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A DOPPIO SENSO – Incontro con artisti e curatori

Sabato 25 giugno, dalle 17

Andrea Bianconi e Matteo Negri presentano i volumi pubblicati in occasione della mostra estiva di Casa Testori. I due artisti saranno protagonisti di due incontri con il pubblico, in cui verranno presentati i due volumi pubblicati in occasione della mostra. Saranno presenti anche i critici Luigi Meneghelli, curatore della mostra di Bianconi, e Daniele Capra, curatore della mostra di Negri, che dialogherà con Flaminio Gualdoni. Nell’occasione gli artisti saranno disponibili ad accompagnare il pubblico nella visita. La mostra coinvolge in modo molto attivo il pubblico come ha sottolineato Chiara Gatti che ha firmato la recensione per Repubblica. «L’arte gioca a mutare la percezione dei luoghi. Accade a Casa Testori dove un tandem di giovani artisti, Andrea Bianconi e Matteo Negri ha messo mano agli ambienti della villa appartenuta a Giovanni Testori trasformandola in una scatola delle meraviglie, un carosello di suoni e colori destinati a cambiare i connotati del luogo».

Intanto prosegue con grande adesione di pubblico la performance collettiva lanciata da Andrea Bianconi. Il pubblico è invitato a fare una libera interpretazione del volto dell’artista, disegnando su una cartolina dove è stampato un suo ritratto frontale in bianco e nero. La cartolina viene consegnata alle persone che visitano la mostra. Sono già oltre 300 le cartoline arrivate e pubblicate sull’account Instagram: draw.me.project

 

Incontro di presentazione dei due cataloghi:

h. 17:30
YOU AND MYSELF. PERFORMANCE 2006 — 2016
con ANDREA BIANCONI e il curatore LUIGI MENEGHELLI

h. 18:30
SPLENDIDA VILLA CON GIARDINO, VISTE INCANTEVOLI
con MATTEO NEGRI, il curatore DANIELE CAPRA e il critico d’arte FLAMINIO GUALDONI

modera GIUSEPPE FRANGI

seguirà aperitivo!

YOU AND MYSELF. Performance 2006-2016

Andrea Bianconi
A cura di Luigi Meneghelli
Casa Testori
21 Maggio – 22 Ottobre 2016

YOU AND MYSELF
Luigi Meneghelli

[…] come si presenta tutto il lavoro plastico-pittorico di Andrea Bianconi, se non come la ricerca ossessiva di raccogliere, accumulare, mescolare oggetti e segni salvati dalla dispersione: una congerie di cose vecchie, fuori moda (o fuori uso), recuperate nei negozi di giocattoli, nei mercatini dell’antiquariato (o in decrepiti vocabolari)? Già il fatto dello spostarsi, dello scegliere, del disporre ci pone di fronte ad azioni performative, ad attività comportamentali. È chiaro: l’artista mette in disparte il suo io, e dunque il corpo, come espressione diretta. Ma nell’erranza dello sguardo e dell’esplorazione manifesta una sorta di assillo o di mania: il suo è uno “spreco del desiderio”, nel tentativo di sottrarre qualcosa del mondo all’inesorabile fuga temporale. È quella che Calvino definisce “la redenzione degli oggetti”, il riscatto del banale. Anzi, Bianconi spinge la sua operazione alle estreme conseguenze, legando (e collegando) lo sterminio di cose trovate in una romantica e surreale cascata, che stabilisce tra i vari elementi contiguità provvisorie e vicinanze inattendibili, corrispondenze celate e confronti segreti. Il suo è un infinito rimando a una “collezione”, viziata da una fragilità quasi patetica, esposta com’è al movimento, al mutamento, alla molteplicità.
È un rinvio a un assurdo che può aprire nuove strade immaginarie, senza imporre pensieri univoci. È così da sempre: contro la schematicità il paradosso e il gioco producono nuove visioni.
Ma perché, a questo punto, entra in scena l’artista vestito di tutto punto e con i guanti bianchi simili a quelli di un fantomatico mago (come accade nella performance Sound of a Charmed Life, realizzata nel 2010 a Praga, Roma, Houston)? Perché si mette a toccarla, a scuotere l’“alluvione oggettuale”, fino a ottenere singolari vibrazioni sonore, sordi effetti rumoristici? La risposta più immediata potrebbe essere: per far parlare ciò che non ha più parola, per dare voce a ciò che è diventato puro scarto, rottame, spoglia. Ma, se si osserva tutta la perturbazione del corpo (il nervosismo dei movimenti, gli scatti, i gesti quasi sgraziati) si può ipotizzare anche la volontà di ritornare al caos originario (come in una pièces di Trisha Brown) o ancor più, il desiderio di con-fondere l’io individuale con l’io collettivo, di lasciare la propria impronta nelle cose, riconoscendosi (specchiandosi) in esse.

[…]

Ma dov’è finito l’autore? È intenzione di Bianconi adottare l’arte discreta di saper scomparire, per poter osservare di nascosto il mondo? Lo stesso artista afferma di “voler essere sempre in un altro posto”, magari “in una casa d’altri, per potersi appropriare delle loro cose, dei loro libri, dei loro ricordi”. Intende esprimere la malcelata esigenza che la propria identità prenda possesso dell’alterità, che l’io si riconosca nell’altro (nell’altrove, nel non conosciuto)? A dire il vero, l’artista ha come obiettivo quello di essere autore, senza che questo risulti l’autentica ragione della sua attività creativa. Egli si sente come un mago o un regista cinematografico che nascondono i trucchi del mestiere. Più si tiene lontano dalla ribalta e cela i suoi processi operativi, più risveglia la nostra curiosità e i nostri sogni. Forse con lo scrittore austriaco Peter Handke, che vive nascosto in Francia, gli piacerebbe dire: “lo vivo di ciò che gli altri ignorano di me”. Gli altri non sanno, ad esempio che, da bravo regista, Bianconi ha progettato tutti i costumi delle sue performance, che ha scelto i luoghi inattesi o, quantomeno, spontanei, in cui far “recitare” suoi “artisti”, che ha studiato le loro pose e i loro movimenti, tanto lontani dalla coreografia convenzionale, eccetera. Ma, anche quando, più di una volta, egli decide di calcare direttamente la scena (come in Miracle, del 2006, You Always Go Down Alone, del 2010, Love Story, del 2013, Fantastic Planet, del 2016) lo fa sempre sotto mentite spoglie o ricorrendo alle più stravaganti forme di travestimento: da San Francesco con tanto di aureola, da indiano con fascia sul capo e faretra, da figura barbarica calata in un rito tribale, da alieno o da astronauta con tanto di tuta e tubi. Solo che Bianconi non assume nuove identità, mosso da una scoperta carica narcisistica, “ossessionato dalla necessità di mostrarsi per poter essere” né come rifiuto di ruoli imposti dalla società, quanto invece per impersonare con ironia e assoluto disincanto epoche, età, corpi. E, in tutto questo c’è qualcosa di infantile, di spontaneo, di rimosso dalle regole della storia. “I bambini, scrive del resto il filosofo Walter Benjamin, si costruiscono da sé il loro mondo oggettuale, un piccolo mondo, dentro il grande”. È un po’ come tornare al tempo dei giochi, dove tutto è insieme vero e falso, autentico e improbabile. Basterebbe guardare la breve, paradossale azione che si svolge in Fighting Nature (Valencia, 2012), in cui l’artista ingaggia un incontro di boxe con una foglia, fino a farla cadere (andare al tappeto) o in Love Story (Huston, 2013), in cui libera dei palloncini a cui sono legati dei fiori in modo che questi salgano dolcemente verso l’alto o anche in Tunnel City (Houston, 2013), dove dall’interno di un box lancia verso l’esterno degli aereoplanini di carta. Non ci sono mai fini, obiettivi, questioni da mostrare o da risolvere. Pare quasi di ritrovarsi dentro le atmosfere degli Happenings o di Fluxus, quando ogni manifestazione era basata sull’estemporaneità, sulla casualità, sull’intervento spontaneo e non programmato. Qui potrebbero funzionare le parole di John Cage: “L’importante è lasciare che le cose siano quello che sono”: un fatto indeterminato, un gesto gratuito, un materiale povero, una gag, una folgorazione zen.


Solo che a volte i travestimenti di Bianconi coinvolgono direttamente il problema della dissimulazione, come in Trap for the Minds (Houston, 2012) dove l’artista davanti a uno specchio indossa un numero imprecisato di maschere, fino ad arrivare all’ultima che riproduce il suo stesso volto o in Romance (sempre del 2012) dove, all’interno di una cornice luminosa, l’artista si presenta già mascherato e assiste immobile alla proiezione sul suo volto delle infinite immagini grafiche e iconiche prese da un piccolo, fittissimo testo da lui disegnato. Ci pone cioè di fronte alla faccenda del doppio, dell’essere nella sua differenza e nella sua molteplicità. Ma la risolve, dissolvendola, la supera moltiplicando i dettagli, la liquida assumendo infinite fisionomie. Però, in fondo, non c’è mai una vera soluzione. Si può dire che qui (come in tutte le performance di Bianconi), si rimane allo stato di opera incompiuta o opera potenziale, “come rovina di ambiziosi progetti, che conserva i segni dello sfarzo e della cura meticolosa con cui è stata concepita” (Calvino). Essa rimane lì come un racconto inattesa di una improbabile conclusione. Perché a contare non è il prodotto, ma il processo, non il completamento, ma lo svolgimento.

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LA MOSTRA

Con You and Myself Andrea Bianconi (Vicenza, 1974) è tornato a Casa Testori, occupando gran parte delle stanze, con il suo bagaglio di performance lungo dieci anni, in cui l’artista impiega il corpo come linguaggio espressivo e matrice di segno. Un segno che non cerca l’esibizione spettacolare, la rivelazione provocatoria, ma che acquisisce il proprio essere (la propria identità), cessando di essere segno di qualche cosa. È come se non avesse niente da dire, ma solo una serie di eventi da suggerire, da far intuire. Nelle sue performance siamo invitati a cercare anche ciò che non c’è (che non si vede, che non si sente), a intuire l’alternativa possibile, l’altra faccia del mondo. A stanare il soggetto che si nasconde nell’altro (o nell’altrove). Il myself che si con-fonde con you. La sua è la poetica dello spostamento e della transizione continua. 
La mostra ha ripercorso l’intero iter performativo di Bianconi: accanto ad azioni poste sotto il segno del ludico (della sorpresa, dello stupore), ad azioni minimali, sommesse, incantatorie, Bianconi ha sviluppato altre performance che implicano autentiche “recite collettive”. 
L’artista non si pone stretti limiti disciplinari, regole, gerarchie, se non quelli di aprirsi all’altro, al pubblico, per destare stupore, incredulità, interrogativi. Spesso, la performance di Bianconi ha a che fare con una sorta di “divertimento artistico”: è una gag, una serie di gesti apparentemente gratuiti, di risibili azioni ludiche. Alla pari degli attori dei film muti (o dei bambini) a lui piace nascondersi e apparire in scena all’improvviso. 
Soprattutto le maschere fanno la loro apparizione come strumenti di difesa, di fuga, di falsità. In Trap for the Minds (del 2012), l’artista se le mette e se le toglie ossessivamente, fino ad arrivare all’ultima che non è altro che la riproduzione della sua stessa faccia. E molte sono le immagini delle “trappole” di cui Bianconi dissemina i luoghi delle sue performance: scatole, specchi, gabbie, maschere che spesso vengono indossate dai protagonisti, senza che si capisca mai fino in fondo se, questo, avvenga per rinchiudersi, isolarsi o per vivere l’esperienza della dispersione, dello sconfinamento, delle associazioni imprevedibili.

Andrea Bianconi vive e lavora tra Vicenza e Brooklyn. Fra le sue esposizioni, una public performance tra la Piazza Rossa, il Cremlino e il Manege Valencia, Madrid, New York, United Arab Emirates, Basilea, Palazzo Reale, Milano, Shanghai. 
Nel 2011 Charta ha pubblicato la sua prima monografia, nel 2012 Cura.Books  il suo primo libro d’artista “ROMANCE” e nel 2013 il secondo dal titolo “FABLE”. Entrambi fanno parte della collezione del MoMA, NYC.

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PREMIO PARCO DELLA BALOSSA. PRIMA EDIZIONE

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Casa Testori e Parco Nord Milano, in collaborazione con il Comune di Novate Milanese e il Comune di Cormano, hanno inaugurato l’installazione permanente Fake History di Francesco Fossati con cui l’artista ha vinto il Concorso Artistico Premio Parco della Balossa, promosso all’interno del progetto Botanica

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La presentazione di Fake History si inseriva in un momento di festa e di riscoperta dell’identità del Parco della Balossa. Pertanto, l’inaugurazione ha previsto una biciclettata (con partenza da Casa Testori a Novate Milanese oppure da Piazza Scurati a Cormano) avente lo scopo di far conoscere il parco ai partecipanti, culminando il percorso in prossimità dell’opera di Fossati e della Cascina Balossa, dove per l’occasione erano stati sistemati stand gastronomici e organizzate attività ludiche. Parallelamente, presso Casa Testori si poteva assistere alla proiezione di un video realizzato dall’artista con testimonianze inedite sulla storia del parco.

L’OPERA

L’opera di Francesco Fossati, Fake History, si compone di due targhe commemorative in marmo di Carrara, sulle quali sono incisi “testi di fantasia” che raccontano due avvenimenti, inventati ma plausibili, che uniscono idealmente la storia del Parco Agricolo con quella di due personaggi della cultura del secolo scorso. I soggetti delle storie sono stati concepiti dall’autore a seguito di una serie di incontri e interviste ad alcuni abitanti del territorio che, in maniera diversa, per questioni professionali o sentimentali, hanno legato le loro vite a quella della “Balossa”.
L’opera, che non vuole manifestarsi come tale, ma preferiva mimetizzarsi all’interno del contesto, vuole essere da stimolo nei confronti dello spettatore che si trovava a dover discernere tra realtà e finzione. Il dubbio, pertanto, diventa un motore per indagare la storia di un luogo, per scoprire una dinamica culturale in atto che fonda le sue basi su un passato immaginato e immaginifico allo stesso tempo. L’ironia che sottende i testi incisi nel marmo è strumento atto a generare consapevolezza nello sguardo dello spettatore riguardo all’ambiguità di ciò che osservava e conduceva a riflettere sulla reale natura di questo intervento.
La forza evocativa di queste opere è un elemento che contraddistingue l’intero progetto, nel quale non venivano mostrate delle immagini, ma piuttosto veniva stimolata l’immaginazione di ogni fruitore al fine di generare una propria visione, l’immagine di un ricordo di un avvenimento mai accaduto.
Il progetto ideato da Fossati per il Parco della Balossa è un’estensione dell’omonimo Fake History, iniziato nell’estate 2015 a Carrara nell’ambito del primo Festival di Scultura Contemporanea e premiato da una giuria composta, tra gli altri, da Michelangelo Pistoletto, Giacinto Di Pietrantonio, Laura Cherubini e tutt’oggi esposto nelle vie del centro storico della città. L’opera si è in seguito ampliata, sotto il nome di False Friend, posizionando nuove targhe nel napoletano presso Cantina Montone (Montoro) e a Monaco di Baviera in Germania.

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L’ARTISTA

Francesco Fossati (1985), è artista visivo e membro della redazione della rivista E IL TOPO. Ha realizzato mostre personali e collettive in importanti sedi istituzionali come PAN | Palazzo Arti Napoli, MAC di Lissone, Kaiserliche Hofburg a Innsbruck, Museo di Castel Sant’Elmo a Napoli, GAMeC a Bergamo, Careof a Milano, Museo della Permanente di Milano, Casa del Mantegna a Mantova, Museo Tornielli ad Ameno, Museo Centrale Montemartini a Roma, Isola Art Center a Milano, Contemporary Art Museum a Mendoza in Argentina e Museo Carlo Zauli a Faenza.

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Olimpia Zagnoli, SOVRABBONDANO PERE E MELE

La pagina di Bonvesin dedicata ai frutti di cui era ricca Milano è una pagina esuberante di sapori e di colori.
«I verdeggianti frutteti… Sono spessissimo ricchi di ottimi frutti quasi di ogni genere, che offrono al gusto dell’uomo il piacere di un buon sapore».Bonvesin, come sua abitudine, è preciso e dettagliato. Dice che le «prugne, bianche, rossicce, gialle e damaschine»vengono prodotte in «abbondanza quasi sterminata». Poi assicura che anche «pere e mele estive appaiono in sovrabbondanza». Per le mele poi specifica che Milano è ricca anche dei «pomi invernali», dei «pomi cotogni»e dei «pomi granati, buoni in particolare per coloro che sono ammalati»(una pianta di melograni era presente anche nel giardino di Casa Testori).
L’elenco prosegue citando i «fichi che vengono chiamati fioroni»; «le nocciole domestiche, poi le corniole, più adatte alle donne». E poi persino le mandorle («benché poche», scrive Bonvesin). Bellissime sono in particolare le righe dedicate alle noci.
«Noci in abbondanza incredibile, che i cittadini, cui questo piace, usano mangiare per l’intero corso dell’anno alla fine di ogni pasto. Le triturano anche e le impastano con uova e cacio e pepe, facendone un ripieno per le carni della stagione invernale. Dalle noci ricavano pure l’olio, che da noi viene usato largamente».

19. MIMASTER – I vini di Bonvesin

Il talento degli illustratori selezionati da Mimaster per la cantina di Casa Testori è stato declinato nella realizzazione di una serie di etichette per bottiglie di vino, in cui la creatività  si è sbizzarrita non solo nell’ideazione dell’immagine, ma anche nel nome
della vigna e della casa vitivinicola.
Scrive Bonvesin:

«Le vigne numerose producono svariati generi, sia dolci sia aspri, di vini salubri, saporiti, chiari, di colore bianco, giallo, roseo e dorato in tanta abbondanza che certe famiglie raccolgono ogni anno dalle proprie vigne, al tempo della vendemmia, più di mille carri di vino, altre più di cinquecento, altre più di cento. Sembrerà  forse stupefacente anche questa affermazione: che nel contado di Milano più di seicentomila carri di vino, nelle annate buone vengano messi in botte, come assicurano quanti hanno fatto diligenti indagini e dichiarano di poter offrire valutazioni esatte».

Etichette di:
Carlotta Cogliati, Clarissa Cozzi, Beatrice Gaspari, Libero Gozzini, Patrizia Mastrapasqua, Bertrand Nadal, Emilia Patrignani, Marco Piunti, Davide Raimondi, Laura Re e Alessandro Romita.

Mimaster

Luca Font, LA CITTÀ CARNIVORA

Il tratto deciso di Luca Font ha interpretato il macello e raccontato la moltitudine di bestiame attraverso cui la città veniva rifocillata.

«Affluiscono nella città, come a una stiva di tutti i beni temporali, pane e vino e carne saporita di qualsiasi genere di quadrupedi. E si noti che, come ho diligentemente calcolato con alcuni macellai, nei giorni in cui è permesso ai Cristiani mangiar carne, si ammazzano nella sola città circa settanta buoi. Quanti siano i maiali, le pecore, gli arieti, gli agnelli, i capretti e i quadrupedi d’altro genere, sia selvatici sia domestici, che vengono sgozzati dai macellai, credo che lo potrò precisare a chi mi avrà precisato il numero delle foglie e dei fili d’erba. Affluiscono nella città anche ottime carni di bipedi selvatici e domestici: capponi, galline, oche, anatre, pavoni, colombe, fagiani, galline selvatiche, tortore, anatre selvatiche, allodole, pernici, quaglie, merli e altri uccelli, che soddisfano a tavola l’appetito degli uomini».

Giordano Poloni, IL LEGNO ANIMATO

«Le selve e i boschi e le rive dei fiumi producono legno duro di diverse qualità, adatto a costruzioni e a molti altri usi, e anche l’indispensabile legna da ardere: tanta è la abbondanza della legna destinata al fuoco, che nella sola città è assolutamente certo che se ne bruciano ogni anno più di cinquantamila carri».

Giordano Poloni ha creato un cartone animato per raccontare il tema del legname di cui la città continuamente si approvvigiona e che giunge in essa dai boschi del circondario, trasportata lungo le vie d’acqua. Il risultato è stato una narrazione di forte impatto visivo, che si è nutrita di chiari riferimenti alla storia dell’arte, in particolare a Henri Rousseau, e in cui ogni dettaglio mostra cura e ricchezza.

Tai Pera, GLI ORTI DI MILANO

Bonvesin dà il meglio di sé negli elenchi, in cui le parole si fanno portavoce della ricchezza della città. Tai Pera è stata chiamata a rappresentare, con il suo stile pulito, essenziale e accattivante, la prosperità degli orti cittadini e gli innumerevoli prodotti che ne escono:

«Vi sono anche gli orti, che fioriscono per l’intero corso dell’anno e producono in abbondanza legumi di ogni genere: cavoli di tutte le varietà , bietole, lattughe, atriplici, sedano, spinaci, prezzemolo, finocchio, aneto, cerfoglio, anice, nepitella, zucche di ogni genere, di orto e di siepe, aglio, porri, pastinache comuni, alfaneria, che è una specie di pastinaca con la cui radice si fa un ottimo e sano composto; borraggine, senape, zafferano, liquerizia, erba cetrina, portulaca, papavero, marrobbio, malvavischio, anagallide o consolida maggiore, enula, ruta, dragonzio, latteride o esula spinosa, che, triturata un poco e cotta, poi bevuta nel vino si dice sia medicina efficace contro il male di ventre; anche issopo, che ripulisce il petto dal catarro, e molte altre erbe medicinali; anche salvia, menta, basilico, santoreggia, maggiorana e altre erbe che offrono al nostro olfatto un odore gradevole». 

Roberta Maddalena, DEI PESCI E DEI GAMBERI

Così come l’acqua ha tanta importanza nella narrazione di Bonvesin, così la hanno i pesci: «E noti, chi lo voglia, l’affermazione mirabile che io faccio a questo punto: se in qualche luogo del nostro territorio si formasse un nuovo lago, che contenesse acqua nuova, la naturale fecondità delle nostre acque e della nostra terra è così grande che da sé, in breve spazio di tempo, esso genererebbe molti pesci».

Roberta Maddalena ha interpretato il tema creando un ambiente immersivo e isolato rispetto al resto della mostra. Il visitatore si trovava proiettato in una dimensione altra, sott’acqua o in uno spazio uterino. Le diverse profondità dell’acqua erano rese attraverso la maggiore o minore definizione dei pesci disegnati sulle pareti, che riproducevano fedelmente l’ittiofauna dei fiumi milanesi, mentre l’audio era realizzato attraverso la registrazione della voce di Maddalena (con Paolo Gozzetti, Murmur Collective).

Francesco Poroli, IL TRIONFO DELLE CILIEGIE

«Producono infatti ciliegie aspre e ciliegie dolci di ogni genere, sia domestiche sia selvatiche, in così grande abbondanza che talora accede se ne trasportino più di sessanta carri in un solo giorno dentro le porte della città; dalla metà di maggio fin quasi alla metà di luglio esse si trovano in vendita in città a qualsiasi ora».

Le ciliegie sono la rappresentazione della ricchezza della città in cui ogni giorno, nella giusta stagione, più di sessanta carri potevano esserne trasportati. Francesco Poroli racconta un passaggio chiave del testo e ha scelto di realizzare il suo progetto attraverso il coinvolgimento di alcuni studenti, il cui affollarsi nelle stanze di Casa Testori per l’allestimento ha restituito il fermento del mercato di Milano descritto da Bonvesin.

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