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Month: Settembre 2015

William Congdon, PIANURA

A cura di Davide Dall’Ombra e Francesco Gesti
Casa Testori
11 Ottobre 2015 – 14 Febbraio 2016

OREFICE DEL NOSTRO TEMPO
Giovanni Testori
Como, Marzo 1983

Credo che quanti abbiano visitato una mostra di Congdon saranno stati subito colpiti — e poi su questo, penso, avranno soprattutto meditato — da una verità globale, che fa come da basso continuo, da ron ron, a tutta la grande carriera di questo maestro. Ed è una verità di base esemplare, è la verità di base — o dovrebbe esserlo — di ogni uomo. In quanto ciò che emerge per primo, come una tenebrosa e luminosa realtà, è che William Congdon è sì cittadino americano, perché è nato in America, ma in realtà è cittadino del mondo. La sua storia avviene, si svolge non in una città, non in una nazione, non in una sola cultura, ma ha come suo proprio sangue — come sua propria pulsione, come sua propria avventura e destino — di visitare, conoscere, amare e, direi, di impattarsi ogni volta, di abbracciare ogni volta città, nazioni, culture diverse. Ogni volta l’incontro con una nazione, con una cultura, con una città, con un paese, con l’ansa di un golfo, con un pezzo di mare, ovvero con la sterminata dolcezza della pianura lombarda, ogni volta l’incontro ha un aspetto di una definitiva assunzione e, nello stesso tempo, di una definitiva caduta del pittore dentro la verità di questi diversi luoghi, di queste diverse culture, di queste diverse città, paesi, frammenti di mare, o di campagna. 
Non che Congdon cambi, Congdon resta sempre se stesso, naturalmente, nel procedere della sua avventura. Ma direi che il destino da cui è chiamato è quello di, ogni volta, stringersi, farsi mangiare, farsi stringere, con un rapporto che è quasi eucaristico (e magari un po’ cannibalesco, se vogliamo) con le realtà che di volta in volta la sua sete, il suo bisogno di conoscere città, nazioni, culture, paesi (quindi di conoscere la creazione, di conoscere la terra) lo spinge a incontrare. E allora si parte da New York per procedere in una sequela di immagini che non hanno paragone nella storia della pittura moderna. Alcuni pittori ci hanno dato immagini certo sorprendenti, memorabili, patetiche, gloriose, drammatiche di alcuni frammenti del mondo. Nessun pittore ci ha dato una catena, direi un’epopea, un poema, in cui le città più diverse del mondo abbiano trovato, come in lui, un cantore sconfitto e, dunque, vittorioso.

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LA MOSTRA

Pianura” è la mostra che nel 2016 Casa Testori ha dedicato al pittore William Congdon (1912-1998): artista internazionale dell’Action Painting amato da Giovanni Testori che, dalla New York degli amici Jackson Pollock e Mark Rothko, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, decide di radicarsi a sud di Milano e dedicare la sua ultima produzione al ritratto intimo di campi coltivati, risaie e frutti della terra lombarda.
La mostra, realizzata in collaborazione con The William Congdon Foundation, puntava a indagare il ventennio lombardo del maestro americano. I circa 50 dipinti e i 20 pastelli selezionati descrivevano una parabola di conoscenza sempre più intima e profonda del sud-ovest milanese, che costituisce l’apice del suo percorso.
Le stanze tematiche presentavano i diversi nuclei intorno ai quali si articola la sua produzione: riemergevano, in una chiave nuova, i nodi affrontati a fianco degli action painters, frutto di un’osservazione solo apparentemente stanziale. 
Dopo le New York degli anni Quaranta, i Sahara e Santorini degli anni Cinquanta, la ricerca da spaziale si fa temporale. Protagoniste diventano la potenza della terra, delle sue trasformazioni e la mutabilità inesauribile del ciclo stagionale, delle colture e dei fenomeni atmosferici. È così che i campi sono chiamati per nome e il passaggio del tempo è fissato con la spatola tra i lunghi i solchi della pittura a olio.
Ricostruita per l’occasione, una sorta di quadreria immaginifica immergeva il visitatore tra le visioni notturne del colore dei campi ubertosi, in una relazione intima, lirica, quando non mistica e simbolista, con la terra, l’orzo, la soia, il mais, i glicini e le violette.
Non si trattava tuttavia di visioni idilliache, perché lo sguardo di Congdon lo portava a sconvolgere l’orizzonte sui campi, che da una disposizione lineare che ricorda ancora le città, muta in un disassamento dei piani, quasi a seguire le trasformazioni telluriche dell’origine. Un tormento, anche materico, che si risolve e trova pace nelle straordinarie Nebbie che aprono la via ai monocromi, introducendo una profonda trasformazione nella percezione e rappresentazione dello spazio, del rapporto tra i suoi elementi strutturali (cielo, terra e orizzonte) secondo un’ottica sempre meno naturalistica.
Riemergevano così le meditazioni sull’opera di Braque e De Staël, ma soprattutto, i confronti e dialoghi pittorici intessuti in presa diretta con la Scuola di New York di Betty Parson e Peggy Guggenheim, che hanno portato opere di Congdon nei più importanti musei di New York e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.

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PROFESSIONE BOTANICO

A cura di Mami Azuma
In collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Milano
10 Ottobre – 8 Novembre 2015

Da un esperimento, la realizzazione della mappatura del giardino di Casa Testori, è nata l’idea della mostra Professione Botanico, una selezione di affascinanti erbari che hanno aiutato a conoscere meglio l’appassionante lavoro di chi “cataloga” la natura: il botanico.
Grazie all’esposizione i visitatori hanno avito modo di scoprire come questa figura professionale non si occupi unicamente dello studio teorico, fine a se stesso, di specie erbacee, arbustive e arboree, attraverso la raccolta, il riconoscimento e la conservazione degli esemplari, chiusi in un armadio. Ma bensì che le scoperte nell’ambito della botanica hanno delle ripercussioni nella vita di tutti i giorni. A tal proposito, il percorso della mostra apriva le porte alla sezione di Botanica del Museo di Storia Naturale di Milano, svelando alcune delle attività condotte quotidianamente nei laboratori e nei depositi. 

Le collaborazioni con istituti di ricerca universitari, enti territoriali, aziende sanitarie e centri ospedalieri costituiscono una fitta rete di scambi di informazioni ed esperienze che evidenziano l’utilità delle ricerche botaniche condotte negli anni.
Il tempestivo riconoscimento, al pronto soccorso, per esempio della foglia, del frutto, del seme o della radice ingerita, anche inavvertitamente, da un paziente consente al personale dei Centri Antiveleni di intervenire rapidamente con una terapia appropriata, mirata al tipo di sostanza tossica, potenzialmente mortale. In una certa misura si ha la convinzione che tutto ciò che è “naturale” non possa che far bene. Nulla di più falso, basti pensare alle gravissime intossicazioni provocate dai funghi.

Percorrere il territorio osservando la flora spontanea, unitamente al possesso di solide conoscenze botaniche, consente di monitorare costantemente l’ambiente e di segnalare con tempestività la comparsa di specie esotiche potenzialmente invasive che possono colonizzare, in pochi anni, il territorio, sostituendosi alla flora autoctona. L’introduzione di specie esotiche può essere del tutto accidentale, ma i danni in termini ecologici ed economici per l’estirpazione della specie indesiderata non sono da sottovalutare.

Non si vuole però togliere del tutto quell’aura di romanticismo che circonda l’attività del botanico. Infatti, l’eventualità di trovare delle specie nuove, anche ai giorni nostri e senza andare in qualche regione sperduta della Terra, esiste. Nel 1992 Enrico Banfi e Renato Ferlinghetti hanno infatti determinato l’esistenza di una nuova specie: la Primula Albenensis, presente sul Monte Alben nelle Prealpi Bergamasche. Banfi e Ferlinghetti così coronato il sogno di molti botanici.

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PROGETTO OSKAR

A cura di Arianna Beretta
In collaborazione con Circoloquadro
10 Ottobre – 8 Novembre 2015

Nell’arco di cinque mesi, CircoloquadroMARS e Lucie Fontaine, tre realtà indipendenti di ricerca nell’ambito dell’arte contemporanea, hanno avuto la possibilità di declinare liberamente il macro-tema della Botanica, scelto come filo conduttore per la stagione espositiva 2016 di Casa Testori, alternandosi in alcune delle stanze del piano terra.

Come un pomodoro può riqualificare un territorio. Un percorso delicato e coinvolgente proposto da Fabrizio Segaricci. Un progetto di arte relazionale. Una riflessione su come prendersi cura del territorio, stabilire relazioni sociali, creare un contatto umano fra le persone e il proprio luogo di appartenenza. 
Una passeggiata lungo le rive del lago Trasimeno, luogo da anni in bilico tra paesaggio e abbandono, induce l’artista a meditare sul tema dell’attraversamento: come l’uomo e il suo passaggio sono in grado di mutare il luogo che percorrono e rigenerarlo rispettandone natura, identità e storia? Attraverso immagini e video, l’artista raccontava l’esperienza documentando comportamenti e reazioni delle persone spontaneamente coinvolte.

Progetto Oskar nasce nel 2013 durante gli attraversamenti di Segaricci nei dintorni del Lago Trasimeno, luogo protagonista di molti dei lavori dell’artista umbro, che si rende conto, con grande dispiacere, che i luoghi della sua infanzia, quelli dei giochi con i compagni, sono ormai diventati piccole discariche. E allora, proprio come fanno i contadini che puliscono il terreno dalle erbacce e dagli arbusti per preparare la semina, Segaricci pulisce dall’immondizia una piccola striscia di terreno che dà sul Lago. Una volta preparata la terra, ecco il momento della semina. Decide di piantare Oskar, una piccola pianta di pomodori Perini, già coltivati in passato nell’area umbra.
E siccome la semina e, soprattutto, il raccolto dei frutti del terreno sono sempre stati un lavoro corale, Fabrizio Segaricci invita la popolazione locale a prendersene cura. Lo fa con il suo modo gentile e coinvolgente: parla con le persone in piazza, al bar, per strada. Semplicemente dice loro che ha piantato dei pomodori e che c’è bisogno di qualcuno che se ne prenda cura. L’artista realizza qui Osservatorio Oskar, una panca di legno che consente ai visitatori di fermarsi non solo ad osservare l’opera, ma anche a riprendere contatto con il luogo e con la terra cui appartengono.
Dopo uno scetticismo iniziale, iniziano le visite: le persone del luogo, incuriosite, vanno a vedere. Alcuni puliscono la zona dalle erbacce, molti danno prima l’acqua alle piante, poi il verderame, altri si preoccupano di legarle e, infine, piantano altri pomodori. Oskar diventa così un luogo in cui incontrarsi, chiacchierare e portare i bambini, che quasi non sanno dove crescono i pomodori che vedono al supermercato; i Magionesi riscoprono la bellezza di un brano della loro terra, creando una sorta di comunità concentrata in quel preciso luogo. Una semina che ha dato i suoi frutti, tanto che i pomodori vengono raccolti per farne dei barattoli di passata. Una semina che ha dato altri frutti perché Segaricci documenta l’intero processo attraverso fotografie e video, dando la possibilità  di “toccare con mano” quell’arte relazionale che funziona perché parte dalla gente, perché non viene imposta dall’alto come esperimento sociale o artistico. Un coinvolgimento della popolazione spontaneo, che segue un invito fatto tra una chiacchiera e l’altra, quasi sottovoce.

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ANNI ’80

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Hodicke
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Dai primi anni Ottanta Testori ebbe un ritorno alla pittura antica, che lo portò a collezionare pochi ma importanti dipinti che conservò fino agli ultimi anni nella sua camera da letto al secondo piano. Il pian terreno, ad eccezione di due dipinti di Gaudenzio Ferrari e Fra Galgario, era interamente occupato dalle opere di giovani pittori lanciati da Testori; tra loro i “Nuovi Ordinatori” e in particolare Klaus Mehrkens, Thomas Schindler ed Herman Albert e i “Nuovi Selvaggi”, primo fra tutti Rainer Fetting.

ANNI ’70

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cagnaccio
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Schad
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Negli anni Settanta la casa di famiglia si riempì principalmente con le opere di tre artisti contemporanei con i quali Testori ebbe un rapporto d’amicizia e che devono gran parte della loro fortuna ai suoi saggi critici: Josè Jardiel, Willy Varlin e Paolo Vallorz. Praticamente ogni parete venne spartita tra questi tre pittori di cui Testori possedette decine di quadri. Non mancavano tuttavia opere dei maestri del Novecento, alcuni dei quali allora praticamente sconosciuti in Italia, come Richard Gerstl, gli esponenti della Nuova Oggettività , Francis Gruber e Francis Bacon.

ANNI ’40 – ’60

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cerutimamma
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Cerutiragazza
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courbetonda
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Alla fine degli anni Quaranta alle pareti della casa erano appesi i quadri dipinti da Testori stesso. La giovane età  di Testori è solo uno dei fattori da considerare per capire perchè la collezione non aveva ancora preso il via. Motivo principale era il fatto che in quegli anni l’attività  principale di Testori non era ancora quella di critico ma quella di pittore. Bisognerà  aspettare, infatti, la fine del decennio perchè il momentaneo abbandono della pittura, la sua gravitazione attorno a Roberto Longhi e le prime mostre d’arte antica in Piemonte lo portino ad iniziare la sua atipica attività  di collezionista.

Nel corso degli anni Cinquanta arrivarono così capolavori di Francesco Cairo, Giovan Battista Moroni, Carlo Ceresa, Pier Francesco Guala, Cerano e Giacomo Ceruti… All’inizio degli anni Sessanta, le pareti libere del primo piano, nella parte di casa abitata dalla famiglia di Giovanni Testori, erano completamente coperte di quadri. Fu così che, nella sala da pranzo, su due pareti colme a più livelli, si fronteggiarono decine di dipinti attribuiti a Giacomo Ceruti e Gustave Courbet.