Pocket Pair

MERISTÀ

Fatima Bianchi e Ilaria Turba
A cura di Giulia Zorzi
Casa Testori
17 Ottobre 2020 – 26 Febbraio 2021

LA REALTÀ È UN PUNTO DI PARTENZA
Giulia Zorzi

Nella realizzazione di questo progetto espositivo mi sono misurata anzitutto con il luogo: una casa, non più abitata, svuotata nelle sale che questa mostra occupa. Mi sono mossa lungo una linea di relazione sottile tra spazio pubblico e storia privata, nella ricerca di un dialogo con gli ambienti, la storia della casa e delle persone che l’hanno vissuta negli anni. Inoltre, mi sono confrontata con gli interventi preesistenti di altri artisti che hanno lasciato tracce che si sono andate stratificando, modificando la fisionomia originale. 
Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto non ci sono precetti”, scrisse il padrone di casa Giovanni Testori. La realtà e l’immaginario delle proprie storie familiari e personali è ciò che Fatima Bianchi e Ilaria Turba rileggono in un gioco di trasformazione e magia, coinvolgendo l’osservatore e rendendo universale il ricordo privato. 
Nello spazio di Casa Testori il dialogo tra loro parte idealmente dai lati opposti della casa e ha la struttura di un brano musicale: i lati esterni sono le strofe principali, lo spazio delle scale è l’introduzione, le sale sono variazioni sul tema. 

[…]

[Il titolo] è una parola che ci siamo inventate. Ci ricordava un tessuto vivo, che cresce e si sviluppa. Da una storia, molte storie in una parola che voleva essere breve e suonare bene, come dovrebbe suonare una canzone. Meristà è il titolo della nostra canzone. 

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Meristà fa parte di Pocket Pair, un ciclo di mostre coordinato da Marta Cereda avviato da Casa Testori nel 2018. Il titolo del ciclo riprende un’espressione del gioco del poker che indica la situazione in cui un giocatore ha due carte, di uguale valore, e deve scommettere su di esse. Allo stesso modo, i curatori scommettono su talenti emergenti, due artiste/i dal pari valore, per dar vita a una bipersonale di elevata qualità, allestita al pian terreno di Casa Testori dove sono liberi di incontrarsi, anche all’interno delle singole stanze, di farsi visita, di dialogare da vicino.

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CHANG’E-4

Eemyun Kang e Alessandro Roma
A cura di Irene Biolchini
Casa Testori
23 giugno – 12 settembre 2020

CHANG’E-4
Irene Biolchini

Nel gennaio 2019 la missione cinese Chang’e-4 dava la notizia della prima foglia di cotone germogliata sulla luna. Le immagini scattate ritraggono una natura verdissima, solitaria, in mezzo all’oscurità dominante. La foglia prende vita in questo silenzio assoluto, nell’intimità di uno spazio confinato – il contenitore appoggiato al suolo lunare – in pieno contrasto con lo Spazio che la circonda. Una foglia-lingua stesa al suolo, destinata a morire perché la notte lunare, e le sue temperature in- compatibili con la vita del germoglio, la uccideranno dopo un solo giorno. 
Da anni la ricerca di Eemyun Kang ed Alessandro Roma si muove su questo crinale: nella riproduzione di una natura che non è solo quella esteriore, ma che è rifugio incerto, messa in discussione delle certezze. Non è quindi un caso che Eemyun Kang, descrivendo una delle sue serie più ambiziose e complesse, Fungal Land (iniziata nel 2006) dichiari: “Volevo che i bordi della tela non corrispondessero più con quelli della pittura così che lo spettatore possa viaggiare da un dipinto al successivo. Fungal Land può essere considerato come uno spazio visto durante stagioni diverse, durante diversi momenti del giorno, o da diversi punti di vista. Le pennellate si trasformano in funghi, acqua, aria o rimangono semplicemente le pennellate stesse all’interno del quadro”. L’incontro tra figurazione e astrazione si consuma sul crinale della pratica pittorica, il movimento della mano precede il senso e guida alla creazione di forme più o meno riconoscibili. Lo spettatore si trova davanti a forme più o meno note, che però sfuggono alla rappresentazione in senso stretto e si aprono a nuove possibili letture. Ritorna alla mente il lavoro di Alessandro Roma, da sempre affascinato da una natura che non è necessariamente accogliente e benigna, ma un terreno fatto di complessità, rispetto al quale il gesto dell’artista si imposta come una lotta tra interno ed esterno, tra strati e colore. Una pittura che supera il bordo e il limite, come nella sua serie di collages, che interrogano i pieni e i vuoti e che l’artista porta avanti in Form in transitions (del 2018) esposti in mostra: una serie di tessuti che si assiepano davanti ai nostri occhi, tramite i cui fori vediamo sgorgare segni che sono assenze, porzioni di cotone mangiate dalla candeggina con cui l’artista dipinge. 
La pittura si spinge oltre il margine della cornice, verso lo spettatore. Si dona nelle sue contraddizioni, in una dualità che, nel caso di Eemyun Kang, avvolge anche il soggetto: i funghi, sostanze commestibili e letali al tempo stesso. Descrivendo questo periodo della sua carriera, l’artista di origini coreane ricorda che dipingeva molte ore nel silenzio della notte, in uno stato di sospensione in cui lei sola – unica sveglia – poteva entrare nel territorio ambiguo della creazione di queste forme potenzialmente mortifere. Ascoltandola tornano alla mente le lunghe passeggiate di Alessandro Roma nella campagna lombarda, nelle risaie paludose contemplate nel silenzio dell’alba. Come se per entrambi la solitudine e il silenzio fossero un momento creativo inalienabile. Come se quelle solitudini, spesso vissute anche in città molto diverse da quella natale – un certo nomadismo accomuna le vite di entrambi – potessero essere il punto di partenza. 

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Chang’e-4 fa parte di Pocket Pair, un ciclo di mostre coordinato da Marta Cereda avviato da Casa Testorinel 2018. Il titolo del ciclo riprende un’espressione del gioco del poker che indica la situazione in cui un giocatore ha due carte, di uguale valore, e deve scommettere su di esse. Allo stesso modo, i curatori scommettono su talenti emergenti, due artiste/i dal pari valore, per dar vita a una bipersonale di elevata qualità, allestita al pian terreno di Casa Testori dove sono liberi di incontrarsi, anche all’interno delle singole stanze, di farsi visita, di dialogare da vicino.

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STANZA 8 – NELLO STUDIO

La stanza finale si apre su un grande lavoro di Samorì. È una crasi tra due dipinti di Simone Cantarini e Giorgio Vasari, raffiguranti una Resurrezione, nella parte bassa, e un’Immacolata Concezione, evocata nella parte alta, quella maggiormente compromessa e impressa dal processo creativo. La grande simmetria della corrosione è ottenuta, infatti, ripiegando la tela fresca su se stessa, lungo l’asse verticale, inserendo un ordine nel caos della macchia. Un elemento di materialità astratta nella forma, ma concreta nella genesi, si associa, accentuandola, all’immaterialità e concretezza degli episodi evocati. Matteo Fato presenta qui i suoi ultimilavori: sono florilegi cromatici di grande leggerezza e pregnanza insieme. In un processo di schedaturaanalogo alle tele monocrome della stanza precedente, queste tele hanno la funzione di riassumere la storia creativa dell’artista, ripercorrendone le linee tracciate nello spazio negli anni, e campionandone i colori. A posteriori, viene rievocato il processo creativo dell’opera, spesso già dichiarato in corso, come nella pulitura dei pennelli utilizzati, che affianca il ritratto di Flaiano in veranda o copre il libro ai piedi del cavalletto, nel salone. Intorno allo scoccare dei 40 – età vicinissima ad artisti e curatore – questa mostra è ben più che una bipersonale. È un’occasione di ricapitolazione, in cui cogliere analogie e ricerche, ripercorrere prassi e passi progettuali, colti alla partenza di nuove strade e sperimentazioni creative che già s’intravvedono.

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LE OPERE

Nicola Samorì, Miriade, 2018, olio su lino, Courtesy EIGEN+ART, Berlin/Leipzig

Matteo Fato, Florilegio (2), 2018 circa, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

Matteo Fato, Florilegio (3), 2018 circa, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

All’ingresso: Matteo Fato, Senza titolo (libro), 2014, Catalogo di Ca’ dei Ricchi, incollato con preparazione a pigmento olio su libro, piedistallo in multistrato, MDF e specchio, Collezione privata

STANZA 7 – NELLA SALA DEL CAMINO

Le opere dei due artisti si affiancano, una sopra l’altra, intorno al camino che domina la stanza. Nero su nero, il dipinto di Samorì si lascia inquadrare dalla cornice marmorea, chiedendo al visitatore di chinarsi alla ricerca della figura, desunta da un ritratto fiammingo del Cinquecento. Sul camino non poteva che trovar posto un ritratto ufficiale, che Fato evoca lasciandone visibile l’armatura, ma celandone i tratti inconfondibili. Nella parete di fronte, al fianco di un suo affresco che evoca una figura femminile, Samorì incastona nella parete un profondo omaggio testoriano. Sopra l’immagine della Testa del Battista di Francesco Cairo appartenuta allo scrittore, una cascata di fili evoca le 73 Teste del Battista, realizzate da Testori con il sottile tratto della pennastilografica ed esposte al primo piano. A chiudere la stanza, nell’angolo accanto, un’opera composita di MatteoFato parte dalla suggestione del fuoco, iridescente perché fatuo, qui idealmente sottratto al camino centraleper essere ritratto sulla tela e ripetuto in controparte nell’incisione che l’affianca, a sua volta posta come unapala d’altare su un “paliotto” di monocromi molto cari all’artista.

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LE OPERE

Nicola Samorì, Manto minimo, 2011, olio su tavola, AmC Collezione Coppola, Vicenza

Matteo Fato, Nudo all’Antica (4), 2014, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

Nicola Samorì, Babette, 2017, affresco su alveolam Courtesy Monitor, Roma/Lisbona

Nicola Samorì, Profeta, 2018, olio su rame, cornice antica, Courtesy Monitor, Roma/Lisbona

Matteo Fato, (will-o-the-wisp), 2015 / 2018, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, colla di coniglio e pigmento su lino, puntasecca su rame, cornice in MDF, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

Matteo Fato, Senza titolo (Nuvola II), 2015, olio su lino, cassa da trasporto
in multistrato e specchio, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo Venezia

STANZA 5 – NELL’ALTRA CUCINA

Grazie all’intervento di Matteo Fato la stanza si trasforma completamente, diventando, di fatto, un articolato polittico in cui il visitatore è chiamato a entrare, partecipandovi. Si squaderna davanti a noi la mente dell’artista, permettendoci di scoprirne il processo creativo dell’opera. Sulle pareti troviamo, dipinti singolarmente, una persona anziana spaesata, una forchetta incomprensibilmente confitta in una trave e una pianta profumata. Tre elementi realmente colti nel luogo che ha ispirato l’opera, messi in dialogo. Un’unità che diventa fusione nel collage con la cornice di specchi e nel grande dipinto finale. Le immagini sono in qualche modo riassunte e “illuminate” dalla dominante di colore della sala, espressa nel monocromo verde, e da un flebile neon; si tratta di un elemento che per l’artista evoca in sé la terza dimensione – Fontana docet – ma che è anche un elemento di disturbo, che deconcentra dalla visione delle tele. È uno spaesamento necessario, voluto dall’artista, che invita alla ricerca di una percezione reale del proprio lavoro, grazie al superamento della visione frontale del dipinto.

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L’OPERA

Matteo Fato, Senza titolo con Collage (impersonale), 2012 / 2016, olio su lino, colla di coniglio e pigmento su lino, casse da trasporto in multistrato, scultura in neon, collage su carta, cornice in multistrato e specchio 
Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

STANZA 4 – AI PIEDI DELLA SCALA

Due piccoli punti di unità e dissimiglianza si affiancano anche nella parete di fronte alla grande scala. Una presenza discreta, significativamente accanto alla grande libreria dedicata ai maestri del passato. A destra, il volto della persona amata si concentra in un filo sottile ma tenace, a sinistra, il segno vorticoso di Fato preannuncia l’esplosione di colore che attende il visitatore nella seconda parte della casa.

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LE OPERE

Nicola Samorì, Senza titolo, 2017, olio su rame, AmC Collezione Coppola, Vicenza, Courtesy EIGEN+ART, Berlino/Leipzig

Matteo Fato, Florilegio (6), 2018 circa, olio su tela, cassa da trasporto in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

STANZA 3 – IN VERANDA

Una grande scultura in legno di Samorì domina il centro della stanza in stretto rapporto con il giardino di Casa Testori. Si tratta di una scultura che simula le forme della natura, ricreandole in modo artificiale per comporre una figura antropomorfa, visibile ma irriconoscibile. La testa, realizzata con un legno corroso dalle onde e ritrovato sulla spiaggia, guarda il dittico di Matteo Fato dedicato a Ennio Flaiano, ritratto con i lineamenti dolci di un tessuto caro all’artista che ne ha rimodulato le forme, in un atto di dolce affinità, nata dalla lettura del suo Autobiografia del Blu di Prussia.

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LE OPERE

Nicola Samorì, Dell’arpia, 2017, legno di noce e pioppo

Matteo Fato, Autoritratto (del) Blu di Prussia, 2017, olio su lino, olio su tavola, cassa da tra- sporto in multistrato, AmC Collezione Coppola, Vicenza, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

STANZA 2 – IN SALONE

Sul camino, un busto di sapore neoclassico è realizzato da Samorì in onice, scolpendo un blocco fortemente compromesso dalle impurità naturali della pietra. La scultura è costruita, così, togliendo parte della materia che cresceva intorno a un vuoto. Di fronte, con una serie di piccoli quadri, l’artista presenta alcune variazioni intorno a due volti del pittore Hans Memling, tormentati dalla punta di un bulino, dal cammino di una cimice sul colore ancora fresco o parzialmente celati dalla sottrazione della pellicola pittorica, fino a evocare la presenza di un burqa. Ma il salone è il luogo di un omaggio a Giovanni Testori e non solo grazie al dipinto su rame, tratto da uno dei due David di Tanzio da Varallo, autore riscoperto e prediletto dal padrone di casa. Entra in scena, infatti, il secondo protagonista della mostra: Matteo Fato realizza un triplo ritratto di Testori e della sua Biblioteca, costruito intorno al cavalletto appartenuto allo scrittore-pittore. Il materiale ligneo, sempre protagonista dell’opera di Fato, qui crea un blocco solo apparentemente unitario, a evocare le pile di libri che attorniavano Testori, e posto a reggerne uno, completamente trasformato in pittura. In una fusione totale tra colore e parola, un altro libro appartenuto a Testori viene così premuto sul ritratto ancora fresco, tanto da assorbirne i lineamenti del volto posto accanto, in un processo che evoca una sinopia, la Sindone o il lino della Veronica.

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LE OPERE

Nicola Samorì, Onichina (madremacchia), 2017/18, Onice messicano
Nicola Samorì, Testa con lacrima, 2017, olio su tavola, AmC Collezione Coppola, Courtesy Monitor, Roma/Lisbona
Nicola Samorì, Madonna dello zucchero, 2016, olio su tavola, AmC Collezione Coppola, Vicenza, Courtesy Monitor, Roma/Lisbona
Nicola Samorì, Traspirazione della Vergine, 2016, olio su tavola, AmC Collezione Coppola, Vicenza, Courtesy Monitor, Roma/Lisbona
Nicola Samorì, Pestante, 2018, olio su rame, Courtesy Monitor, Roma/ Lisbona

Matteo Fato, Il fatalista senza padrone (1923 – 1993), 2018, olio su lino, olio su libro incollato con preparazione a pigmento, cassa da trasporto in multistrato, olio su libro incollato con preparazione a pigmento, piedistallo in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

STANZA 1 – IN SALA DA PRANZO

Sono tre lavori di Nicola Samorì ad accoglierci in mostra. La grande opera posta sulla parete di fronte a noi è realizzata dipingendo una precisa copia di una Maddalena di Luca Giordano, a colore ancora fresco, spingendo la pellicola pittorica verso il basso, tanto da farla arricciare su se stessa, pregiudicandone quasi totalmente la leggibilità. Non si tratta però di una semplice deturpazione, ma di un modo con cui l’artista accentua la drammaticità esistenziale vissuta dalla santa, che riemerge dal vuoto con ancor più forza. Di fronte, due affreschi strappati e incisi, ad accentuarne la potenza visiva, hanno come punto di partenza altrettante piccole sculture: a destra, un Cristo risorto di area tedesca, a sinistra, una statua antropomorfa, eseguita con materiali diversi dall’artista stesso. 

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LE OPERE

Nicola Samorì, Il cavacarne, 2014/15 olio su rame, AmC Collezione Coppola, Vicenza
Nicola Samorì, Firmamento, 2017 Affresco su alveolam, Courtesy Monitor, Roma/Lisbona
Nicola Samorì, Pentesilea, 2017/18, Affresco strappato

STANZA 11 – LA CANTINA

La scelta di realizzare l’anteprima del secondo capitolo del lavoro A nostra immagine e somiglianza (2018) di Filippo Berta a Casa Testori è conseguente alle suggestioni che l’autore ha ricevuto visitando il luogo e studiando il pensiero dello scrittore, tanto che l’opera vuole essere un omaggio testoriano, una sorta di “ritratto” ideale. L’azione — in corso durante il vernissage della mostra e poi esposta in forma di documentazione video —  vede come protagonista un uomo di età avanzata, a simboleggiare una persona che si pone in modo consapevole nei confronti dei sistemi normativi e di potere — secolari o morali che siano — che ne regolano la vita; a differenza del precedente capitolo, dove il feticcio sovrastava le persone, in questo caso si instaura un rapporto paritario con il performer che inizia a giocare con un rosario, facendolo girare nell’indice della mano fino a farlo volare via. L’oggetto viene così privato della sua aura e trattato come un manufatto qualsiasi: questo non vuole però essere un gesto dissacratorio, ma quello di un individuo che intende rivendicare il proprio libero arbitrio. La scelta di collocare l’azione nel piano sotterraneo, nella cantina (e non al pianterreno, dunque in continuità con il resto della mostra) discende dal voler porre in rilievo la natura privata di questo micro-gesto, che avviene così in una atmosfera rarefatta dove, tra il performer e i pochi spettatori ammessi a ogni sessione, si instaura una relazione carica di pathos. 

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Filippo Berta, A nostra immagine e somiglianza 2, 2018 – in corso , performance, HD Video 2’ 00″

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