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STANZA 10 – AI PIEDI DELLA SCALA

Davanti allo scalone è presentato il video di Filippo Berta, primo capitolo del trittico A nostra immagine e somiglianza, (2017 — in corso), che indaga la relazione tra l’individuo e le norme imposte dalle convenzioni sociali o dai dogmi religiosi. Nel primo — esposto in forma di video che documenta la performance realizzata alla Galleria Massimodeluca di Mestre nel gennaio 2018 — alcune persone piantano simultaneamente un chiodo sulla parete per appendere un crocifisso: ognuno dei partecipanti compie l’azione in punta di piedi per collocarlo ad un’altezza superiore alla propria figura, inscenando così l’esigenza connaturata all’uomo di porsi in una condizione subalterna rispetto all’entità incarnata dall’idolo.  

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Filippo Berta, A nostra immagine e somiglianza 1, 2017, performance, HD Video 2’ 00’, Courtesy Massimodeluca, Mestre

STANZA 9 – NELLO STUDIO

Nella sala è proiettato il video della performance di Filippo BertaForma perfetta del 2017. Un gruppo di persone sta cercando di mantenere visibile un cerchio nel mezzo di un quadrato nero. Questa forma perfetta può essere visibile solo attraverso un costante tentativo collettivo in cui il fallimento è un potenziale sempre presente.

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Filippo Berta, Forma perfetta, 2018, performance realizzata presso Tenuta dello Scompiglio, HD Video 1’ 17’’ 

STANZA 8 – NELLA SALA DEL CAMINO

La sala si apre con l’immagine che documenta la performance Allumettes 2 (2013) di Berta, realizzata nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo. Si vedono delle persone che accendono uno dopo l’altro dei fiammiferi, rendendo visibile il quadrato creato dall’unione dei loro corpi. Questo gesto ostinato si dimostra fallimentare quando le prime persone, una volta terminati i fiammiferi, abbandonano il gruppo, decretando un lento processo di dissolvimento del quadrato perfetto. Il fievole bagliore prodotto dai fiammiferi cela in sé tutta la fragilità di una perfezione che è solo momentanea e trova il suo culmine quando l’ultimo fiammifero si spegne. Sopra il caminetto è collocato invece il secondo dittico di Fogarolli, della serie Remember, Repeat, Rework, anch’esso incentrato sulle analogie visive tra fotografie di cui l’artista si è appropriato. La sala si chiude con la nuova opera del progetto Stone of madness, intitolata Locura (2018), dove Fogarolli si rifà alle credenze di area nordeuropea del tardo Medioevo e Rinascimento (ma presenti anche nelle civiltà preistoriche) che imputavano le devianze comportamentali, come follia o stranezza, alla presenza di una pietra nel cranio umano. Il lavoro è composto dalla fotografia analogica di un encefalo con una pietra incastonata al suo interno, una fluorite, che modifica il proprio tono cromatico grazie all’intervento dello spettatore invitato a interagire con uno strumento a luce ultravioletta. In tal modo, l’artista novella un tema iconografico che nel dipinto L’estrazione della pietra della follia (1494) di Hieronymus Bosch ha il suo precedente più illustre. In quest’opera il maestro olandese realizza infatti una scena di genere, descrivendo il raggiro compiuto da un ciarlatano ai danni di una persona ingenua sino a estrarre dalla testa di quest’ultima un fiore; il pittore, però, calca la mano sulla superbia dell’ingannatore che è raffigurato con in testa un cappello a imbuto, simbolo dell’idiozia del suo presunto sapere.

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LE OPERE

Filippo Berta, Allumettes #2, 2013, performance, Photo Print Diasec©
Christian Fogarolli, Locura, 2018, fotografia analogica, vetro lavorato, pietra, luce
Christian Fogarolli, Remember, Repeat, Rework 6, foto d’archivio

STANZA 7 – NEL “GIARDINO D’INVERNO”

La riflessione sull’arbitrarietà delle catalogazioni scientifiche è particolarmente evidente nel lavoro Leaven (2017) di Fogarolli, composto da una teca contenente i manuali pubblicati negli Stati Uniti, dal 1952 al 2015, per classificare le malattie mentali che rivelano come, negli ultimi cinquant’anni, un ristretto gruppo di studiosi abbia determinano il concetto (assai mutevole e sfuggente) di “normalità” per l’intero genere umano, portando conseguentemente — come indica il titolo stesso — all’aumento esponenziale delle tipologie di disturbi. 

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Christian Fogarolli, Leaven, 2017, libri, specchio, legno, vetro

STANZA 6 – NELL’ALTRA CUCINA

Nella sala si crea un forte dialogo tra due dittici degli autori: dal un lato Placebo (2018), un’opera di Fogarolli giocata sulla relazione tra naturale e artifizio, grazie all’accostamento della capsula di un farmaco alla crisalide di una libellula: queste due polarità iconiche sono sottolineate anche dalle due differenti superfici specchianti su cui sono posati gli elementi (e su cui lo stesso fruitore può rivedersi): la prima riflette l’immagine in modo nitido mentre la seconda, avendo una base nera, ne impedisce una perfetta visione. Dall’altro lato della stanza si colloca la fotografia Just One (2017) di Berta, dove il manto di lana di una pecora – bianco, di una bellezza uniforme – è tosato per allestire un elogio dell’imperfezione. Il cortocircuito che la rappresentazione crea è accentuato dal fatto che l’animale è posto sopra un piedistallo, evocando in modo parodico l’idea di monumento equestre, in cui al posto delle fattezze marziali del Colleoni di Andrea del Verrocchio o di quelle altere del Gattamelata di Donatello (i due grandi modelli rinascimentali), troviamo le sembianze di un animale privo di alcun eroismo.

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LE OPERE

Filippo Berta, Just One, 2017, performance, Diptych Photo Print Diasec©, Courtesy Massimodeluca, Mestre

Christian Fogarolli, Placebo, 2018, dittico, acciaio, vetri, materiale organico, farmaco, Courtesy Galleria Alberta Pane, Venezia

STANZA 5 – IN CUCINA

L’immaginario scientifico, caro a Fogarolli, si riverbera in altri lavori, tra cui la scultura Midólla (2017) che trasferisce analogicamente sul marmo un’immagine di inizio Novecento (proveniente dall’archivio del manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia) in cui si raffigura il midollo spinale di un malato mentale. La collocazione dell’opera è particolarmente suggestiva: il bianco della superficie marmorea, che domina l’opera, entra in dialogo con vari elementi dell’ambiente, quasi mimetizzandosi, — tra cui le piastrelle — che rimandano invece alla funzione originaria della stanza, usata come cucina.

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Christian Fogarolli, Midólla, 2017, stampa alla gelatina ai sali d’argento da negativo in vetro su marmo bianco di Carrara

STANZA 4 – IN CORRIDOIO

Nel corridoio all’esterno dell’ex cucina è collocato il primo dei due dittici in mostra, appartenente alla serie Remember, Repeat, Rework (2015), realizzati da Fogarolli mediante l’appropriazione e la collazione di immagini d’archivio. In entrambi i casi, il ritratto di una giovane donna in stato di amnesia, ricoverata in un ospedale americano nella prima metà del Novecento, è messo in relazione con una fotografia della collezione etnografica del Tropenmuseum di Amsterdam, che mostra le fattezze di alcune sculture scoperte dai coloni olandesi in Indonesia. In questo inconsueto dialogo visivo di gusto warburghiano si creano analogie tra fonti dissimili, in cui lo stato di incapacità del primo soggetto sembra trovare una risposta nelle (ipotetiche) capacità taumaturgiche dei feticci tribali. 

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Christian Fogarolli, Remember, Repeat, Rework 7, foto d’archivio

STANZE 2 E 3 – IN SALONE E IN VERANDA

Nel grande salone della casa, il visitatore trova la proiezione del lavoro video di Filippo Berta intitolato Sulla retta via (2014) dove il tema del fallimento diviene metaforico: un gruppo di persone tenta di camminare in fila indiana, seguendo il fugace confine tra la terra e il mare definito dalle onde. Ma questa linea si spezza continuamente, evidenziando così l’impossibilità per l’uomo di trovare un equilibrio tra la primigenia natura emotiva-bestiale e l’aspetto razionale necessario all’adesione al corpo sociale.
Christian Fogarolli, ripercorrendo il rapporto tra arte e discipline scientifiche, indaga il sottile confine tra normalità e devianza, insieme al carattere arbitrario delle relative categorizzazioni. Questi temi sono presenti in vari lavori, tra cui la scultura Misura di prevenzione (2017) che ricorda lo strumento della livella ad acqua usata fin dall’antichità, figurando così il concetto di squilibrio chimico, oggi considerato alla base di molti disturbi mentali. L’opera è stata ripensata dell’artista per Casa Testori attraverso un suggestivo allestimento in cui l’installazione attraversa un muro, mettendo in comunicazione due stanze attigue della dimora.

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Filippo Berta, Sulla retta via, 2014, HD Video, 1’ 43’’.
Christian Fogarolli, Misura di prevenzione, 2017, vetro, acqua demineralizzata, acciaio, canale in silicone

STANZA 1 – IN SALA DA PRANZO

La mostra si apre con la scultura Loose (2017) di Christian Fogarolli che invita il fruitore a relazionarsi con l’opera per riuscire pian piano a cogliere l’immagine-identità che emerge da un gioco di rifrazioni su una superficie specchiante. L’immagine fotografica di archivio, di cui l’autore si è appropriato, riemerge per frammenti sotto la superficie informe del piombo e la sua visione richiede pazienza e perizia, mettendo in scena simbolicamente un andare oltre una prima osservazione retinica delle apparenze, per aprirsi alla scoperta dell’altro e delle sue peculiarità — gesto che ben riassume molti temi dell’esposizione. La scultura si relaziona con la fotografia Déjà vu (2008) di Filippo Berta, dove vediamo inscenata la sfida apparentemente ludica del tiro alla corda tra sei coppie di gemelli che porta a una riflessione sulla competitività sottesa alla nostra esistenza: un ritorno metaforico al Bellum omnium contra omnes dove si combattono persone con il medesimo corredo genetico. In questo, come nella maggior parte dei lavori dell’autore, è la messa in scena di piccoli gesti quotidiani a far emergere la conflittualità e le tensioni insite nel rapporto tra uomo e società. La serie di video e fotografie dell’autore che si succedono in mostra sono l’esito di performance collettive dove azioni all’apparenza banali assumono un valore allegorico per smascherare il conformismo diffuso nel nostro vivere.

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LE OPERE

Christian Fogarolli, Loose, 2017, stampa a pigmenti su piombo lavorato a mano, specchio spia
Filippo Berta, Déjà vu, 2008, performance, Photo Print Diasec©

FOTOGRAMMI IN DISSOLVENZA

Se la realtà non è solo un fotogramma si chiude, idealmente, con i fotogrammi in dissolvenza di due opere video: l’essay film di Alessandra Ferrini Negotiating Amnesia e la videoinstallazione Light Meter di Jacopo Rinaldi.

I due lavori, in termini molto diversi, pongono il tema della memoria, del suo oblio e della messa in discussione della storia, intesa come sensibile e potenziale strumento ideologico.

Il documentario di Ferrini affronta il problema della racconto del colonialismo italiano nel Corno d’Africa a partire dalla guerra d’Etiopia del 1935-36 e la sua ricostruzione storica dell’Italia contemporanea. L’artista si interroga sul modo in cui ideologie e manipolazioni affliggano ancora oggi l’immaginario collettivo italiano rispetto al colonialismo della prima metà del XX secolo e il modo con cui trasmettiamo e conserviamo le memorie, rivelando amnesie programmate e parziali ricostruzioni di fatti e storie.

Il lavoro di Rinaldi è invece una più ampia considerazione sulla visione, sulle immagini della nostra storia (e storia dell’arte) e sui nostri meccanismi di visione e costruzione dell’immagine. L’artista fotografa infatti, all’interno delle più celebri chiese di Roma, i sistemi tecnici attraverso cui quadri e sculture vengono illuminati a tempo, creando una costate alternanza tra luce e buio, immagine e censura. Questa stessa alternanza sembra apparire come una sorta di metafora dell’azione storica stessa: è l’azione volontaria del presente ad accendere una luce che inevitabilmente è destinata a spegnersi riportando anche i più importanti capolavori dell’arte occidentale nel buio dell’oblio.

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LightMeter_2_Estasi di santa Teresa d'Avila, Gian Lorenzo Bernini, Santa Maria della Vittoria
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LightMeter_1_Ciclo pittorico di San Matteo, Caravaggio, San Luigi dei Francesi
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