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La pagina ritrovata della “Gilda”


di Nicolò Rossi

Può capitare, nell’immutabile vita scritta di un libro, che si riaprano alternative. Può capitare che un libro si ricordi, come in sogno, delle possibilità che non ha avuto. Basta che riemerga un foglio da una prima stesura, stralciato dall’autore e mai arrivato in stampa. Lo scopriamo ora, nell’archivio depositato a Casa Testori, e riporta un diverso sviluppo per il racconto della Gilda del Mac Mahon, Sì, ma la Masiero…. Accade così che mentre Dino raccoglie i frantumi delle amate fotografie strappategli dalla cattiveria del Luciano, verso il giardino di via Spagnoletto, arrivi un taxi. E che, dal taxi, scenda proprio lei, la Masiero! Lui la vede, non visto, salire in casa; e immagina che lei, ora, si svesta… La Masiero, nel testo andato in stampa, «non era arrivata». A Dino era rimasta la beffa, e «tutto, per quella sera, fu chiuso». Fino ad oggi.

Mater Strangosciàs, la Pasqua come un’alba

di Sandro Lombardi

La Maria di Nazareth di Mater Strangosciàs si presentava in scena su una sedia da cucina dichiarando la sua umiltà e scusandosi d’essere “del recitar poco praticata”. Il passaggio tra Erodiàs e Mater Strangosciàs, che avevamo portato in scena in un unico spettacolo, è segnato dalla specularità di due modi diversi d’amare: è la disperazione che si fa speranza, la morte che si fa resurrezione. Certo, nel cuore delle due donne impera un amore così grande e totalizzante da rendere impossibile qualsiasi forma di appagamento. Erodiàs non riesce a compiere il doloroso e impervio passaggio a una diversa visione del sentimento di cui è simbolo la disponibilità di Maria, che tocca una commovente umiltà di eloquio per mezzo di una lingua che si spinge a esprimere perfino complesse concezioni teologiche. 
Quando, verso la fine del suo lamento, Maria invoca l’angelo perché torni a visitarla e a portarle un po’ di calma e consolazione, questi le dice che «dal dolor più desperado… può surgere un senso, o anca insolamente, ‘me vorevi una sensada…». Sta forse qui la verità dei Tre Lai. Come nella “Ricerca” proustiana o nella “Commedia” dantesca, il viaggio in tempi e in luoghi perduti, e il lavorio dedicato ad una definizione psicologica e a una teoria dell’amore, spingono ancor più lontano: alla ricerca, appunto, del senso stesso, nella vita umana, dell’amore e del dolore. Così dopo l’ora «tramontaria e funerizia», barbara e tragica della Cleopatràs, Erodiàs mi parve un dramma notturno e Mater Strangosciàs una “aubade”, quel tempo muto e sospeso d’attesa dell’alba che gli spagnoli chiamano “madrugada”. 

Te penset verament, / o me sul / e me turment, / che sia no tutta ‘na gran bala / ‘na trumbada, / un culp de vent / disèmel su ammò: / una ciavada? / No, / no, / mia mater cara / o forse, sì. / Me stesso / mo’ me dobbio de più ammò / pei verba megliamente, ecco, sentire / mentre che dalla bocca sua / stanno per sortire. / A dila inscì, / o mater / – fa el mio gran figlio / redotto ‘me vedete ad un lenzuolo / sanguinanto de giaciglio – / a dila inscì / la par ‘me insugnada, / ma la vita / – nissuno mei de mi / l’ha forse comprendata – / la vita, sì, / l’è ‘na ciavada, / te vedet ben / ‘me la mia / la s’è tutta inscì increpada; / ciavada, sì, / o mater; / ciavada, sì, / o gent; / ma, propri / cunt del diu et om / la ‘sassinada, / la s’è, eccuta, vultada, / intrega la s’è ella illuminada, / da restà semper, sì, / ciavada, / ma resurrezionada. / Plus la ciavada / intrega de dulur l’è fada / et plus la resurrezziun / l’è tutta innamurada. / E cusa l’è infin / e in poera muneda / ‘sta gran trasfurmaziùn? / Me stessa provo a pitturarlo, / io me e ben de sola / perché l’è quest / che cunt la crapa / del to cusin in man / l’Erodiàssa destruttata dai affan / la speccia de savé… / L’è cume un vìssi / – e fermum se me sbagli – / che el Diu, / lu, propri lu, / l’ha mettù / dedent de la magna creazion; / l’è un vìssi, un vermeno, / un virùs: / quel de vurè durà ‘me lu / in dell’eternità di stel, / di nigur / et anca, eccu, del su, / benché, dopo la scendera e la brina / dei cimiteri giò, in la cantina / el tut el pararès / pussibil no. / El gh’è ‘sto virus, / o cara gent de tutta la platea, / et anca te, Cleopatrassa / suichida d’esser lassa / del potere, / anche in dei bulbi al ghè / de lur, i ciclam, / el gh’è anca in di verz, / in di pes, in di vulp / e in la castegna; / el gh’è anca in di luf, / nei legur su, della Civenna, / e in di ursi di furèst / del gran Sempiun. / L’è ‘me ‘na forza, / ben plus de quella elettriga, / che, quand el mument giust / el riva, / d’un bot da sé e in sé / intrega la se pizza / senza bisogno de meccanica perizia / e tut l’immano nient / urbis et orbis / devien, ecco, ‘me luminaria natalizia. / L’è / – fam truà su, / o me sudari, / el verbum justum / et, come podo, esplicativo… / L’è, eccuta, / la cecità che riva, / el sé de sé a luminare / e splendorare. / L’è un’ansia, / l’è un s-ciuppun, / l’è, eccuta, un magun / dedenter de la palta / cont la de cui / ‘me tanti Adami / el Diu ci ha costruttati / con le mani; / l’è la strada de dulur / e d’agonia / per rivà / ti a cà tua, / mi a cà mia; / l’è la granda del pater / nostalgia; / l’è la superbia, / tutta sburlandada, / la carità in persona / e personada; / l’è tut e el nient: / l’è la carezza / – disemel cunt la zeta / per dar al tutto / el luch d’una squalche teologhia – / l’è la carezza / la plus clara / che quand dent in la cassa / gh’è pu de viv nigotta / la me fa diventà / ammò carna viventa / et, eccuta, pigotta. / Parli di resurreziun, / o me sudari, / o gent, / e de piang / invece de gioir / me vegn in ment…

Lunedì di Casa Testori. Ep.19

Puntata 19, lunedì 29 marzo ore 21.15

È il dono il tema della puntata dei Lunedì di Casa Testori del prossimo 29 marzo. “Il Dono. Sulla vita e sulla morte” è il titolo della mostra organizzata da The Blank Contemporary Art e Comune di Bergamo al Palazzo della Ragione della città lombarda. Sette artisti, invitati dal curatore Stefano Raimondi, indagano il tema del dono attraverso opere che in certi casi si trasformano in doni di cui gli spettatori possono appropriarsi (naturalmente quando la mostra riaprirà i battenti). Il dono poi è messo in relazione alle due grandi polarità che hanno segnato la vita nostra e di una città come Bergamo in particolare: la vita e la morte. Insieme a Stefano Raimondi saranno in diretta tre degli artisti: Matilde CassaniAndrea Mastrovito e Namsal Siedlecki.

A seguire, sempre in tema di dono, Giulia Restifo racconterà il crowfunding lanciato dalla Casa degli Artisti di Milano, un’importante realtà con cui Casa Testori ha recentemente collaborato, per superare il momento di difficoltà determinato dalla pandemia.

La puntata si aprirà come di consueto con la lettura di una pagina di Testori con la voce di Federica Fracassi: sarà una pagina dedicata a Giacomo Ceruti, grande artista lombardo straordinariamente consonante con il tema della puntata.

Iaia Forte: «Erodiade, che visionaria»

Di Andrea Bisicchia

Nel 2006, Iaia Forte portò in scena, con la sua regia, “Erodiade”, la cui interpretazione fu ritenuta una grande prova d’attrice, grazie alla sua fisicità prorompente e alla sua potente naturalità espressiva, messa al servizio di una Erodiade molto carnale, quasi da divinità mitica. Abbiamo chiesto all’attrice, come avvenne il suo innamoramento per Testori. «Il mio primo rapporto avvenne in occasione della messinscena dell’”Ambleto”, compagnia Tiezzi-Lombardi, con cui si diede il via ad una diversa maniera di accostarsi allo scrivano di Novate. Io interpretavo due personaggi, quello di Gertrude e di Lofelia,  di matrice lombarda». 

Prosegue Iaia Forte: «Confesso che, all’inizio, credetti di trovarmi a disagio con la materia, tanto che andai a “ lezione” da Franco Loi perché ritenevo quel tipo di dialetto reinventato, non organico al mio. Non molto tempo dopo, ne capii la musicalità e, come musicista, avendo studiato violino, scoprii una lingua il cui ritmo aveva la capacità di coinvolgere l’attore, aldilà della sua provenienza regionale. Ricordo che il pubblico e la critica apprezzarono la mia Lofelia vestita da sposa mentre danzava prima di morire».

Oltre Gertrude e Lofelia, ha interpretato la monaca di Monza nei “ Promessi sposi alla prova”,  sempre con Lombardi-Tiezzi, oltre che Erodiade, con la sua regia, che Testori aveva costruito con una forte carica erotica.
«In Testori, l’eros non va inteso come seduzione, ma come pura carnalità. Le sue, sono donne disperate, ma vitali, tanto che mi hanno fatto pensare a Filumena Marturano di Eduardo che, proprio per la sua virilità, potrebbe essere accomunata a entrambe. Gertrude è più complessa, perché divisa tra la difficoltà  del suo ruolo e la tormentata relazione col capocomico. Erodiade è una regina barbara, con un erotismo esplicito, dalla dimensione psichico-visionaria».

In fondo si tratta di una donna non accettata, ferita nell’orgoglio e, pertanto, gelosa, benchè Giovanni non avesse scelto di amare un’altra donna, ma di amare Cristo.
«Tutto vero, c’è da dire, però, che l’nnamoramento carnale di Erodiade va inteso anche come ricerca di assoluto, l’amore per Giovanni le ha fatto scoprire il desiderio di dare un senso alla propia vita, fino a volerla trascendere. Decidendo di farlo uccidere, lei ha espresso un suo sistema di pensiero. Personalmente amo Erodiade proprio per la sua  visionarietà e amo Testori perché chiede all’attore un investimento assoluto che gli permette di entrare in una dimensione catartica».

Ha in mente di riprenderlo?
«Sicuramente lo rifarò questa estate a Roma, all’aperto, ai Giardini della Filarmonica, ma il mio vero sogno è poterlo portare al Franco Parenti che ritengo la sede ideale, perché lì è nato il Testori rivoluzionario, quello che sapeva coniugare, non solo l’alto e il basso della lingua, ma anche l’alto e il basso dei sentimenti e delle passioni».

(intervista pubblicata su Il Giornale, 29 marzo)

Il sogno canta su una corda sola

Performance di Andrea Bianconi
per l’inaugurazione di
‘CASA DELLE ARTI – SPAZIO ALDA MERINI’

Il 21 marzo è la Giornata Mondiale della Poesia e sempre il 21 marzo è il giorno di un’altra ricorrenza importante: il compleanno della poetessa Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931) che quest’anno avrebbe compiuto 90 anni. In virtù della felice ‘coincidenza’ nel primo giorno di primavera, si è scelto di dare avvio alla nuova gestione della Casa delle Arti – Spazio Alda Merini da parte dell’Associazione ‘Piccola Ape Furibonda’, ATS composta da Cetec, Ebano, Errante e Promise. 

Per celebrare questa occasione speciale, domenica 21 marzo 2021 alle 10.30 sulla pagina Facebook e Instagram di Spazio Alda Merini sarà trasmesso il video della performance “Il sogno canta su una corda sola” di Andrea Bianconi, realizzata dall’artista su invito del Cetec e su progetto di Casa Testori, con la collaborazione artistica di Donatella Massimilla

(Le riprese della performance sono state girate prima dell’entrata in vigore del Decreto-Legge 13 marzo 2021, n. 30)

Lungo un percorso simbolico sui Navigli di Milano, che va dal “Ponte Alda Merini” a via Magolfa 32 – sede della Casa delle Arti – Spazio Alda Merini21 diverse voci di donne – artiste, attrici, ex detenute, cittadine – hanno dato vita a una performance libera e “on the road”, declamando i versi della poesia creata da Andrea Bianconi attraverso 90 titoli di 90 poesie di Alda Merini scelte da Bianconi per celebrare i 90 della poetessa. 

Le parole si sono propagate nello spazio grazie alla ‘corda’ di un lunghissimo telefono senza fili, un’opera site specific ideata da Andrea Bianconi, che ha dato vita a un passaparola di versi unendo donne con vissuti e storie differenti. A raccogliere la corda, davanti alla porta della ‘Casa delle Arti – Spazio Alda Merini’, accompagnati dalla fisarmonica del musicista Gianpietro Marazza,Donatella Massimilla, Gilberta Crispino e Andrea Bianconi che, su una grande tela bianca disposta sul muro della Casa delle Arti, ha realizzato un’opera scrivendo a mano i 90 titoli di poesie di Alda Merini, opera poi donata dall’artista alla ‘Piccola Ape Furibonda’ per la Casa Museo di Alda Merini

«Donne per ridare voce e memoria non solo alla Poetessa, ma anche a tutte le persone amate, perdute e mai dimenticate, voci che aiutano a ritrovare se stesse. Nostalgie e desideri, versi poetici come semi di rinascita, ora più che mai, in cui avvertiamo la forte mancanza di teatro, arte, cultura e bellezza», dichiara Donatella Massimilla.

«Casa Testori ha accolto con grande interesse l’invito arrivato dal Cetec: grazie alla performance di Andrea Bianconi, artista con il quale abbiamo lavorato per tante iniziative di arte pubblica, si uniscono così due personaggi che hanno lasciato un profondo segno poetico sulla città in cui hanno vissuto, Alda Merini e Giovanni Testori», sottolinea Giuseppe Frangi, Vicepresidente Casa Testori.

L’arte della «bambina Merini», come amava chiamarla Pier Paolo Pasolini, muove i primi passi sul ponte a lei dedicato con le artiste del Cetec Elena Pilan, Mariangela Ginetti insieme ad altre attrici della compagnia di San Vittore e ad artiste vicine alla poetica del Cetec (da Claudia Casolaro a Ivna La Mart ed Elisa Munforte), a chi ha già interpretato pezzi di vita e poesie della Merini come Rossella Rapisardo fino a cittadine di differenti età e cultura. 

«Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta».

“IL SOGNO CANTA SU UNA CORDA SOLA” 
Performance per un telefono senza fili 
Andrea Bianconi – performer
Donatella Massimilla – collaborazione artistica
In collaborazione con Cetec e Casa Testori

Con la partecipazione di: Livia Abbatescianni, Giulia Angiolieri, Paola Brusa, Claudia Casolaro, Francesca Castelli, Gilberta Crispino, Elena D’Agnolo, Rossella De Pietri, Piera Durante, Noa Gabbai, Daniela Giaconi, Mariangela Ginetti, Linda Grittini, Ivna La Mart, Elisa Munforte, Anna Nicoli, Matilde Oggioni, Elena Pilan, Rossella Rapisarda, Karin Rossi, Greta Tommesani.

Data: 21 marzo ore 10.30 in streaming sulle pagine Facebook e Instagram di Spazio Alda Merini
@spazioaldamerini

Marzo 1993. Per Bacon l’ultimo articolo di Testori

Sono numerose le sorprese che riserva l’inventariazione dell’archivio depositato presso Casa Testori. Decine di inediti, centinaia di elaborazioni finora sconosciute di testi celebri, carte capitali per comprendere l’esperienza artistica e umana di Giovanni Testori…
Tra i documenti che davvero danno il «magone», sono comparsi tre fogli manoscritti. Redatti in stilografica blu, solcati da tante frecce che innestano al testo le aggiunte dislocate tra i fogli, vergati nella tipica, orrenda grafia testoriana. Sono le ultime pagine scritte e pubblicate da Giovanni Testori: il destino volle che, nove giorni dopo, la mattina di un 16 marzo come oggi, chiudesse gli occhi per sempre…
È un articolo. Uscì sul «Corriere della Sera» del 7 marzo 1993: 
Gli assalti del destino, la recensione alla mostra di Francis Bacon a Lugano, che riproponiamo qui di seguito. Sono pensieri dominati da un sentimento di serenità, quasi composto. Al tratto, l’attacco tradisce un brivido, per ricomporsi nel volgere della riga: «La grande novità di questa bellissima rassegna, la prima realizzata dopo la morte dell’artista»… Al fondo del testo c’è solo la sigla, GT. Il consueto sigillo al testo finito qui si disarticola e scioglie, si fa simile a una stella, come potrebbe disegnarla un bambino. Quella stella sfilacciata sembra un sigillo sulla sua vita. 
Della vita e dell’arte di Testori rimane tanto, nell’archivio di Casa Testori. Un garbuglio che, dagli anni della giovinezza, conduce a questi fogli estremi. Dove finalmente regna, «quietata», la pace. A tanti percorsi, a tante scoperte apre (e aprirà) lo studio di queste carte.

Gli assalti del destino
Corriere della Sera, 7 marzo 1993

La grande novità di questa bellissima rassegna, la prima realizzata dopo la morte dell’artista, ci coglie proprio lì, ad apertura. Contrariamente a come ci si era abituati, non è con un povero lacerto umano, né con una bocca ferita o spalancata in un urlo o in un vomito di sangue, e neppure con uno dei celeberrimi intrichi di siringhe, che essa si apre; bensì con un gruppo di 4 dipinti duramente decorativi e decoranti; uno dei quali si presenta addirittura con la forma e la pratica utilità di un paravento da salotto (1929-1930). La situazione figurativa di queste opere non risulta in nulla amabile, giocata com’è su un anonimo internazionalismo cubista che rivolga sguardi molto prodighi a figure come Ozanfant. 
Così, sostiamo davanti a queste opere per cercare di comprendere la ragione critica della loro presenza; quando, di colpo, nel dipinto successivo (1933), l’estraneità decorante viene spezzata appunto perché vengono spezzati gli elementi stessi che la sostenevano; infatti dalle strutture di quest’opera, prende a uscire una forma verdastra, metà vegetale e metà animale. Ed ecco, ogni quiete della bella villa lacustre si rompe. 
Il pittore, insomma, ha finalmente schiacciato il gran pedale della propria poesia di disperazione, di gloria e di morte. Tuttavia proprio così facendo la fredda e fin ostile struttura delle opere precedenti rimane come un punto che pare destinato a farsi insieme elemento di struttura portante e nello stesso momento elemento e luogo d’orgasmo, di sadismo e di tortura; quasi fosse il pilastro, o i pilastri, cui legare e slegare di continuo le povere figure umane, gettandole l’una contro l’altra, ora facendole rimbalzare come in un abbruttito gioco erotico, ora in uno sconcio gioco di rimbalzi. 
In tal modo, pian piano, noi vedremo quegli elementi astratti delle opere iniziali diventare sedie, lettini ospedalieri, divani, porte, water, bidè, lavabi, frammenti di scale; diventare l’armamentario sacro e dissacranti di quell’immane operazione sulla vita e sulla chirurgia esistenziale in cui andrà via via crescendo, come in un inno lamentoso, la poesia ottenebrata e, insieme, lucidissima di Bacon. 
Tutto sembra chiarirsi, a furia di assalti senza pace e, lì per lì, senza destino; ma noi non riusciremo mai a comprendere come lui, il grande Bacon, riesca a mescolare, attivamente, l’inferno a una sorta di regno di antichi imperi, di antiche porpore e di antiche glorie. 
M’è già accaduto di scrivere più volte, ma pochi anni e, ora, quell’immane atto di distacco e di allontanamento che è la morte, sono stati sufficienti per trasformare “il genio che non sapeva dipingere” (distinzione, questa, cui Bacon stesso per non poco tempo ebbe a soggiacere) in uno dei più prestigiosi maestri della bellezza planante del secolo; e sia pur d’una bellezza tesa sempre sui limiti della febbre e della perdizione. 
L’arruffato e raggomitolato copista dei Papi, che amava mostrarsi incerto e quasi umiliato nel realizzare dentro i suoi spazi subito memorabili la figura umana, mentiva? Certo giocava la carta non di chi non sapesse come la sua luce e il suo inferno battessero più dalla parte delle glorie enfatizzate della Sistina o dei fiori, delle rose e dei glicini di Monet, di quanto non fossero in qualunque modo legati all’iconografia dell’Espressionismo. 
La seconda sorpresa dunque di questa mostra o, meglio, la totale riconferma ci è data dalla serenità, quasi dalla suprema atarassia cui, rivedendo il percorso del maestro, rivedendolo crescere su di sé, non più come un luogo di follia, bensì come un luogo di meditazione, ancorché terribile e rabbrividente, la grandezza del pittore inglese sembra destinarsi a farsi vieppiù esclamativa e solenne. 
Qua e là, anzi, essa arriva a una sorta di ultimativa tenerezza; di rapina umana che non ci saremmo mai attesi. Quanti dipinti del nostro secolo possono ambire a dare un’immagine così fatale e totale della giovinezza come quelli che compongono il trittico dedicato a John Edwards? 
Ricordo come se fosse accaduto ieri; nelle sale vuote del Tate di Londra dove di lì a poco si sarebbe aperta l’esposizione del 1985, il bellissimo giovane ritrattato, che tra l’altro fu l’ultimo amico del maestro, se ne stava lì di lato alle opere, con quel leggero impaccio che deve provare chi sente d’essere catturato dalle voci dell’eterno. Bacon lo guardava e sembrava, più che felice, quietato; una sorta di cosciente sorriso che aveva finalmente fatto cadere a pezzi il grifagno becco da corvo disperato di sempre. Fu l’ultima volta che lo vidi e gli parlai. 
Oggi, riguardando, a Lugano, quell’opera risento lo stesso struggimento d’una freddezza primaria che volle sembrare di morte, di strage e di tortura ed era, forse, fin dall’inizio un modo per perdersi nella salvezza e per salvarsi dalla perdizione. Un genio, solo un genio può portarci a queste soglie per mostrarci che, pur nell’immensità delle domande tragiche, si vuole estrema la leggerezza di lui, l’amore. Che sull’urlo o dall’urlo di Oreste può discendere anche la dolcezza, che so, d’un Lucien Létinois: “Il patinait merveilleusement”. 

Casa Testori online. Un ciclo su Edward Hopper

Hopper, un artista per questo nostro tempo

Da sabato 3 aprile tutti gli incontri saranno visibili sulla pagina YouTube di Casa Testori

Edward Hopper è uno degli artisti più amati e popolari del 900. Non solo, è l’artista in cui tutti ci siamo riconosciuti in questo lungo anno di pandemia: «Siamo tutti dentro un quadro di Hopper», aveva titolato un grande giornale americano. Le immagini di Hopper parlano a tutti senza bisogno di intermediazioni. Le sue sono opere cariche di infinite suggestioni, che stimolano chiunque le osservi a riflettere e a cercare chiavi di lettura a volte anche molto personali. Ma Hopper non è affatto un pittore “rifugio”, con il quale consolarsi. Hopper è un artista che accende moltissimi stimoli e che “mette al lavoro” chi lo guarda in profondità. È proprio questo l’obiettivo del percorso che Museo Diocesano e Casa Testori intraprendono a partire da martedì 9 marzo, con il sostegno di GiGroup invitando interlocutori non specialisti ad approfondire lo sguardo su alcuni capolavori dell’artista americano.

Questi gli appuntamenti
9 marzo, Luigino Bruni (economista, docente di Etica e cultura d’impresa alla Lumsa)
“Summertime” (1943): La donna sulla soglia, come una nuova Sarah

16 marzo, Andrea Dall’Asta (direttore del Centro San Fedele di Milano
“Camera sul mare” (1951): L’attimo che precede la rivelazione

23 marzo, Silvano Petrosino (filosofo, docente di Teoria delle comunicazioni in Univesrità Cattolica)
“Western Motel” (1957): Silenziosi, ma non affatto muti

30 marzo, Alessandro Zaccuri (scrittore, giornalista, inviato per le pagine cultura di Avvenire)
“Mattino a Cape Cod” (1950): Uno sguardo a ponte tra due mondi

Entra nella riunione in Zoom: ID riunione: 830 6149 9764 / Passcode: 126441
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Tutti gli incontri sono GRATUITI / Non è necessaria prenotazione Gli incontri si svolgono il martedì / Orario: ore 18.30 / Durata: 60 min. E’ previsto l’utilizzo della piattaforma ZOOM. Verrà pubblicato il link di accesso all’incontro sul sito www.chiostrisanteustorgio.it e inviato tramite la newsletter del Museo Diocesano. 

I lunedì di Casa Testori. Ep.15

– ore 21.05 – Federica Fracassi da questa settimana aprirà la puntata, proponendo ogni volta una pagina tratta dagli articoli d’arte di Giovanni Testori: si inizia con “Giacometti, il genio e la solitudine” (1991).

– ore 21.25 – Controcorrente: è il titolo del libro che Laura Cherubini, curatrice e docente a Brera, ha appena pubblicato. Al centro del libro “i grandi solitari dell’arte italiana”, da Boetti a Fabio Mauri. Sono tutti artisti che Cherubini ha conosciuto e frequentato di persona, per cui il libro è anche una storia di incontri che hanno segnato la sua traiettoria non solo critica ma anche umana. Ne parleremo con lei e con Marco Cingolani, artista, docente anche lui a Brera e promotore di una delle più interessanti iniziative didattiche ad Accademia chiusa, Aula 49.

 – ore 21.45 – A seguire la diretta dà spazio ai protagonisti di due eventi che Casa Testori ospita il 5 marzo: la performance di Daniele Gaggianesi “Interni Vicini”, un progetto poetico realizzato con un gruppo di over 60 di Novate Milanese e la personale di Francesco Tola, “Ma allora, perché mi ha fatto venire fin qui?”, curata da una delle realtà più interessanti del panorama milanese, Il Colorificio

Interni Vicini

Poema quotidiano al tempo del lockdown di Daniele Gaggianesi

Venerdì 5 marzo ore 21.00 su Facebook e Youtube

Venerdì 5 marzo alle ore 21.00 Casa Testori trasmetterà sui canali Facebook e Youtube una video-poesia come restituzione del progetto “Interni Vicini” di Daniele Gaggianesi, un progetto poetico partecipativo realizzato in collaborazione con Associazione Giovanni Testori nell’ambito di NovateCULT – la cultura è per tutti, promosso dalla Cooperativa Koinè grazie al contributo di Fondazione Cariplo.

Il progetto “Interni Vicini” avrebbe previsto una performance live dell’artista ad introduzione della mostra che sarebbe stata inaugurata proprio il 5 marzo, in cui i versi e gli scatti installati in una stanza sarebbero stati immersi in un paesaggio sonoro domestico, realizzato dalla sound artist Chiara Ryan Izzo. Purtroppo, le nuove disposizioni di chiusura degli spazi culturali non consentono l’apertura al pubblico: attraverso questo lavoro in video “Interni Vicini” sarà presentato su Facebook e Youtube in attesa della ricalendarizzazione della mostra e della performance live.

L’idea di “Interni Vicini” nasce dal desiderio di raccontare momenti di vita di questo assurdo quanto complicato anno. Il virus ha tentato di spazzare via un paio di generazioni, quelle dei nostri anziani, custodi della memoria del nostro passato recente. E non solo il virus, ma con il lockdown l’anonimato stesso è diventato contagioso e capillare, al punto che tutti noi, contagiati e non, reclusi nei nostri appartamenti, ne abbiamo fatto esperienza: siamo stati uno dei tanti volti affacciati a una delle tante finestre, a guardare la solita strada deserta, occhi che sbirciano dietro una mascherina, senza più una storia, un mestiere, una vita che ci ha segnato il viso. Occhi sbarrati dietro il bianco. Eppure, la vita, la memoria di noi, si annida da qualche parte, probabilmente dietro e dentro i nostri oggetti, quelle solite cose che restano poggiate sulle nostre mensole, sui nostri comodini, lavandini. Da qui l’idea di affidare a Daniele Gaggianesi, poeta e attore, il compito di scrivere una grande poesia di cose piccole piene di vita a partire da alcune fotografie inviategli da dieci novatesi over 60.

Ad ognuna di queste persone l’artista ha fatto lunghe interviste, dove potersi raccontare, garantendo il più totale anonimato. La volontà di documentare quanto avvenuto ha portato alla nascita di poesie che andranno a comporre la mostra accanto alle fotografie e saranno recitate nella performance dell’artista a Casa Testori: la lettura sarà accompagnata da una traccia audio-visiva delle fotografie che scorreranno accompagnate dal paesaggio sonoro di Chiara Ryan Izzo, che sarà da sottofondo anche per i visitatori della mostra. Il progetto ha previsto anche una campagna Instagram e Facebook sulla pagina dedicata @internivicini a partire dallo scorso 24 gennaio: ogni giorno viene pubblicata una coppia foto-poesia che scandisce una sorta di count-down al giorno della performance e dell’inaugurazione della mostra.

“Ma allora, perchè m’ha fatto venire qui?”

Di Francesco Tola
a cura de Il Colorificio, Milano
Casa Testori, Novate Milanese

Il collettivo curatoriale e spazio progetto Il Colorificio (composto da Michele Bertolino, Bernardo Follini, Giulia Gregnanin e Sebastiano Pala) in collaborazione con l’associazione culturale Casa Testori presenta il quinto capitolo de L’Ano Solare. A year-long programme on sex and self-display, programma espositivo, performativo e di ricerca su sessualità e pratiche collettive di autorappresentazione. Ma allora, perché m’ha fatto venir qui? si concentra sulla figura eclettica di Giovanni Testori (1923, Novate Milanese – 1993, Milano) e si articola attraverso due mostre personali, una di Francesco Tola (1992, Ozieri) negli spazi di Casa Testori, l’altra di Giovanni Testori a Il Colorificio. Il progetto propone di indagare il tema della sessualità nell’opera testoriana, a partire da materiali d’archivio, testi e disegni di sua produzione, individuando conflitti e discontinuità della sua riflessione in un contesto storico e religioso fortemente normativo. “Ma allora, perché m’ha fatto venir fin qui” è la domanda che il Lino rivolge a l’Eros chiedendo spiegazioni sul motivo dell’incontro al buio nei prati intorno alla cava, ne L’Arialda, opera teatrale di Testori censurata e ritirata dopo lo spettacolo a Milano nel 1961 «per turpitudine e trivialità» e per la storia di una coppia omosessuale. La frase diviene un espediente che permette di interrogare le identità e le rappresentazioni sessuali connesse a Testori, costruendo un processo di archeologia degli immaginari e rinegoziazione degli stessi alla luce delle esperienze del tempo presente.

A Casa Testori la mostra di Francesco Tola è costituita da nuove produzioni, concepite appositamente in relazione all’architettura dello spazio, mentre a Il Colorificio è presentata una selezione di disegni erotici di Giovanni Testori prodotti tra il 1973 e il 1974, all’interno di un allestimento immersivo. Nella piccola pubblicazi one sviluppata per l’occasione, oltre al testo di Il Colorificio, sarà presentato un contributo della ricercatrice Mariacarla Molè (1991, Ragusa) che, parallelamente a Francesco Tola, ha condotto un percorso di ricerca nell’archivio di Casa Testori.

IL COLORIFICIO*
6 marzo – 6 aprile

CASA TESTORI
5 marzo – 25 marzo

*Segnaliamo che entrambe le sedi (Casa Testori e Il Colorificio) al momento sono chiuse al pubblico a causa delle restrizioni regionali.