Johnny

Johnny prende piede dal romanzo E Johnny prese il fucile (1939) di Dalton Trumbo, dal film omonimo, girato dallo stesso autore del romanzo nel 1971 e dal brano ad esso ispirato One, registrato nel 1988 dai Metallica nell’album …And justice for all. Johnny fonde i tre linguaggi del romanzo, della musica e del cinema in un’unica opera multimediale con veri e propri attori di carta e di luce, realizzati con nulla, così come gli spettacoli degli Scarozzanti del teatro testoriano.
La storia di Johnny è semplice e atroce: un giovane americano, sul finire della prima guerra mondiale viene spedito al fronte europeo dove, colpito da una granata, perde braccia, gambe, volto, orecchie e tutti i sensi tranne il tatto. Date le sue penose condizioni, viene creduto incapace di intendere e volere, e viene mantenuto artificialmente in vita per anni ed anni a scopo scientifico, in un lettino all’interno di un ripostiglio buio. In realtà , pur se impossibilitato a comunicare, la sua mente è perfettamente sveglia e conscia della situazione terribile, e i suoi ragionamenti, le sue angosce, le sue speranze – vane – col passare degli anni varcano quel limite, inintelleggibile, tra vita e morte, rendendolo inaccettato: l’unico morto tra i vivi, e l’unico vivo tra i morti.
Ho sempre trovato fondamentale, per me, questa storia. Senz’altro perchè le vicende famigliari mi hanno portato ad avere un rapporto giornaliero con la malattia fin dalla giovinezza. E senz’altro perchè trovo che riesca ad essere talmente estrema, talmente insopportabile da essere tremendamente vera. Johnny protrae quasi all’infinito la sua morte, vivendo, rivivendo milioni di volte il passaggio dalla vita alla morte, quello che nessuno di noi può conoscere, quello che, nel film di Trumbo, nessuno, neanche il Cristo, riesce a comprendere o sopportare. In questo Johnny mi appare come un Cristo senza braccia, senza gambe, al quale non si possa neanche più dare una croce – crocevia necessario alla redenzione – e al quale quindi non si può dare salvezza.
L’unico sollievo che può trovare è nella vicinanza di un’infermiera dolce al suo capezzale, che lo accompagni nel suo trapasso infinito.
Rileggendo un’intervista a Lucia, sorella di Testori, ho notato quanto fosse necessario, in questa casa, accompagnare i propri cari verso l’aldilà . Testori dormiva nel letto in cui erano morti entrambi i suoi genitori, tenendo viva, fisicamente, la fiammella della loro presenza. Genitori che, proprio qui, in questo salone dove Johnny riposa vivente/morente sul suo letto di ospedale, vennero presentati per l’ultima volta all’affetto dei loro cari. “Now the world is gone, I’m just one”.

Posted on: 14 Giugno 2011, by : Associazione Giovanni Testori