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Month: Aprile 2019

Arte a Piena Pagina

Domenica 7 aprile 2019 ore 11,30
Teatro Franco Parenti – Sala Cafè Rouge
Via Pier Lombardo, 14 – Milano

Lezione
L’ARTE A PIENA PAGINA
Gli scritti d’arte di Giovanni Testori:
da Gaudenzio Ferrari a Ennio Morlotti

A cura di Davide Dall’Ombra
Legge e interpreta Salvo Germano

Rivivono al Teatro Franco Parenti alcuni capitoli fondamentali dalle pagine d’arte di Giovanni Testori, in cui ben si riconosce la forza plastica di una scrittura che ha nell’occhio(come scrisse Anna Banti agli inizi della carriera dello scrittore lombardo) il suo uncino, il suo punto di cattura.
Con l’introduzione e la presentazione di Davide Dall’Ombra, Salvo Germano legge e interpreta, domenica 7 aprile alle 11,30, alcuni brani dedicati a Gaudenzio Ferrari (1475-1546), Giuseppe Ghislandi detto Fra’ Galgario(1655-1743) ed Ennio Morlotti (1910-1992).
Ci sono in Testori delle migrazioni fondamentali dalla storia dell’arte alla letteratura, a cominciare dal secolo della peste, il ‘600, che è il secolo della sua ispirazione.
Il contatto violento con l’arte figurativa ha determinato un condensato di esperienze formali, ma anche esistenziali, tali da divenire fonte primaria del suo modo di lavorare. 
Testori mescola le carte tra arte, letteratura e vita, e riesce a sentire l’impatto verso l’opera d’arte come questione di vita e di morte, come era solito dire il suo maestro Roberto Longhi

Prenotazioni:comitatodigestione@premiogiovannitestori.org 
Oppure telefonare o scrivere alla biglietteria del teatro: 
02 59995206 | biglietteria@teatrofrancoparenti.it

COME COSTRUIRE UNA DIREZIONE

Andrea Bianconi
A cura di Giuseppe Frangi
Casa Circondariale “Francesco Di Cataldo”
San Vittore, Milano
3 Aprile e 9 Maggio 2019

ANDREA BIANCONI A SAN VITTORE
Giuseppe Frangi

L’artista è presente: il segno distintivo di quella forma artistica che è la performance è innanzitutto questo. L’artista entra in gioco con il suo corpo per ritrovare un’intensità di rapporto con il mondo che lo circonda, che l’opera in sé sembra non riuscire più a garantire. La performance insomma è quella forma semplice ed estrema attraverso la quale l’artista dice al mondo: “io ci sono”. Il senso di questo “esserci” è quello di essere sempre elemento destabilizzante, perché introduce altre logiche e altri punti di vista. Con la performance l’artista si mette in gioco, senza mediazioni; soprattutto è chiamato a prove di una sincerità radicale, che scuote e crea corti circuiti.
La sincerità è proprio una delle qualità che contraddistinguono Andrea Bianconi; un artista che gioca sempre allo scoperto anche quando lavora su medium tradizionali ma che trova nella performance il suo terreno d’espressione più congeniale. Di performance Bianconi, vicentino, nato nel 1974, ne ha fatte in ogni angolo del mondo, da Mosca a Shanghai, da Venezia a New York. Ogni volta realizza incursioni da vero corsaro, seguendo dei copioni imprevedibili, che divertono, a volte commuovono ma che prendono sempre in contropiede. Nelle performance Bianconi si trasforma ogni colta in un personaggio da fiaba, in un eroe puro e scapestrato che ci incanta con i suoi strani riti e i suoi bizzarri tormentoni.
Da tempo Andrea sognava di poter fare una performance in un luogo sensibile come il carcere. Credo che la ragione sia da trovare in un dato molto semplice: la performance per Bianconi è innanzitutto un’esperienza di libertà, perché è uno spazio di azione che non obbedisce ad una logica e tanto meno ad una regola. Uno spazio in cui l’artista non è chiamato alla resa dei conti con un “perché”. La libertà poi è garantita dal fatto che la performance è una volta per sempre; una volta accaduta si smaterializza e vive solo nella documentazione di ciò che è accaduto. Questo significa che non c’è un oggetto da vendere e quindi la performance è anche libera dalle regole imposte dal mercato. Portare quindi un’esperienza di così profonda libertà in un luogo come il Panopticon da cui si dipartono i raggi di San Vittore, com’è facile intuire è un fatto significativo in sé. È una verifica portata in prima persona della libertà come fattore irriducibile della natura umana. Bianconi poi aggiunge altri elementi che rafforzano questa dimensione. Ci sono le gabbie attorno alle quali la performance avviene: di per sé sono un simbolo oppressivo. La gabbia è evidentemente emblema di una condizione di reclusione e anche sintomo di una fragilità esistenziale. La gabbia da una parte ci separa al mondo, ma dall’altra anche ci protegge dal mondo. Bianconi con il suo intervento produce un corto circuito e rimette in discussione queste istintive certezze. Le sue gabbie che volano appese nello spazio, con gli sportelli regolarmente aperti, non solo vengono svuotate di tutto il loro portato di negatività, ma sono chiamate a partecipare ad un rituale imprevisto e bizzarro, che le trasforma in creature allegramente fuori posto e fuori funzione. Tant’è vero che al centro del Panopticon, sul podio dove la domenica sta il sacerdote per la messa, Bianconi ha voluto posizionare una scultura che altro non è che una gabbia sventrata e “aperta” come se si fosse trasformata nella corolla di un fiore. La gabbia, sotto l’azione del mago Bianconi, cambia in ogni senso la propria natura. La performance così, con i suoi tormentoni verbali, diventa la festa, il rito di ringraziamento per questa trasfigurazione.
L’altro motivo che contraddistingue la presenza di Bianconi a San Vittore è perfettamente connesso con quanto sin qui abbiamo descritto. La freccia è segno tautologico: non occorre assegnarle un significato. Il senso della freccia è tutto racchiuso nei semplici tratti che la costituiscono e che esprimono un andare, un muoversi, un uscire. La freccia è l’antitesi dello status quo. È un istinto che guarda oltre. È espressione franca di un’aspettativa. È voglia di cambiamento. È tentativo di darsi una direzione. Le frecce di Bianconi, che punteggiano le pareti colorate di Marco Casentini, nel corridoio d’ingresso, portano con sé tutti questi possibili messaggi.
La presenza di Andrea Bianconi a San Vittore è frutto di un progetto messo a punto con Casa Testori. È cosa che mi pare importante sottolineare perché in questo modo si rinnova una sensibilità che aveva contraddistinto Giovanni Testori, come persone e come intellettuale. Più volte Testori era venuto a San Vittore e aveva sollecitato un’attenzione diversa da parte della città. Essere qui, portando un gesto artistico che parla di libertà e di desiderio di cambiamento, è un modo per rinnovare quella sua convinzione che la cultura per essere vera deve sempre mischiarsi con la vita.

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LA PERFORMANCE

Come costruire una direzione, elaborata da Andrea Bianconi con la produzione di Casa Testori, è una performance messa in scena durante l’ArtWeek milanese del 2019 nel carcere di San Vittore, all’interno del celebre Panopticon da cui si dipartono i sei raggi della struttura penitenziaria milanese. 
Andrea Bianconi ha allestito 24 gabbie – uno dei simboli della poetica dell’artista – che sono state posizionate davanti ai cancelli dei sei raggi. Le gabbie, ovviamente, sono un riflesso speculare della condizione carceraria, ma l’azione di Bianconi ha voluto ribaltarne il segno e dare loro un connotato liberatorio: erano le gabbie dei nostri desideri, le cui porte sono dunque sempre aperte. 
Sul podio centrale del Panopticon, dove la domenica si celebra la Santa Messa, Bianconi aveva posizionato una grande scultura realizzata per l’occasione: una gabbia le cui pareti sono state aperte quasi a formare un fiore e, simbolicamente, le ali, altro simbolo dell’arte di Bianconi. Alla performance ha partecipato la compagnia del CETEC Dentro/Fuori San Vittore, di cui fanno parte alcune detenute. Con loro Bianconi ha intonato un motivo incalzante, ossessivo e insieme utopico, ripetendo centinaia di volte le parole “Fantastic Planet” seguendo uno spartito stabilito dall’artista. “Fantastic Planet”, perché, come l’artista spiega, è figlio dell’immaginazione di ciascuno. E l’immaginazione è un fattore intrinsecamente libero, non “carcerabile”. 

Quella a San Vittore è stata una performance profondamente vissuta dall’artista perché – diversamente da quanto accaduto in precedenza – non era da solo. Al suo fianco 10 detenute, attrici speciali che hanno canato e ripetuto con lui, in modo quasi ossessivo, il claim “Fantastic Planet”, perché ogni persona può sempre immaginare il suo mondo fantastico. 

Se la gabbia è il luogo di un desiderio da liberare, la freccia diventa il simbolo di questo desiderio che prende il volo. Per questo la performance si è conclusa con il canto di una filastrocca scritta da Bianconi sul motivo di una popolare canzone per bambini e intitolata proprio La Freccia. La filastrocca è stata prima cantata dall’artista, da solo, poi ripetuta insieme alle detenute.

«Sono entusiasta di fare questa esperienza, San Vittore è un luogo particolare, delicato e la mia performance vuole affermare il messaggio che per tutti c’è una possibilità, una prospettiva, un varco attraverso il quale liberare i desideri» ha affermato Andrea Bianconi.

«L’arte portata dentro le mura di un carcere può essere esperienza di grande valore, se, attraverso la bellezza e l’imprevedibilità delle proposte, riesce a stimolare percorsi positivi di consapevolezza e di cambiamento». Queste le parole di Giacinto Siciliano, direttore del carcere di San Vittore, che racchiudono il senso profondo della performance alla quale, non a caso, Andrea Bianconi ha voluto dare il titolo quasi programmatico di Come costruire una direzione.

Il progetto includeva anche una mostra di 50 disegni esposti per un mese nel lungo corridoio che porta alla rotonda del Panopticon, aventi come motivo dominante proprio la freccia. 
La freccia, nella grammatica di Bianconi, è una sorta di felice ossessione, che dà forma all’insopprimibile bisogno di desiderare. La freccia è energia liberante, ma è anche direzione: quindi indica un percorso possibile, che è unico e irripetibile per ciascuno, un segno positivo portato dentro un ambiente segnato per sua natura da dinamiche opposte. Ma come spiega Bianconi «l’arte ha in sé sempre un’apertura al futuro anche quando veicola messaggi drammatici. Per quello che mi concerne, il titolo della mostra dà un’indicazione chiara, che sento istintivamente mia: tendo a guardare al bene e non al male. Per me l’arte è un fatto di coraggio che stimola altro coraggio nelle persone».

Rassegna Stampa
web:
“La Repubblica”
“La Stampa”

Cartacea

EMILIO ISGRÒ. I 35 LIBRI DEI PROMESSI SPOSI CANCELLATI

Emilio Isgrò
A cura di Davide Dall’Ombra
Castello Gamba – Museo d’arte moderna e contemporanea
Châtillon, Valle d’Aosta
6 Aprile – 16 Giugno 2019

EMILIO ISGRÒ. I 35 LIBRI DEI PROMESSI SPOSI CANCELLATI
Davide Dall’Ombra

«Cancellandola, mi sono accorto di come la scrittura manzoniana sia quanto di più potente e sorgivo abbia offerto la nostra letteratura dopo Dante. Giacché in Manzoni anche la cultura si fa natura».

Al centro dell’esposizione è posta l’opera più imponente realizzata da Emilio Isgrò: i 35 libri cancellati dedicati alle pagine più celebri de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. I Promessi Sposi cancellati per venticinque lettori e dieci appestati è un’opera realizzata nel 2016 appositamente per essere esposta a Casa Manzoni, a Milano. È qui presentata, non solo per la sua imponente bellezza e perché esemplificativa della poetica dell’artista e delle sue celebri cancellature, ma perché utile a comprendere la portata creativa che ha avuto nell’artista l’intuizione sulla centralità della parola, ben espressa nell’opera di Isgrò conservata al Castello Gamba e visibile nel percorso del Museo.
L’opera è composta da 35 copie del romanzo, aperte su pagine emblematiche, e presentate in altrettante teche di plexiglass. I volumi utilizzati sono la ristampa anastatica della prima edizione del romanzo nella sua versione definitiva (la cosiddetta Quarantana), edizione che Manzoni aveva fatto illustrare da Alessandro Gonin, fornendogli precise indicazioni. Isgrò, artista siciliano trapiantato a Milano, è intervenuto sulle 70 pagine con un’operazione a lui consueta: ha cancellato quasi tutto il testo con inchiostro nero o tempera bianca, facendo sopravvivere solo alcune parole chiave, perché salvate o lasciate emergere dalla trasparenza del segno. Sono proprio queste parole salvate a ricreare un nuovo testo o, meglio, a darci una sintetica e poetica chiave di lettura del passaggio scelto. Quello che sembrerebbe oltraggio si scopre così un atto d’amore.
L’intervento di Isgrò ci fa precipitare nel cuore del testo e ci fa capire la grandezza della scrittura manzoniana.
È così che, quando il silenzio si fa necessario, nulla si può dire, o aggiungere di nuovo, rimangono solo le virgole, a segnare il passaggio del tempo e a rassicurarci che qualcosa di indescrivibile sta accadendo. Più spesso si salvano poche parole sufficienti ad evocare l’intero capitolo, come la conversione dell’Innominato: “dio, lo, Dio”. Talvolta l’intervento è più pittorico: è così che compaiono le due anime della Monaca di Monza, contemporaneamente bianca e nera. Del resto, la bellezza pittorica delle pagine ricreate non viene mai meno ed è una componente essenziale dell’armonia che trasmette l’opera. Le cancellature danno un ritmo musicale alle pagine e l’alternanza dei bianchi e dei neri è poetica in sé.
Ma sono certamente le parole di Manzoni, sfrondate e levigate come pietre piccole e preziose, a brillare tra i solchi creati dall’artista, restituendoci la potenza evocativa maggiore. Tre semplici “e”, superstiti nel vuoto della pagina, dilatano l’aspettativa di un lieto fine insita nel romanzo, mentre frasi completamente nuove, come quella nata dalle indicazioni di Fra Cristoforo, “direte barca rispondete amore”, sciolgono il confine tra scrittura e arti figurative.
Perché è in questa sinestesia tra i linguaggi che sta la grandezza di quest’opera. Il romanzo in generale e, come sottolineava Giovanni Testori, Manzoni in particolare, conduce il lettore, parola dopo parola, fino al culmine del sentimento, della commozione, rabbia o pietà che è in grado di suscitare, con i tempi della lingua e della narrazione.
L’opera d’arte accade, al contrario, in un istante, di fronte allo spettatore: è come se potessimo leggere in un sol colpo un intero romanzo, diceva Testori. Scrittura e arte figurativa hanno tempi lontanissimi di fruizione: l’una ci può far correre o passeggiare, l’altra ci costringe a un immediato tuffo olimpionico. Ecco, con le sue cancellature, Isgrò imprime alla letteratura i tempi vertiginosi dell’arte, permettendoci di cogliere l’essenza di un intero capitolo in un colpo d’occhio, ma, al contempo, con un’opera come questa, ci riporta, libro dopo libro, un personaggio o fotogramma via l’altro, ai tempi tipici della lettura, fatti di comprensione, apprezzamento, stupore e profonda immedesimazione.

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Isgrò al Castello Gamba-34
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LA MOSTRA

Una nuova mostra per un nuovo progetto di Casa Testori, voluti e sostenuti dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta. Un progetto che ha visto Casa Testori curare uno studio della collezione del Museo del Castello Gamba, il Museo che raccoglie la collezione del Novecento della Valle d’Aosta, individuando alcune opere e maestri capaci di fungere da perno per future iniziative di valorizzazione, affinché il Castello Gamba, guadagni definitivamente il posto che gli spetta, quale meta imprescindibile per i turisti dei Castelli in Valle d’Aosta e approdo prediletto dagli abitanti della Regione.
Il primo frutto di questa collaborazione è la mostra Emilio Isgrò. I 35 libri dei Promessi Sposi cancellati, che espone un’opera importante e articolata di uno dei più importanti artisti concettuali italiani, in dialogo con il suo dipinto conservato al Castello Gamba: Quel che è scritto (1991), presentato per l’occasione con nuove efficaci chiavi di lettura. È la quinta “puntata” della fortunata rassegna di mostre Détails, con cui Castello Gamba valorizza il proprio patrimonio, ponendo l’attenzione del pubblico su uno degli autori presenti in collezione. 

Scarica qui la guidina della mostra