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Giorni Felici Casa Testori

10. WOUTER KLEIN VELDERMAN, Pampering Industries

in giardino 10
Invitato da Massimo Uberti
Il lavoro e i materiali che uso hanno da sempre caratteri industriali: mezzi di trasporto, strumenti di storaggio, tele di pvc, legni, metallo, oppure oggetti ready made come scaffalature, un mulino a vento, un muletto.
Ciò nonostante, le opere sembrano fragili, vulnerabili. Pur trattando questi materiali con grande cura e amorevoli attenzioni, le sculture possono suscitare nello spettatore sensazioni anche fastidiose. Un camion enorme sembra sul punto di collassare su se stesso, un portapacchi completamente imballato funge da insolito espositore per invendibili “prodotti maniacali”, una scala mobile si è adagiata mollemente su una spiaggia, invece di scavalcarne le dune…
Ponendo l’arte in spazi pubblici, l’artista ha la possibilità  di raggiungere un numero potenzialmente infinito di spettatori; molte persone osserveranno la sua opera, senza che l’artista abbia alcuna relazione con questo suo pubblico. Ciò significa che l’interazione e la profondità  di approccio tra l’opera e ciascuna delle persone che la vedono sarà  diversa. Nella mia ricerca, queste contrapposizioni sono il punto di partenza; gli spazi pubblici ed i materiali con cui lavoro i miei attrezzi.

 

Wouter Klein Velderman è nato a Deventer (Olanda) nel 1979. Vive e lavora ad Amsterdam.

 

The Queen Suite

I Queen sono sempre stati un punto di riferimento per tutto quel che facevo. Li scoprii venti anni fa, come quasi tutti, quando morì Freddie Mercury. La professoressa al Liceo ci insegnava l’inglese facendoci ascoltare Innuendo. Per la prima volta capivo quel che si diceva in una canzone…
Così è naturale che, spesso, ritornino nel mio lavoro. Voglio dire, un artista dovrà  pur parlare di cose che conosce, sente e ama/odia, nei suoi lavori e, giustamente, perchè slegarsi da ambiti più prettamente consumistici quando ne siamo completamente circondati?
I primi lavori video sui Queen sono nati proprio ragionando sul concetto di mito, di star e sulla sua possibilità  di “riproducibilità  tecnica”, parafrasando Walter Benjamin.
È stato naturale, per me, prendere il gruppo che conoscevo meglio, per averlo collezionato per tutti gli anni della mia giovinezza. Il primo passaggio è stato Sburzum & Zizi Live in Budapest ’86, dove, con un attento lavoro di smontaggio e rimontaggio di sequenze prese da Queen Live in Budapest ’86, assieme a Zizi riesco a far cantare a Freddie Mercury – che, tra l’altro, annuncia “questa sera, per la prima volta, canteremo una nuova canzone, speciale, per voi…” leggendo il testo della canzone sulla mano – una ballad scritta da me e dal mio gruppo, i Madhush. In questo modo ho invertito i consueti canoni per i quali sono i gruppi di ragazzini a coverizzare i brani delle band più famose.

Nei due lavori successivi, ed in particolare in The Freddie Mercury Photocopied Concert, quanto viene scardinato è il concetto stesso di originalità  dell’hic et nunc dell’evento, del video del concerto e del rapporto monodirezionale artista-pubblico; tutto ciò attraverso il metodo del “concerto fotocopiato”.
Fotocopiare concerti in effetti è piuttosto semplice: si prende il DVD originale dell’evento, con pazienza ci si mette davanti al pc e si estrapolano tutti i frames in cui appaiono chiaramente tutti i musicisti, il cantante, gli strumenti etc.
A questo punto, con un programma di fotoritocco si portano tutti i frames a grandezza naturale e, divisi in piccole, identiche sezioni, vengono stampati un pezzo alla volta in formato fotocopia (a colori). Armati quindi di forbici e nastro adesivo, si ricompongono i costumi, i volti, gli strumenti, i microfoni dei protagonisti del concerto originale e, una volta indossati, si reinterpreta il concerto diffondendo la musica in playback direttamente dal DVD originale.
Il tutto ripreso dal pubblico coi mezzi più disparati: dalla videocamera alla fotocamera all’iPhone, come nei concerti veri.
Il risultato ottenuto permette di rompere momentaneamente, dal vivo e a seconda delle inquadrature nel filmato finale, il limite tra realtà  e finzione, riportando in vita, nel mondo reale, con della semplice carta qualcosa che non esiste più se non in sequenze analogiche o digitali. Al contempo manifesta i limiti della finzione scenografica, in quanto le fotocopie coprono solo frontalmente gli astanti, per cui la sospensione dell’incredulità  non è mai completa e continua, ma mostra il “re nudo” ad ogni movimento.
Sotto il televisore che trasmette ininterrottamente musica e video – fotocopiati – dei Queen, un mobile contenente la mia raccolta di dischi e libri sull’argomento, come a riprodurre la stanza di un giovane fan, funge da raccordo coi due grandi lavori speculari disposti al muro, realizzati entrambi con la stessa matrice, uno a pennarello e l’altro a collage.
In questa coppia di opere, focalizzo l’attenzione sull’omosessualità  istrionica di Freddie Mercury, sottolineandola semplicemente coi colori dell’arcobaleno. Il suo modo di vivere l’omosessualità  era profondamente diverso da quello di Testori, il quale la considerava una colpa.
Ciò nonostante Giovanni Testori stesso era un grande ammiratore dei Queen, tanto da far risuonare Bohemian Rhapsody in tutte le stanze attorno alla sua, negli ultimi giorni della sua vita, scegliendola come viatico per l’aldilà . Per tale motivo la stanza dei Queen è disposta esattamente tra la stanza della sua giovinezza e quella della sua maturità .

1. Chiara Dynys, Sipario

Stanza 1
In Sipario l’artista volge la sua ricerca attraverso una forma di fotografia spontanea che cattura il mondo esteriore. Non si tratta più di creare luoghi e istallazioni dotati di una sorprendente leggerezza smaterializzata ma di ricercare quelle persone e quei luoghi che, come su di un palco teatrale, spontaneamente si presentano in un’atmosfera leggera, spesso incantata. Le immagini di Sipario sono dunque delle scene teatrali e i fruitori sono il pubblico. Sulla scena il disagio e la depressione delle società  più avanzate si contrappone alla semplicità  situazionale di personaggi che si caratterizzano come immediati e in genere dall’espressione felice e sognante. Sipario è un discorso sull’umanità , sull’energia nella presenza delle persone e sulla loro attuale capacità  di vivere come se si stesse sognando. Quando il Sipario rimane aperto è come se l’artista individuasse un’apertura esistenziale. Quando il Sipario si chiude sulle immagini è come se scomparisse dall’orizzonte una possibilità  di felicità  immediata, anche ingenua, per far posto invece a un vivere più soffocato.

Ho sempre inteso lo spazio come un ambito mentale che trascende la dimensione fisica. Lo spazio è per me un punto che identifica il €˜passaggio’. L’attraversamento, e dunque il punto di partenza e il punto di arrivo che si uniscono nello stesso momento: il momento dell’illusione e dell’inganno, il momento della metafora dell’incontro tra il proprio Sè e il mondo, e quindi tra il proprio Sè e la realtà .
Chiara Dynys

 

Chiara Dynys è nata a Mantova nel 1958. Oggi vive e lavora a Milano. Ha cominciato a esporre nel 1987 alla galleria Vivita Due di Firenze. Nel corso degli anni il suo lavoro si è affermato in importanti gallerie e istituzioni pubbliche, soprattutto in Germania e Svizzera. A Milano è rappresentata dalla galleria Monica De Cardenas, dove ha esposto nel 1993, 1996, 1999, 2002 e nel 2005. Nel 1996 ha esposto a Ginevra al Centre d’Art Contemporain, nel 1998 ha tenuto un’importante mostra presso la galleria Massimo Martino di Mendrisio. Nel 2004 ha esposto al KunstMuseum di Bonn. Nel 2005 ha realizzato un’istallazione permanente al Mart di Rovereto. Al 2006 risale la realizzazione di due installazioni permanenti: nel cortile della Casa dello Studente dell’Accademia di Architettura di Mendrisio e presso la chiesa del Santo Volto di Gesù di Roma. Nel 2007 ha allestito Luce negli occhi alla Rotonda della Besana di Milano dove ha ripercorso, con una sequenza di istallazioni e di ambienti, le tappe più importanti del suo percorso creativo. Negli ultimi anni la sua attività  si è rivolta specialmente alla ricerca nell’ambito cinematografico.

6. ANNALISA PIROVANO, Quelli del piano di sotto

Stanza 6
Quello che mi ha portato verso la pittura è stata l’immensa nostalgia che ogni mattina si rinnova sempre, per la luce dei sogni.
Annalisa Pirovano

Pur essendo un’artista dalle conclamate doti tecniche, le sue opere non soggiacciono mai ad una mera sperequazione stilistica ma pongono sempre l’accento sul primato della narrazione, che vede l’ambiente domestico tramutarsi nel muto palcoscenico di psicodrammi in atto o in divenire. La scena, quasi sempre, è costituita da soggiorni o sale da pranzo immortalate dopo il tramonto in un microcosmo claustrofobico affollato da una moltitudine ossessiva di oggetti. Epicentro della sequenza – per usare un’espressione cinematografica – è sempre la figura umana, ora ripresa di spalle ora frontalmente, immersa in una sorta di passiva attesa. Come altri artisti della sua generazione, Annalisa Pirovano ha orientato fin dall’inizio il proprio percorso nel filone dei cosiddetti pittori della realtà . Nel lavoro della Pirovano questo approccio si carica di valenze estetiche e simboliche peculiari che attingono a diversi ambiti: quello della cultura dei media e della cronaca, esplicitato anche attraverso l’uso sapiente delle monocromie, quello un po’ crepuscolare della cinematografia noir (diciamo alla Tarantino), quello della letteratura minimalista americana alla Truman Capote.
Mimmo di Marzio

 

Annalisa Pirovano è nata a Erba nel 1978. Ha frequentato il corso di scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove vive e lavora. Dalle prime esperienze come scenografa ha scoperto la pittura. Nel 2007 ha partecipato al premio Arte ed è stata selezionata tra i venti finalisti. Nel 2008 ha iniziato una collaborazione con la galleria Obraz di Milano partecipando alla collettiva Lo stato dell’arte. A febbraio 2009 ha inaugurato la sua prima personale Ivicini non fanno rumore a cura di Mimmo Di Marzio. Ad aprile ha partecipato alla collettiva Undercover sempre a cura di Mimmo Di Marzio presso la galleria Wannabee di Milano. A maggio è stata selezionata tra i venti finalisti del premio Como  Contemporany Art Contest e ha partecipato alla mostra presso la Pinacoteca Comunale di Como.

11. GIANRICCARDO PICCOLI, Scale

Stanza 11
Esistono strane coincidenze di un disegno segreto che si disvela nell’esistente e ne conforta il transito. Avevo realizzato un lavoro su delle stanze ed ecco apparire un tema che le porta misteriosamente a Novate. I due grandi teleri in mostra composti da un doppio telaio riflettono una memoria del mio lavoro sottratta alla superficialità  dello sguardo e ridata alla lentezza della contemplazione. Sono flebili garze che allontanano la perentorietà  dei ricordi sottostanti dipinti sulla prima tela e vivono solo dell’emozione che inconsciamente vi riaffiora. Sono i quotidiani lari di una fragilità  dell’essere confortata da cenni di esili affermazioni disegnative, sovente costruiti come oggetti bisognosi di fiducia nell’esplicarsi del filo di ferro che li costruisce e nella carta velina che amorosamente li protegge. “Un velo di polvere inquieta” ricopre in parte di cera la prima garza e rimanda alla segretezza della visione.
Gianriccardo Piccoli

 

Piccoli è un appassionato trovarobe, sempre alla ricerca dell’oggetto di recupero, abbandonato o solo dimenticato in qualche angolo della casa. Perlopiù sono materiali di nessun valore, ripescati in mezzo al bric à  brac che si accumula indisturbato tra gli spazi domestici, poi riempiti di senso in un’orchestrazione messa al servizio di un esile meccanismo narrativo. Una modalità  di lavoro che chiama in causa la recente passione di Piccoli per i disegni dei bambini.
Simone Facchinetti

 

Gianriccardo Piccoli è nato a Milano nel 1941. Si è diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e ora vive e lavora tra Bergamo e Basilea. Negli anni Ottanta la sua ricerca è diventata più incline all’astrazione e alla sperimentazione tecnico – linguistica, mantenendo il disegno indipendente come costante presenza nel suo lavoro. Nel 1984 ha vinto il premio Feltrinelli e nel 1986 ha partecipato alla Biennale di Venezia. È intervenuto in diverse rassegne allestite in sedi pubbliche e private e gli sono state dedicate alcune antologiche: a Wiesbaden nel 1988, a Tenero e a Monza nel 1990. Ha esposto a lungo in Svizzera, stabilendo un rapporto privilegiato con la Galerie Carzaniga di Basilea. Nel 1995 ha realizzato una Via Crucis per la chiesa di Sant’Agostino a Bergamo, con un allestimento di Mario Botta. Nel corso del 2007 la Galleria dello Scudo di Verona ha organizzato una monografica sulla sua opera recente (2001 – 2007). Nello stesso anno ha realizzato Palinsesto di cenere, monumentale installazione creata appositamente per l’Oratorio di San Lupo a Bergamo. Da pochi giorni si è conclusa la sua personale Stanze per Villa Panza a Villa Panza a Biumo.

8. MASSIMO KAUFMANN, Ossa mea

Stanza 8

L’opera d’arte è una risposta ad una domanda che non può essere formulata.
Massimo Kaufmann

Che cosa sono queste grandi superficie pittoriche se non una forma esplicita di “eccezione”- se non una messa in questione di questo nocciolo fondativo del fare arte? È a partire da simili suggestioni che dovremmo dire che gli esercizi di Kaufmann costituiscono una nuova forma di domanda: una domanda fatta nè più nè meno che con i mezzi stessi, e la stessa tecnica, del “domandare”. Ciò significa che con questo suo ritorno ostinato alla pittura, Kaufmann ci costringe ad un salto mentale, ad un “esercizio”, che va dunque molto oltre lo “specifico” pittorico: si tratta insieme di abilità  di mano e d’occhio, orecchio “musicale”, senso del “ritmo” (temine che in greco significa anche “numero”), ma anche del “rito”, tenuti insieme dall’applicazione rigorosa di una regola e di un metodo, che dobbiamo avere la paziente disciplina di “riconoscere”.

Marco Senaldi

 

Massimo Kaufmann è nato nel 1963 a Milano, vive e lavora tra Milano e New York. Ha studiato Lettere e Filosofia presso l’Università  Statale di Milano. Ha iniziato la sua carriera collaborando con alcune riviste, in particolare Flash Art, per poi affermarsi come esponente di rilievo della generazione artistica dei primi anni ’90. Ha esposto in numerose gallerie e istituzioni pubbliche italiane, europee e statunitensi, tra le quali: lo Studio Guenzani di Milano nel 1987, 1988, 1992 e nel 1995, Palazzo della Permanente di Milano nel 2001, la Galleria Sperone di New York nel 1994 e il Museo d’Arte Contemporaneo di Nizza nel 1997. Una sua opera è stata recentemente acquistata dal MAMBO di Bologna. La sua pittura più recente si inserisce in un ambito astratto di mappe, reticoli, come città  che si sviluppano a dismisura in esplosioni di colore. Nel 2004 ha esposto Apriti cielo, presentando questo nuovo ciclo di lavori nella galleria 1000eventi di Milano. Nel 2006 si è tenuta presso la Galleria Astuni di Pietrasanta la mostra 24 h – Massimo Kaufmann e nel 2007 la Galleria In Arco di Torino, con la quale collabora dal 1991, ha ospitato la mostra Bubbles.