scottante attualità. Nel gruppo di 29 artisti internazionali, di alto livello, ci sono nomi di intellettuali engagé. Il cinese Zhang Bingjian ha commissionato a una squadra di pittori accademici 1600 ritratti di funzionari cinesi incriminati per corruzione. Regina Josè Galindo legge sullo schermo le dichiarazioni di donne vittime di violenze sotto il regime in Guatemala. Il collettivo ArtsLords dipinge murales sulle macerie di Kabul, risposta afghana al pacifismo dell’inglese Bansky. Fra i classici italiani non poteva mancare La costituzione cancellata di Emilio Isgrò, atto di accusa verso la mancata applicazione di articoli fondamentali per la nostra società civile. Mimmo Paladino, nel suo nodo di ferro, cela l’allegoria di un mondo distorto, mentre il duo di ceramisti Bertozzi & Casoni scolpisce un dittico di budelli idraulici corrotti dall’usura, richiamo iconico ai sette peccati capitali. Raccapricciante il video di Filippo Berta in cui tre lupi azzannano la bandiera italiana. La tachicardia si placa un poco davanti al dipinto di Dessì, Adamo ed Eva sedotti dalla mela; primo atto di corruzione nella storia dell’umanità.

La Repubblica_03.05