easy come easy go

Rocco (Siffredi) e i suoi fratelli

Questa stanza è stata l’ultima che ho ideato e realizzato per la mostra.
Nel realizzarla pensavo al lavoro di Martin Creed, e ad un racconto di Luigi Polla. Quando Luigi lo conobbe – mi diceva una sera – Martin, che era un ragazzino, gli tirò fuori una pepiera ed una saliera rifatte in rame e acciaio. Gliele appoggiò lì, sul tavolino su cui stavano mangiando. Erano praticamente invisibili, fra i piatti e le stoviglie. Gli spiegò che, per indole, non aveva voglia di fare nulla. Ma NON fare nulla era impossibile, per un artista. Allora, ogni volta, trovava la maniera di fare, realizzare la cosa più vicina al nulla, il minimo sforzo.
Mi ha sempre colpito questo racconto (ripenso ai suoi palloncini pieni d’aria della galleria, ai fogli accartocciati, ai metronomi..). Così pensai che la stanza semi-vuota sarebbe stata perfetta per chiudere il percorso ideale della mostra. Anche perchè, a quel punto, ero troppo stanco per qualsiasi altra cosa.
Fatto sta che, tra tutto, mancava un qualcosa, un appiglio alla violenza gergale delle storie testoriane, e parlo di storie inventate e vissute. Mi venne in mente allora la sua amicizia/inimicizia con Luchino Visconti. Visconti che aveva preso ispirazione dai suoi Racconti del Ponte della Ghisolfa per Rocco e i suoi fratelli. Erano amici e si stimavano, all’epoca; poi successe che per un ruolo promesso e non dato ad Alain – compagno di Testori – in Ludwig, Giovanni si incazzò come una bestia e prese ad odiarlo a morte (fino a presentare pubbliche scuse dopo la morte di Visconti) tanto che nell’inedito epilogo dell’Ambleto si scagliò contro il “sozzialista registore” insultandolo e affibbiandogli vizi e perversioni: “in te amare è avere un cazzo di cane da leccare”.
Per questo ho preso come spunto la locandina di Rocco e i suoi fratelli, in cui è raffigurato Simone che violenta Nadia. La violenza del gesto è mitigata dalla trasparenza invisibile dell’immagine ottenuta grattando il vetro opaco della portafinestra, cui fa da contraltare, microscopico, sulla parete di sinistra, Ceci n’est pas une pipe, opera realizzata per la personale Postmodern nel 2006. Qui il rapporto uomo/donna è capovolto (letteralmente, la donna sta sopra) e la citazione magrittiana sta a spiegare anche qui “cos’è l’amore”, giocando sul fatto che “pipe” in francese ha un doppio significato: pipa – come tutti ben sappiamo – e pompino, appunto…

Lo Studio Testori

Per realizzare questa stanza ho tenuto presente una delle rare foto che ritrae Giovanni Testori nel suo studio privato. Qui lo scrittore custodiva i quadri raffiguranti nudi di uomini che attribuiva a Courbet e Gèricault. In questa foto, si notano cinque quadri sullo sfondo, sopra la libreria. Di quattro si hanno notizie e dimensioni certe, del quinto – il torso di uomo sopra il ritratto di moro – non si sa nulla.
Guardando la foto, ho riprodotto nella loro posizione originale i quattro quadri noti, utilizzando solamente la materia di cui era composta la parete, ovvero gli strati di pittura, gli intonaci fino al cemento ed i mattoni, come per la stanza con l’immagine della famiglia Testori al completo. In questo lavoro è l’assenza a parlare: quando togliamo un quadro che è stato appeso alla parete per lungo tempo, ci accorgiamo che sul muro rimane, lì dove era il quadro, una silhouette più scura, preservata dall’usura della luce e della polvere. Partendo dall’ìdea di quella traccia lasciata dai quadri, sono arrivato ad immaginare che l’intera figura fosse rimasta impressa sul muro che, perforato, tagliato, scavato, ha infine restituito il ricordo che tratteneva.
Esattamente di fronte ai quattro quadri scavati nel muro, un televisore al plasma propone una selezione di 13 video, tutti riguardanti l’Arte e la Storia dell’Arte, e realizzati con la regia di Zizi (Marco Marcassoli) tra il 2003 ed il 2006.
Tutti i video sono una riflessione – critica e non – sull’Arte, sui suoi meccanismi, sulla storia stessa dell’arte e sul rapporto tra artista ed opera, e trovano qui, in quello che era lo studio in cui Testori passava gran parte del suo tempo osservando e scrivendo, il loro posto naturale.
Dagli Haiku, sorta di tableaux vivants o di piccoli sketch sulle pretese dell’arte contemporanea e non, fino a 150 chiodini di plastica per esprimere il tuo talento artistico in cui immagino di riportare una serie di celebri artisti moderni ai sei anni di età  e di dare loro in mano dei chiodini di plastica per vederli riprodurre le loro opere più celebri nelle forme più semplici, e CH, in cui, con Stefano Arienti e Luca Francesconi tra i protagonisti, un museo viene preso d’assalto – sulla falsariga del Batman di Tim Burton – e tutte le opere distrutte e deturpate in nome di una nuova, violenta avanguardia ultrafuturista.

The Queen Suite

I Queen sono sempre stati un punto di riferimento per tutto quel che facevo. Li scoprii venti anni fa, come quasi tutti, quando morì Freddie Mercury. La professoressa al Liceo ci insegnava l’inglese facendoci ascoltare Innuendo. Per la prima volta capivo quel che si diceva in una canzone…
Così è naturale che, spesso, ritornino nel mio lavoro. Voglio dire, un artista dovrà  pur parlare di cose che conosce, sente e ama/odia, nei suoi lavori e, giustamente, perchè slegarsi da ambiti più prettamente consumistici quando ne siamo completamente circondati?
I primi lavori video sui Queen sono nati proprio ragionando sul concetto di mito, di star e sulla sua possibilità  di “riproducibilità  tecnica”, parafrasando Walter Benjamin.
È stato naturale, per me, prendere il gruppo che conoscevo meglio, per averlo collezionato per tutti gli anni della mia giovinezza. Il primo passaggio è stato Sburzum & Zizi Live in Budapest ’86, dove, con un attento lavoro di smontaggio e rimontaggio di sequenze prese da Queen Live in Budapest ’86, assieme a Zizi riesco a far cantare a Freddie Mercury – che, tra l’altro, annuncia “questa sera, per la prima volta, canteremo una nuova canzone, speciale, per voi…” leggendo il testo della canzone sulla mano – una ballad scritta da me e dal mio gruppo, i Madhush. In questo modo ho invertito i consueti canoni per i quali sono i gruppi di ragazzini a coverizzare i brani delle band più famose.

Nei due lavori successivi, ed in particolare in The Freddie Mercury Photocopied Concert, quanto viene scardinato è il concetto stesso di originalità  dell’hic et nunc dell’evento, del video del concerto e del rapporto monodirezionale artista-pubblico; tutto ciò attraverso il metodo del “concerto fotocopiato”.
Fotocopiare concerti in effetti è piuttosto semplice: si prende il DVD originale dell’evento, con pazienza ci si mette davanti al pc e si estrapolano tutti i frames in cui appaiono chiaramente tutti i musicisti, il cantante, gli strumenti etc.
A questo punto, con un programma di fotoritocco si portano tutti i frames a grandezza naturale e, divisi in piccole, identiche sezioni, vengono stampati un pezzo alla volta in formato fotocopia (a colori). Armati quindi di forbici e nastro adesivo, si ricompongono i costumi, i volti, gli strumenti, i microfoni dei protagonisti del concerto originale e, una volta indossati, si reinterpreta il concerto diffondendo la musica in playback direttamente dal DVD originale.
Il tutto ripreso dal pubblico coi mezzi più disparati: dalla videocamera alla fotocamera all’iPhone, come nei concerti veri.
Il risultato ottenuto permette di rompere momentaneamente, dal vivo e a seconda delle inquadrature nel filmato finale, il limite tra realtà  e finzione, riportando in vita, nel mondo reale, con della semplice carta qualcosa che non esiste più se non in sequenze analogiche o digitali. Al contempo manifesta i limiti della finzione scenografica, in quanto le fotocopie coprono solo frontalmente gli astanti, per cui la sospensione dell’incredulità  non è mai completa e continua, ma mostra il “re nudo” ad ogni movimento.
Sotto il televisore che trasmette ininterrottamente musica e video – fotocopiati – dei Queen, un mobile contenente la mia raccolta di dischi e libri sull’argomento, come a riprodurre la stanza di un giovane fan, funge da raccordo coi due grandi lavori speculari disposti al muro, realizzati entrambi con la stessa matrice, uno a pennarello e l’altro a collage.
In questa coppia di opere, focalizzo l’attenzione sull’omosessualità  istrionica di Freddie Mercury, sottolineandola semplicemente coi colori dell’arcobaleno. Il suo modo di vivere l’omosessualità  era profondamente diverso da quello di Testori, il quale la considerava una colpa.
Ciò nonostante Giovanni Testori stesso era un grande ammiratore dei Queen, tanto da far risuonare Bohemian Rhapsody in tutte le stanze attorno alla sua, negli ultimi giorni della sua vita, scegliendola come viatico per l’aldilà . Per tale motivo la stanza dei Queen è disposta esattamente tra la stanza della sua giovinezza e quella della sua maturità .

Cosa importa se sono caduto?

Questo lavoro inizialmente nasce da una canzone,  la cover di Tainted Love dei Soft Cell.
Più che al brano in sè, mi riferisco al video, con le costellazioni che prendono vita e, sotto forma di ballerine composte di stelle, spingono un ragazzo a scappare di casa e lasciare il suo amore insano.
Immediatamente ho pensato di utilizzare le stelline fluorescenti, quelle autoadesive che si applicano sul soffitto nelle stanze dei bambini, per ricreare una situazione che sdrammatizzasse l’enfasi nietzschiana dell’opera nella stanza accanto – 120578, in cui metto al mondo me stesso ed il mondo bucando il cielo a forza di spari di mitraglia – e che fosse preludio a quella successiva, genuinamente ludica nell’utilizzo dell’icona pop di Freddie Mercury versione anni ’80.
Naturalmente il lavoro sarebbe risultato troppo leggero se non avessi messo in rapporto le stelline fluorescenti con un materiale “poverista”, “antico” e carico di significati opposti, come la carta carbone che, opaca, cattura e mastica luci e colori, inghiottendoli nel nero.
Nel pensare a quest’opera e al contrasto, così forte, tra il bianco luminescente ed il nero totale, mi è venuta in mente l’immagine di mia madre il giorno delle nozze in chiesa. Contrariamente a tutte le spose era vestita totalmente di nero. Da piccolo, ricordo di averle chiesto il perchè ogni volta che tirava fuori l’album di famiglia per farlo vedere a qualche coppia di amici. Risposta di mia madre: “Eh, mi piaceva così”.
Allora sono andato a cercare una di quelle foto, ne volevo una in cui sia lei che mio padre fossero “distratti” da qualcosa. E l’ho trovata. Si vedeva chiaramente che tutti e tre (compreso mio nonno) stavano osservando ed indicando qualcosa in terra. Li ho presi e trasportati nel bosco di notte, dove senza luce non vedi ad un palmo dal naso. E così, semi invisibile, è questo bosco, rimasto impresso in negativo sulla carta carbone che ho posto sotto ai fogli sui quali ho eseguito il grande disegno a matita non esposto e qui riprodotto. Ovviamente, riportato in negativo, il vestito nero di mia madre appare invece più chiaro rispetto al nero dello sfondo: il processo di sbiancamento si completa sulla parete di fronte dove, a luci spente (un timer alterna un minuto di luce ad uno di buio), si possono osservare le sagome speculari di Anna e Nicola scintillare, composte di migliaia di bianche stelle fluorescenti. In terra, in un mucchio disordinato, altre migliaia di stelle luminose, unico elemento visibile sia a luci spente che a luci accese e in rapporto diretto con le due immagini che altrimenti non si incrocerebbero. Racconta di un amore che dura ogni giorno, nonostante tutto, e lo fa con naturalezza, adattandosi al suolo spontaneamente, in chiara opposizione alla visione violenta dell’amore nella stanza di fronte: vedi la scheda di Rocco (Siffredi) e i suoi fratelli.

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Questo lavoro, realizzato appositamente per Casa Testori, ha radici lontane: nasce infatti da un’idea per un lightbox intitolato My Birthday che presentai a Ginevra un paio d’anni fa, dopo uno sciagurato viaggio con Zizi ed Eugenia. L’opera raffigurava me che, con una rivoltella in mano, sparavo verso il cielo bucandolo e ridisegnando così, con la luce retrostante, l’esatta disposizione delle costellazioni che si poteva osservare da Bergamo il 12 maggio 1978, giorno della mia nascita.
Nei vari sopralluoghi a Casa Testori, mi è stata sempre fatta notare l’importanza della grande stanza al piano di sopra, in cui Testori era stato concepito, era nato, in cui erano morti entrambi i genitori ed in cui lui, dopo la morte della madre, si era trasferito.
Mi è sembrato naturale pensare di riproporre quel concetto di nascita, allargandolo però a tutta la stanza e rendendolo allo stesso tempo globale ed intimo, attraverso la videoproiezione separata in due stanze. Nel locale adiacente alla grande stanza patriarcale, al buio, ci sono io (videoanimato e proiettato) che sparo a ripetizione verso il muro opposto, quello contiguo alla grande stanza dove, man mano che proseguono i colpi, sul soffitto si disegna l’esatta  disposizione delle costellazioni che, appunto, si vedeva dalla Lombardia il giorno della mia nascita. Questo fila liscio come l’olio, ho pensato. Ma mi serviva qualcosina di più, e mi son messo a spulciare tra le foto del giovane Testori, finchè alzo lo sguardo alla biografia e leggo:
Giovanni Testori (Novate Milanese, 12 maggio 1923 – Milano, 16 marzo 1993).
Stupito, mi accorgo che non devo cercare più nulla, siamo nati lo stesso giorno.

Appunti per una guerriglia

In questa camera sono raccolti tre lavori (due video ed uno installativo) che proseguono il cammino a ritroso dalle origini della Famiglia Testori fino alla nascita di Testori, sempre alternando i livelli di narrazione dalla mia storia alla sua.
Questa è la stanza dei bambini.
Appunti per una guerriglia, realizzato con semplici chiodini di plastica per bambini e del polistirolo, è un chiaro rimando, esplicito nel titolo e nei materiali, all’Arte Povera ed al suo “manifesto” che Celant pubblicò su ’Flash Art’ nel novembre del ’67: qui la tautologia sta nei bambini (i miei nipoti ed un loro amico) che, composti di chiodini, cercano, scavando nel polistirolo, altri chiodini per ricostruire “l’identificazione uomo-natura”, il mostro primordiale col cranio di uomo, per un “ritorno alla progettazione limitata ed ancillare, in cui l’uomo è il fulcro e il fuoco della ricerca, non più il mezzo e lo strumento”. L’opera venne realizzata nel 2008 per la mostra L’origine delle specie da Biagiotti Progetto Arte a Firenze, a chiusura di un ciclo di sette pezzi, tutti realizzati con chiodini di plastica su polistirolo.
Sulla parete opposta all’installazione, un televisore propone due video realizzati a distanza di sei anni uno dall’altro ma accomunati dalla rivisitazione ludica di classiche storie per adulti.
In Nickelodeon, il Frankenweenie di Tim Burton (che già  parla, tra l’altro, di un piccolo Frankenstein che ridà  vita al suo cane), viene fotocopiato fotogramma per fotogramma e quindi rimontato facendo scorrere, a mano, tutte le circa 10.000 fotocopie di fronte alla telecamera, riottenendo esattamente la sequenza originale del film in cui il montaggio e la regia sono, però, effettivamente affidate alla mano, ben visibile, dell’artista.
In Bawitdaba due animali giocattolo, una scimmia ed un maiale di plastica, attraverso un blob cinematografico in cui ogni scena è ricostruita con materiali di recupero ed in cui l’audio è preso esattamente dall’originale del film, interpretano i miti del grande cinema, da Il Dottor Stranamore a Shining, da The Blair Witch Project a Nosferatu e Qualcuno volò sul nido del cuculo e così via. Ripropongo sempre con affetto questo video: è la prima opera che mostrai in una vera mostra (Italian Boys da Analix Forever a Ginevra) e fu anche la prima che vendetti, con grande gioia mia e di Zizi (regista del video) che ci beccammo, a testa, la bellezza di 125 euro.

Protocollages

Questi collages sono forieri di buoni e cattivi ricordi personali.
Buoni perchè, dopotutto, sono i primi collages che io abbia mai realizzato in vita mia. Era l’estate, più esattamente il giugno del 2003 e cercavo una soluzione formale che mi consentisse di abbandonare le bombolette spray che stavo utilizzando in quel periodo – erano troppo fredde e rigide – e mi resi conto che, appunto, la soluzione era sotto i miei occhi: invece di buttare via le mascherine cartacee che utilizzavo per creare i quadri con lo spray, provai ad utilizzarle direttamente incollandole una sopra l’altra. Pian piano mi accorsi che erano formalmente ineccepibili, e mi davano la stessa libertà  che avevo sempre provato nella pratica della linoleografia e dell’incisione in generale. Ecco, direi che il vero e proprio punto di partenza per i miei primi collages furono le xilografie di Munch e Hokusai ed i linoleum di Picasso, oltre che  i paesaggi anemici di Schifano e gli aquerelli di Nolde per quanto concerne gli sfondi informali.
Da allora ho sempre portato avanti questa forma di lavoro attraverso gli anni, parallelamente a tutto il resto delle opere, come fosse un leitmotiv che scorre sotterraneo a tutto quel che faccio. Anche qui seguendo l’esempio di Emil Nolde che produsse i suoi semplicissimi acquerelli durante tutto l’arco della sua vita, mentre il suo lavoro mainstream procedeva in direzioni sempre diverse. Ad oggi, ho modificato i miei collage nel tempo reinterpretandoli in bianco su bianco, sostituendo le veline e gli spilli alla carta e la colla, reinventandoli scavando nel cartone o inchiodando carte ai muri, ma rappresentano sempre un momento catartico – così come i disegni – in cui riesco a fermarmi e fare il punto della situazione.
Ah, dicevo all’inizio: brutti ricordi. Passai una settimana, tra il 3 ed il 10 giugno, chiuso in casa, nel mio garage, a ritagliare carta senza parlare a nessuno, senza mangiare quasi, senza vedere la luce del sole per la rabbia ed il nervoso. Il tema di tutti questi collages, la guerra, deriva da queste sensazioni. Era estate ed eravamo appena retrocessi in serie B dopo il famoso spareggio con la Reggina. Che delusione. Ricordo bene tutto, purtroppo, dal goal illusorio di Natali alla cappellata di Taibi ai porconi a – soprattutto – gli scontri del dopo partita. Ore ed ore di scontri. Quelli furono alla base di questi collages, quel senso di sconfitta inutile.
Certo sembra banale a raccontarlo, ma provate a viverlo.

Easy come, easy go

Camminando con Julia per le stanze di Casa Testori, durante il primo sopralluogo per la mostra,  finiamo nel grande salone, la stanza più grande della casa. Controllo le misure, faccio due calcoli e mi accorgo che, lì, Johnny ci sta alla perfezione. Così provo ad abbassare le tapparelle per valutare il grado di oscurità  della stanza, pensando alla videoproiezione.
Nell’abbassarle, mi accorgo di uno strano disegno che la luce esterna crea tra i fori delle tapparelle. Chiedo a Pietro, che è lì in parte, cosa sia, e mi spiega che è l’ombra delle inferriate decorate poste davanti alle finestre. Mi giro e guardo le tre grandi finestre della veranda absidata, e subito immagino di tappare alcuni dei fori delle tapparelle con del nastro adesivo.
Il principio è semplice, è quello delle ombre cinesi, dei teatrini di fine Ottocento: una sagoma e una luce retroproiettata.
Indagando sulla funzione delle diverse stanze della casa, scopro che proprio nella veranda venivano portati i corpi dei cari defunti per l’ultimo saluto: sulle tre grandi tapparelle raffiguro, così, una Deposizione e Trasporto di Cristo, sfruttando per le tre croci l’asse centrale in legno delle portefinestre e mettendo in aperto dialogo l’opera con l’antistante Crocifissione di Velazquez riportata, divisa, nella videoinstallazione Johnny.
Il legame semantico fra le due opere è rafforzato, tra l’altro, dalla vicenda stessa del soldato Johnny che – come raffigurato in basso a destra nell’installazione – viene colpito e mutilato da una granata proprio mentre sta trasportando verso la trincea il corpo di un caduto.
Il titolo, ironico, dell’opera, Easy come, easy go (che è poi il titolo di tutta la mostra), sottolinea la precarietà  della condizione umana e perfino divina, sia attraverso la raffigurazione della croce vuota che attraverso il supporto tecnico utilizzato (la tapparella mezza abbassata): così come arriva, il Salvatore se ne va.

Johnny

Johnny prende piede dal romanzo E Johnny prese il fucile (1939) di Dalton Trumbo, dal film omonimo, girato dallo stesso autore del romanzo nel 1971 e dal brano ad esso ispirato One, registrato nel 1988 dai Metallica nell’album …And justice for all. Johnny fonde i tre linguaggi del romanzo, della musica e del cinema in un’unica opera multimediale con veri e propri attori di carta e di luce, realizzati con nulla, così come gli spettacoli degli Scarozzanti del teatro testoriano.
La storia di Johnny è semplice e atroce: un giovane americano, sul finire della prima guerra mondiale viene spedito al fronte europeo dove, colpito da una granata, perde braccia, gambe, volto, orecchie e tutti i sensi tranne il tatto. Date le sue penose condizioni, viene creduto incapace di intendere e volere, e viene mantenuto artificialmente in vita per anni ed anni a scopo scientifico, in un lettino all’interno di un ripostiglio buio. In realtà , pur se impossibilitato a comunicare, la sua mente è perfettamente sveglia e conscia della situazione terribile, e i suoi ragionamenti, le sue angosce, le sue speranze – vane – col passare degli anni varcano quel limite, inintelleggibile, tra vita e morte, rendendolo inaccettato: l’unico morto tra i vivi, e l’unico vivo tra i morti.
Ho sempre trovato fondamentale, per me, questa storia. Senz’altro perchè le vicende famigliari mi hanno portato ad avere un rapporto giornaliero con la malattia fin dalla giovinezza. E senz’altro perchè trovo che riesca ad essere talmente estrema, talmente insopportabile da essere tremendamente vera. Johnny protrae quasi all’infinito la sua morte, vivendo, rivivendo milioni di volte il passaggio dalla vita alla morte, quello che nessuno di noi può conoscere, quello che, nel film di Trumbo, nessuno, neanche il Cristo, riesce a comprendere o sopportare. In questo Johnny mi appare come un Cristo senza braccia, senza gambe, al quale non si possa neanche più dare una croce – crocevia necessario alla redenzione – e al quale quindi non si può dare salvezza.
L’unico sollievo che può trovare è nella vicinanza di un’infermiera dolce al suo capezzale, che lo accompagni nel suo trapasso infinito.
Rileggendo un’intervista a Lucia, sorella di Testori, ho notato quanto fosse necessario, in questa casa, accompagnare i propri cari verso l’aldilà . Testori dormiva nel letto in cui erano morti entrambi i suoi genitori, tenendo viva, fisicamente, la fiammella della loro presenza. Genitori che, proprio qui, in questo salone dove Johnny riposa vivente/morente sul suo letto di ospedale, vennero presentati per l’ultima volta all’affetto dei loro cari. “Now the world is gone, I’m just one”.

Enciclopedia dei fiori da giardino – Pampurzini

L’idea di questi “giardini di libri” mi venne una sera di due anni fa esatti, mentre sistemavo lo studio. Arrivò Zizi, mio amico fraterno, e mi chiese di realizzargli al volo, per forza, una piccola opera per una ragazza che doveva conquistare, una ballerina. Così, dopo una discussione poco ortodossa, per sbrigarmela in poco tempo, decisi di prendere uno dei libri su Degas che avevo sugli scaffali. Lo aprii su una riproduzione di due ballerine e le ritagliai su tre dei quattro lati, tenendole attaccate alla pagina per i piedi. Una volta piegate perpendicolari al foglio, viste di taglio, sembravano davvero danzare sul libro. Zizi  prese il volume, lo diede alla ballerina e, potenza dell’arte, oggi convivono in una bella casa vicino al Serio. Di lì alle Enciclopedie dei fiori da giardino il passo era breve: avevo notato la semplicità  e l’immediatezza di quel lavoro, ma necessitavo di qualcosa che gli desse forza e verità . E così pensai ai fiori: forza, perchè dal fiore nasce il frutto, dal frutto l’albero dall’albero la carta e dalla carta il libro, che nel mio lavoro ritorna fiore, e così il cerchio si chiude vichianamente tornando al punto d’inizio del ciclo; verità  perchè solitamente le raffigurazioni dei fiori sui manuali sono in scala 1:1, a grandezza reale, quindi verosimili all’occhio. A Casa Testori presento questa aiuola che riprende la forma esatta del trompe l’oeil dipinto sul soffitto soprastante, diventando trompe l’oeil essa stessa. Qui i protagonisti sono i ciclamini, o “pampurzini”, fiori preferiti da Giovanni Testori, citati ripetutamente nel suo Ambleto, e che, dopo un pesante esaurimento nervoso, dipinse in un celebre ciclo di dieci piccole tele che regalò ai suoi familiari, come segno di gratitudine per la vicinanza durante la malattia.