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Recensione La Repubblica

Nella stanze di Casa Testori l’arte dà lezioni di moralità

CHIARA GATTI

«Io l’ho visto!» recitava il titolo di un’opera di Goya nella serie dei Disastri della guerra. Fu il maestro spagnolo a scagliarsi per primo contro i soprusi e la corruzione dilagante nella Spagna di inizio Ottocento. Un padre nobile dell’arte impegnata. Non a caso l’artista Massimo Kaufmann prende oggi come modello le sue incisioni per darne una versione contemporanea. Le sagome dei personaggi viziosi e guasti sono riprodotte battendo a macchina lettere ossessive, come spettri di corpi sbriciolati dal malcostume. Nella sala del camino di Casa Testori quest’opera sferra un pugno nello stomaco a chi, giunto a metà percorso, non avesse ancora capito il concetto: l’arte ha un ruolo sociale e può fustigare ogni forma di potere.

Ecco infatti, sulla parete di fronte, lo striscione di Marco Cingolani che urla Il dovere al potere, slogan ispirato al lessico dei cortei, che rivendica obblighi morali. Lì accanto, una falce di Stefano Arienti è conficcata nel muro con una furia che sfregia l’intonaco rosa di questa bella casa borghese. L’attrezzo contadino diventa metafora di una rivolta cresciuta dal basso.

Detto questo si capisce come la mostra “Arte contro la corruzione”, curata da Giuseppe Frangi e Davide Dall’Ombra, nata dopo un ciclo di incontri al Teatro Franco Parenti, sia studiata per fare riflettere tutti su un tema gigantesco: il senso civico della ricerca estetica invitata a documentare episodi di scottante attualità. Nel gruppo di 29 artisti internazionali, di alto livello, ci sono nomi di intellettuali engagé. Il cinese Zhang Bingjian ha commissionato a una squadra di pittori accademici 1600 ritratti di funzionari cinesi incriminati per corruzione. Regina Josè Galindo legge sullo schermo le dichiarazioni di donne vittime di violenze sotto il regime in Guatemala. Il collettivo ArtsLords dipinge murales sulle macerie di Kabul, risposta afghana al pacifismo dell’inglese Bansky. Fra i classici italiani non poteva mancare La costituzione cancellata di Emilio Isgrò, atto di accusa verso la mancata applicazione di articoli fondamentali per la nostra società civile. Mimmo Paladino, nel suo nodo di ferro, cela l’allegoria di un mondo distorto, mentre il duo di ceramisti Bertozzi & Casoni scolpisce un dittico di budelli idraulici corrotti dall’usura, richiamo iconico ai sette peccati capitali. Raccapricciante il video di Filippo Berta in cui tre lupi azzannano la bandiera italiana. La tachicardia si placa un poco davanti al dipinto di Dessì, Adamo ed Eva sedotti dalla mela; primo atto di corruzione nella storia dell’umanità.

La Repubblica_03.05

Posted on: 4 Maggio 2017, by : admin