Easy Come

Rocco (Siffredi) e i suoi fratelli

Questa stanza è stata l’ultima che ho ideato e realizzato per la mostra.
Nel realizzarla pensavo al lavoro di Martin Creed, e ad un racconto di Luigi Polla. Quando Luigi lo conobbe – mi diceva una sera – Martin, che era un ragazzino, gli tirò fuori una pepiera ed una saliera rifatte in rame e acciaio. Gliele appoggiò lì, sul tavolino su cui stavano mangiando. Erano praticamente invisibili, fra i piatti e le stoviglie. Gli spiegò che, per indole, non aveva voglia di fare nulla. Ma NON fare nulla era impossibile, per un artista. Allora, ogni volta, trovava la maniera di fare, realizzare la cosa più vicina al nulla, il minimo sforzo.
Mi ha sempre colpito questo racconto (ripenso ai suoi palloncini pieni d’aria della galleria, ai fogli accartocciati, ai metronomi..). Così pensai che la stanza semi-vuota sarebbe stata perfetta per chiudere il percorso ideale della mostra. Anche perchè, a quel punto, ero troppo stanco per qualsiasi altra cosa.
Fatto sta che, tra tutto, mancava un qualcosa, un appiglio alla violenza gergale delle storie testoriane, e parlo di storie inventate e vissute. Mi venne in mente allora la sua amicizia/inimicizia con Luchino Visconti. Visconti che aveva preso ispirazione dai suoi Racconti del Ponte della Ghisolfa per Rocco e i suoi fratelli. Erano amici e si stimavano, all’epoca; poi successe che per un ruolo promesso e non dato ad Alain – compagno di Testori – in Ludwig, Giovanni si incazzò come una bestia e prese ad odiarlo a morte (fino a presentare pubbliche scuse dopo la morte di Visconti) tanto che nell’inedito epilogo dell’Ambleto si scagliò contro il “sozzialista registore” insultandolo e affibbiandogli vizi e perversioni: “in te amare è avere un cazzo di cane da leccare”.
Per questo ho preso come spunto la locandina di Rocco e i suoi fratelli, in cui è raffigurato Simone che violenta Nadia. La violenza del gesto è mitigata dalla trasparenza invisibile dell’immagine ottenuta grattando il vetro opaco della portafinestra, cui fa da contraltare, microscopico, sulla parete di sinistra, Ceci n’est pas une pipe, opera realizzata per la personale Postmodern nel 2006. Qui il rapporto uomo/donna è capovolto (letteralmente, la donna sta sopra) e la citazione magrittiana sta a spiegare anche qui “cos’è l’amore”, giocando sul fatto che “pipe” in francese ha un doppio significato: pipa – come tutti ben sappiamo – e pompino, appunto…

Lo Studio Testori

Per realizzare questa stanza ho tenuto presente una delle rare foto che ritrae Giovanni Testori nel suo studio privato. Qui lo scrittore custodiva i quadri raffiguranti nudi di uomini che attribuiva a Courbet e Gèricault. In questa foto, si notano cinque quadri sullo sfondo, sopra la libreria. Di quattro si hanno notizie e dimensioni certe, del quinto – il torso di uomo sopra il ritratto di moro – non si sa nulla.
Guardando la foto, ho riprodotto nella loro posizione originale i quattro quadri noti, utilizzando solamente la materia di cui era composta la parete, ovvero gli strati di pittura, gli intonaci fino al cemento ed i mattoni, come per la stanza con l’immagine della famiglia Testori al completo. In questo lavoro è l’assenza a parlare: quando togliamo un quadro che è stato appeso alla parete per lungo tempo, ci accorgiamo che sul muro rimane, lì dove era il quadro, una silhouette più scura, preservata dall’usura della luce e della polvere. Partendo dall’ìdea di quella traccia lasciata dai quadri, sono arrivato ad immaginare che l’intera figura fosse rimasta impressa sul muro che, perforato, tagliato, scavato, ha infine restituito il ricordo che tratteneva.
Esattamente di fronte ai quattro quadri scavati nel muro, un televisore al plasma propone una selezione di 13 video, tutti riguardanti l’Arte e la Storia dell’Arte, e realizzati con la regia di Zizi (Marco Marcassoli) tra il 2003 ed il 2006.
Tutti i video sono una riflessione – critica e non – sull’Arte, sui suoi meccanismi, sulla storia stessa dell’arte e sul rapporto tra artista ed opera, e trovano qui, in quello che era lo studio in cui Testori passava gran parte del suo tempo osservando e scrivendo, il loro posto naturale.
Dagli Haiku, sorta di tableaux vivants o di piccoli sketch sulle pretese dell’arte contemporanea e non, fino a 150 chiodini di plastica per esprimere il tuo talento artistico in cui immagino di riportare una serie di celebri artisti moderni ai sei anni di età  e di dare loro in mano dei chiodini di plastica per vederli riprodurre le loro opere più celebri nelle forme più semplici, e CH, in cui, con Stefano Arienti e Luca Francesconi tra i protagonisti, un museo viene preso d’assalto – sulla falsariga del Batman di Tim Burton – e tutte le opere distrutte e deturpate in nome di una nuova, violenta avanguardia ultrafuturista.

The Queen Suite

I Queen sono sempre stati un punto di riferimento per tutto quel che facevo. Li scoprii venti anni fa, come quasi tutti, quando morì Freddie Mercury. La professoressa al Liceo ci insegnava l’inglese facendoci ascoltare Innuendo. Per la prima volta capivo quel che si diceva in una canzone…
Così è naturale che, spesso, ritornino nel mio lavoro. Voglio dire, un artista dovrà  pur parlare di cose che conosce, sente e ama/odia, nei suoi lavori e, giustamente, perchè slegarsi da ambiti più prettamente consumistici quando ne siamo completamente circondati?
I primi lavori video sui Queen sono nati proprio ragionando sul concetto di mito, di star e sulla sua possibilità  di “riproducibilità  tecnica”, parafrasando Walter Benjamin.
È stato naturale, per me, prendere il gruppo che conoscevo meglio, per averlo collezionato per tutti gli anni della mia giovinezza. Il primo passaggio è stato Sburzum & Zizi Live in Budapest ’86, dove, con un attento lavoro di smontaggio e rimontaggio di sequenze prese da Queen Live in Budapest ’86, assieme a Zizi riesco a far cantare a Freddie Mercury – che, tra l’altro, annuncia “questa sera, per la prima volta, canteremo una nuova canzone, speciale, per voi…” leggendo il testo della canzone sulla mano – una ballad scritta da me e dal mio gruppo, i Madhush. In questo modo ho invertito i consueti canoni per i quali sono i gruppi di ragazzini a coverizzare i brani delle band più famose.

Nei due lavori successivi, ed in particolare in The Freddie Mercury Photocopied Concert, quanto viene scardinato è il concetto stesso di originalità  dell’hic et nunc dell’evento, del video del concerto e del rapporto monodirezionale artista-pubblico; tutto ciò attraverso il metodo del “concerto fotocopiato”.
Fotocopiare concerti in effetti è piuttosto semplice: si prende il DVD originale dell’evento, con pazienza ci si mette davanti al pc e si estrapolano tutti i frames in cui appaiono chiaramente tutti i musicisti, il cantante, gli strumenti etc.
A questo punto, con un programma di fotoritocco si portano tutti i frames a grandezza naturale e, divisi in piccole, identiche sezioni, vengono stampati un pezzo alla volta in formato fotocopia (a colori). Armati quindi di forbici e nastro adesivo, si ricompongono i costumi, i volti, gli strumenti, i microfoni dei protagonisti del concerto originale e, una volta indossati, si reinterpreta il concerto diffondendo la musica in playback direttamente dal DVD originale.
Il tutto ripreso dal pubblico coi mezzi più disparati: dalla videocamera alla fotocamera all’iPhone, come nei concerti veri.
Il risultato ottenuto permette di rompere momentaneamente, dal vivo e a seconda delle inquadrature nel filmato finale, il limite tra realtà  e finzione, riportando in vita, nel mondo reale, con della semplice carta qualcosa che non esiste più se non in sequenze analogiche o digitali. Al contempo manifesta i limiti della finzione scenografica, in quanto le fotocopie coprono solo frontalmente gli astanti, per cui la sospensione dell’incredulità  non è mai completa e continua, ma mostra il “re nudo” ad ogni movimento.
Sotto il televisore che trasmette ininterrottamente musica e video – fotocopiati – dei Queen, un mobile contenente la mia raccolta di dischi e libri sull’argomento, come a riprodurre la stanza di un giovane fan, funge da raccordo coi due grandi lavori speculari disposti al muro, realizzati entrambi con la stessa matrice, uno a pennarello e l’altro a collage.
In questa coppia di opere, focalizzo l’attenzione sull’omosessualità  istrionica di Freddie Mercury, sottolineandola semplicemente coi colori dell’arcobaleno. Il suo modo di vivere l’omosessualità  era profondamente diverso da quello di Testori, il quale la considerava una colpa.
Ciò nonostante Giovanni Testori stesso era un grande ammiratore dei Queen, tanto da far risuonare Bohemian Rhapsody in tutte le stanze attorno alla sua, negli ultimi giorni della sua vita, scegliendola come viatico per l’aldilà . Per tale motivo la stanza dei Queen è disposta esattamente tra la stanza della sua giovinezza e quella della sua maturità .

Cosa importa se sono caduto?

Questo lavoro inizialmente nasce da una canzone,  la cover di Tainted Love dei Soft Cell.
Più che al brano in sè, mi riferisco al video, con le costellazioni che prendono vita e, sotto forma di ballerine composte di stelle, spingono un ragazzo a scappare di casa e lasciare il suo amore insano.
Immediatamente ho pensato di utilizzare le stelline fluorescenti, quelle autoadesive che si applicano sul soffitto nelle stanze dei bambini, per ricreare una situazione che sdrammatizzasse l’enfasi nietzschiana dell’opera nella stanza accanto – 120578, in cui metto al mondo me stesso ed il mondo bucando il cielo a forza di spari di mitraglia – e che fosse preludio a quella successiva, genuinamente ludica nell’utilizzo dell’icona pop di Freddie Mercury versione anni ’80.
Naturalmente il lavoro sarebbe risultato troppo leggero se non avessi messo in rapporto le stelline fluorescenti con un materiale “poverista”, “antico” e carico di significati opposti, come la carta carbone che, opaca, cattura e mastica luci e colori, inghiottendoli nel nero.
Nel pensare a quest’opera e al contrasto, così forte, tra il bianco luminescente ed il nero totale, mi è venuta in mente l’immagine di mia madre il giorno delle nozze in chiesa. Contrariamente a tutte le spose era vestita totalmente di nero. Da piccolo, ricordo di averle chiesto il perchè ogni volta che tirava fuori l’album di famiglia per farlo vedere a qualche coppia di amici. Risposta di mia madre: “Eh, mi piaceva così”.
Allora sono andato a cercare una di quelle foto, ne volevo una in cui sia lei che mio padre fossero “distratti” da qualcosa. E l’ho trovata. Si vedeva chiaramente che tutti e tre (compreso mio nonno) stavano osservando ed indicando qualcosa in terra. Li ho presi e trasportati nel bosco di notte, dove senza luce non vedi ad un palmo dal naso. E così, semi invisibile, è questo bosco, rimasto impresso in negativo sulla carta carbone che ho posto sotto ai fogli sui quali ho eseguito il grande disegno a matita non esposto e qui riprodotto. Ovviamente, riportato in negativo, il vestito nero di mia madre appare invece più chiaro rispetto al nero dello sfondo: il processo di sbiancamento si completa sulla parete di fronte dove, a luci spente (un timer alterna un minuto di luce ad uno di buio), si possono osservare le sagome speculari di Anna e Nicola scintillare, composte di migliaia di bianche stelle fluorescenti. In terra, in un mucchio disordinato, altre migliaia di stelle luminose, unico elemento visibile sia a luci spente che a luci accese e in rapporto diretto con le due immagini che altrimenti non si incrocerebbero. Racconta di un amore che dura ogni giorno, nonostante tutto, e lo fa con naturalezza, adattandosi al suolo spontaneamente, in chiara opposizione alla visione violenta dell’amore nella stanza di fronte: vedi la scheda di Rocco (Siffredi) e i suoi fratelli.

120578

Questo lavoro, realizzato appositamente per Casa Testori, ha radici lontane: nasce infatti da un’idea per un lightbox intitolato My Birthday che presentai a Ginevra un paio d’anni fa, dopo uno sciagurato viaggio con Zizi ed Eugenia. L’opera raffigurava me che, con una rivoltella in mano, sparavo verso il cielo bucandolo e ridisegnando così, con la luce retrostante, l’esatta disposizione delle costellazioni che si poteva osservare da Bergamo il 12 maggio 1978, giorno della mia nascita.
Nei vari sopralluoghi a Casa Testori, mi è stata sempre fatta notare l’importanza della grande stanza al piano di sopra, in cui Testori era stato concepito, era nato, in cui erano morti entrambi i genitori ed in cui lui, dopo la morte della madre, si era trasferito.
Mi è sembrato naturale pensare di riproporre quel concetto di nascita, allargandolo però a tutta la stanza e rendendolo allo stesso tempo globale ed intimo, attraverso la videoproiezione separata in due stanze. Nel locale adiacente alla grande stanza patriarcale, al buio, ci sono io (videoanimato e proiettato) che sparo a ripetizione verso il muro opposto, quello contiguo alla grande stanza dove, man mano che proseguono i colpi, sul soffitto si disegna l’esatta  disposizione delle costellazioni che, appunto, si vedeva dalla Lombardia il giorno della mia nascita. Questo fila liscio come l’olio, ho pensato. Ma mi serviva qualcosina di più, e mi son messo a spulciare tra le foto del giovane Testori, finchè alzo lo sguardo alla biografia e leggo:
Giovanni Testori (Novate Milanese, 12 maggio 1923 – Milano, 16 marzo 1993).
Stupito, mi accorgo che non devo cercare più nulla, siamo nati lo stesso giorno.

Appunti per una guerriglia

In questa camera sono raccolti tre lavori (due video ed uno installativo) che proseguono il cammino a ritroso dalle origini della Famiglia Testori fino alla nascita di Testori, sempre alternando i livelli di narrazione dalla mia storia alla sua.
Questa è la stanza dei bambini.
Appunti per una guerriglia, realizzato con semplici chiodini di plastica per bambini e del polistirolo, è un chiaro rimando, esplicito nel titolo e nei materiali, all’Arte Povera ed al suo “manifesto” che Celant pubblicò su ’Flash Art’ nel novembre del ’67: qui la tautologia sta nei bambini (i miei nipoti ed un loro amico) che, composti di chiodini, cercano, scavando nel polistirolo, altri chiodini per ricostruire “l’identificazione uomo-natura”, il mostro primordiale col cranio di uomo, per un “ritorno alla progettazione limitata ed ancillare, in cui l’uomo è il fulcro e il fuoco della ricerca, non più il mezzo e lo strumento”. L’opera venne realizzata nel 2008 per la mostra L’origine delle specie da Biagiotti Progetto Arte a Firenze, a chiusura di un ciclo di sette pezzi, tutti realizzati con chiodini di plastica su polistirolo.
Sulla parete opposta all’installazione, un televisore propone due video realizzati a distanza di sei anni uno dall’altro ma accomunati dalla rivisitazione ludica di classiche storie per adulti.
In Nickelodeon, il Frankenweenie di Tim Burton (che già  parla, tra l’altro, di un piccolo Frankenstein che ridà  vita al suo cane), viene fotocopiato fotogramma per fotogramma e quindi rimontato facendo scorrere, a mano, tutte le circa 10.000 fotocopie di fronte alla telecamera, riottenendo esattamente la sequenza originale del film in cui il montaggio e la regia sono, però, effettivamente affidate alla mano, ben visibile, dell’artista.
In Bawitdaba due animali giocattolo, una scimmia ed un maiale di plastica, attraverso un blob cinematografico in cui ogni scena è ricostruita con materiali di recupero ed in cui l’audio è preso esattamente dall’originale del film, interpretano i miti del grande cinema, da Il Dottor Stranamore a Shining, da The Blair Witch Project a Nosferatu e Qualcuno volò sul nido del cuculo e così via. Ripropongo sempre con affetto questo video: è la prima opera che mostrai in una vera mostra (Italian Boys da Analix Forever a Ginevra) e fu anche la prima che vendetti, con grande gioia mia e di Zizi (regista del video) che ci beccammo, a testa, la bellezza di 125 euro.

Family Matters

Otto sotto un tetto è il titolo italiano per la sit-com americana Family Matters.
Di otto membri era composta la famiglia Testori: mamma, papà , due figli maschi e quattro femmine. Ci si dava da fare all’epoca, quando la sera non c’era la televisione.
L’immagine rappresentata è tratta da una foto, l’unica che ho trovato con tutta la famiglia al completo ed in posa davanti ad uno dei grandi alberi del giardino della villa.
L’opera è realizzata intagliando direttamente il muro e portando alla luce, di volta in volta, gli strati di pittura, gli intonaci, il cemento ed i mattoni: è una tecnica che, in precedenza, avevo utilizzato solo una volta, in occasione di Pindemonte a Ginevra.
Ricordo bene, era Natale. A Natale mi vengono sempre nuove idee, non so perchè. Ero in bagno – come Freddie Mercury quando compose Crazy little thing called love, solo che lui era nella vasca da bagno, io sulla tazza del cesso – e stavo sfogliando un catalogo del CesaC di Cuneo. Ad un certo punto mi si para dinanzi una foto col lavoro di William Anastasi. Una striscia di muro scavata a picconate, e le macerie abbandonate lì, proprio sotto la striscia, come se fosse passato un dio a incidere la roccia col suo mignolo. Illuminante, pensai. Da lì scrissi un’email a Barbara, che mi chiedeva un’idea nuova per la mostra in programma da Analix a maggio. E pensai a queste figure, questi “guardiani” incisi nel muro della galleria, e alle loro ceneri, racchiuse in urne sottostanti. Ricordavo benissimo che su quelle pareti, erano intervenuti pittoricamente decine di artisti, da Julian Opie a Martin Creed, da Matt Collishaw ad Alex Cecchetti a Luca Francesconi, da Jessica Diamond fino a me stesso un paio di volte, e pensai che, piano piano, con un taglierino e molta pazienza, si potevano ritrovare tutti gli strati di pittura, ricostruendo la storia archeologica della galleria semplicemente portando alla luce tutti quei colori.
Pian piano l’idea prese forma e si trasformò in Pindemonte, ovvero una sorta di allegra danse macabre in cui diciotto personaggi, saltando, giocando, scopando, corrono dritti tra le braccia della morte. E tutte le ceneri raccolte in 18 urne, come un piccolo cimitero della pittura. Ricordo che, per la prima volta in vita mia, piansi di commozione una volta finita l’opera, dopo notti insonni passate a grattare decine di metri quadri col taglierino.
Così anche qui a Casa Testori ho lasciato che fossero i muri a parlare: come se fossero stati impregnati di sostanze fotosensibili, ci restituiscono le sembianze delle persone che hanno vissuto qui negli anni passati, presenze che ancora impregnano (credeteci, da uno che ha passato le notti lì dentro), benevole, tutte le venti stanze…

Protocollages

Questi collages sono forieri di buoni e cattivi ricordi personali.
Buoni perchè, dopotutto, sono i primi collages che io abbia mai realizzato in vita mia. Era l’estate, più esattamente il giugno del 2003 e cercavo una soluzione formale che mi consentisse di abbandonare le bombolette spray che stavo utilizzando in quel periodo – erano troppo fredde e rigide – e mi resi conto che, appunto, la soluzione era sotto i miei occhi: invece di buttare via le mascherine cartacee che utilizzavo per creare i quadri con lo spray, provai ad utilizzarle direttamente incollandole una sopra l’altra. Pian piano mi accorsi che erano formalmente ineccepibili, e mi davano la stessa libertà  che avevo sempre provato nella pratica della linoleografia e dell’incisione in generale. Ecco, direi che il vero e proprio punto di partenza per i miei primi collages furono le xilografie di Munch e Hokusai ed i linoleum di Picasso, oltre che  i paesaggi anemici di Schifano e gli aquerelli di Nolde per quanto concerne gli sfondi informali.
Da allora ho sempre portato avanti questa forma di lavoro attraverso gli anni, parallelamente a tutto il resto delle opere, come fosse un leitmotiv che scorre sotterraneo a tutto quel che faccio. Anche qui seguendo l’esempio di Emil Nolde che produsse i suoi semplicissimi acquerelli durante tutto l’arco della sua vita, mentre il suo lavoro mainstream procedeva in direzioni sempre diverse. Ad oggi, ho modificato i miei collage nel tempo reinterpretandoli in bianco su bianco, sostituendo le veline e gli spilli alla carta e la colla, reinventandoli scavando nel cartone o inchiodando carte ai muri, ma rappresentano sempre un momento catartico – così come i disegni – in cui riesco a fermarmi e fare il punto della situazione.
Ah, dicevo all’inizio: brutti ricordi. Passai una settimana, tra il 3 ed il 10 giugno, chiuso in casa, nel mio garage, a ritagliare carta senza parlare a nessuno, senza mangiare quasi, senza vedere la luce del sole per la rabbia ed il nervoso. Il tema di tutti questi collages, la guerra, deriva da queste sensazioni. Era estate ed eravamo appena retrocessi in serie B dopo il famoso spareggio con la Reggina. Che delusione. Ricordo bene tutto, purtroppo, dal goal illusorio di Natali alla cappellata di Taibi ai porconi a – soprattutto – gli scontri del dopo partita. Ore ed ore di scontri. Quelli furono alla base di questi collages, quel senso di sconfitta inutile.
Certo sembra banale a raccontarlo, ma provate a viverlo.

Easy come, easy go

Camminando con Julia per le stanze di Casa Testori, durante il primo sopralluogo per la mostra,  finiamo nel grande salone, la stanza più grande della casa. Controllo le misure, faccio due calcoli e mi accorgo che, lì, Johnny ci sta alla perfezione. Così provo ad abbassare le tapparelle per valutare il grado di oscurità  della stanza, pensando alla videoproiezione.
Nell’abbassarle, mi accorgo di uno strano disegno che la luce esterna crea tra i fori delle tapparelle. Chiedo a Pietro, che è lì in parte, cosa sia, e mi spiega che è l’ombra delle inferriate decorate poste davanti alle finestre. Mi giro e guardo le tre grandi finestre della veranda absidata, e subito immagino di tappare alcuni dei fori delle tapparelle con del nastro adesivo.
Il principio è semplice, è quello delle ombre cinesi, dei teatrini di fine Ottocento: una sagoma e una luce retroproiettata.
Indagando sulla funzione delle diverse stanze della casa, scopro che proprio nella veranda venivano portati i corpi dei cari defunti per l’ultimo saluto: sulle tre grandi tapparelle raffiguro, così, una Deposizione e Trasporto di Cristo, sfruttando per le tre croci l’asse centrale in legno delle portefinestre e mettendo in aperto dialogo l’opera con l’antistante Crocifissione di Velazquez riportata, divisa, nella videoinstallazione Johnny.
Il legame semantico fra le due opere è rafforzato, tra l’altro, dalla vicenda stessa del soldato Johnny che – come raffigurato in basso a destra nell’installazione – viene colpito e mutilato da una granata proprio mentre sta trasportando verso la trincea il corpo di un caduto.
Il titolo, ironico, dell’opera, Easy come, easy go (che è poi il titolo di tutta la mostra), sottolinea la precarietà  della condizione umana e perfino divina, sia attraverso la raffigurazione della croce vuota che attraverso il supporto tecnico utilizzato (la tapparella mezza abbassata): così come arriva, il Salvatore se ne va.

Libraries are not made, they grow

L’ultilizzo della fotocopia ricorre spesso nel mio lavoro. Dopo aver fotocopiato l’intera galleria Analix Forever nel 2007, l’anno successivo mi ritrovai a New York, all’Italian Academy della Columbia University. Qui avevano questa bellissima (esteticamente) biblioteca, enorme, calda, accogliente: veniva voglia di sdraiarsi sui grandi divani e leggere libri tutto il giorno, non fosse che i volumi erano disposti a caso e mancava un indice, una catalogazione.
Questo perchè, pare, tutta la grande collezione di libri dell’Italian Academy era stata venduta (credo alla Columbia) ed il Governo Italiano soltanto dopo molti anni aveva pensato bene di inviare decine di scatoloni contenenti migliaia di libri sfusi, dalla letteratura alla storia dell’arte. Disposti lì uno accanto all’altro, i volumi erano sì bellissimi e nuovi (quasi tutti ancora incellophanati), ma praticamente inutilizzabili.
Mi colpì molto il concetto di “facciata”, in cui il libro diventa oggetto d’arredamento (il fatto che le librerie dell’Academy fossero vuote, tempo prima, aveva fatto storcere riprovevolmente il naso a parecchi professoroni della Columbia che le osservavano passeggiando per la Amsterdam Avenue), e pertanto decisi di creare io stesso un indice dei libri, semplicemente fotocopiando tutta la biblioteca, pezzo per pezzo, e re-installando le fotocopie sui libri veri. Al contempo, per facilitare la fruizione della nuova libreria fotocopiata, rilegai due differenti copie di tutte le circa 1360 immagini utilizzate in due grossi cataloghi di due volumi l’uno. La metonimia così ottenuta, il contenente per il contenuto (la libreria DENTRO i libri), permetteva al visitatore di sfogliare rapidamente tutte le coste dei libri presenti nella biblioteca e trovare così, con meno difficoltà , il volume desiderato.
Da qui l’idea di ri-costruire questa biblioteca “viaggiante” a Casa Testori: i files originali delle immagini sono stati riadattati alle misure della stanza che fungeva da studio per Giovanni Testori e i nipoti, e ne ricoprono le pareti simulando la presenza di libri e scaffali.
Il fatto che questa biblioteca sia, per sua natura intrinseca fin dall’inizio, easy come, easy go, la rende particolarmente adatta ai muri di Casa Testori, dove Giovanni era solito tenere la sua vera biblioteca, ovvero i quadri della sua collezione che, una volta studiati e sviscerati, venivano prontamente sostituiti da nuove tele di diversi autori.