Month: Ottobre 2015

Francesco Poroli, IL TRIONFO DELLE CILIEGIE

«Producono infatti ciliegie aspre e ciliegie dolci di ogni genere, sia domestiche sia selvatiche, in così grande abbondanza che talora accede se ne trasportino più di sessanta carri in un solo giorno dentro le porte della città; dalla metà di maggio fin quasi alla metà di luglio esse si trovano in vendita in città a qualsiasi ora».

Le ciliegie sono la rappresentazione della ricchezza della città in cui ogni giorno, nella giusta stagione, più di sessanta carri potevano esserne trasportati. Francesco Poroli racconta un passaggio chiave del testo e ha scelto di realizzare il suo progetto attraverso il coinvolgimento di alcuni studenti, il cui affollarsi nelle stanze di Casa Testori per l’allestimento ha restituito il fermento del mercato di Milano descritto da Bonvesin.

Paola Sala, TONACHE E VELI

Come una preghiera. Così Paola Sala ha concepito il suo progetto per un tema tanto caro a Bonvesin, come quello della rappresentazione delle figure religiose narrate nel testo.
Sala ha creato un ambiente in cui la ripetitività dei soggetti e dei gesti necessari per disegnare gli angeli dai movimenti rigidi che si susseguono sulle pareti era una sorta di ex-voto, realizzato con l’antica tecnica dello spolvero e moderni pennarelli. All’olio su tela era, invece, affidata la descrizione della figura chiave per la vita ecclesiastica di Milano, fusa con la figura di Barnaba: «il beato Ambrogio, dodicesimo archipontefice, uno dei quattro principali dottori della Chiesa, superiore a tutti gli altri in sapienza e virtù, che contribuì ad accrescere l’onore e la dignità della nostra città».

Giacomo Gambineri e Gio Pastori, MESTIERI IN TECHNICOLOR

«Vedendo infatti nei giorni di festa folle di uomini dignitosi, sia nobili sia popolani, che si divagano; e anche i crocchi chiassosi di fanciulli che corrono senza posa di qua e di là, e i gruppi dignitosi e le dignitose schiere di matrone e di vergini, le quali, con una dignità che si direbbe di figlie di re, vanno e vengono oppure stanno sulle porte delle case: chi potrebbe dire di avere trovato mai, al di qua o al di là del mare, uno spettacolo di folla così meraviglioso?».

Il confronto tra la città di ieri e quella di oggi non poteva non proseguire nella descrizione delle professioni svolte dai milanesi. Questa città industriosa era animata già nel 1200 da numerosissime categorie, che Bonvesin enumera quasi pedissequamente.
Mentre Gio Pastori, che lavora con la tecnica del ritaglio di carta per la creazione di forme, ha raccontato i mestieri dell’epoca del nostro volume, Giacomo Gambineri ha attualizzato quegli stessi ruoli, con un tratto vicino al fumetto.
Nella successione ritmica di una diapositiva dopo l’altra, si specchiavano legisti e decretisti, notai, servitori, trombettieri, medici, fisici, chirurghi, maestri di grammatica, dottori in canto ambrosiano, maestri elementari, scrivani, fornai, bottegai, macellai, pescatori, albergatori, fabbri che ferrano quadrupedi, fabbri che fabbricano sonagliere, tessitori, calzolai, conciatori, sarti, mercanti, merciai ambulanti, venditori all’asta e agricoltori.

Sarah Mazzetti, IL GIGANTE UMBERTO DELLA CROCE

Bonvesin ha tramandato le gesta di alcuni personaggi che fecero grande Milano. Tra essi ha ampio spazio una figura particolare, quella di Uberto della Croce, famoso per la propria forza: «Egli aveva tanta forza quanta in tutto il mondo la cui forza non ha mai trovato l’uguale nel mondo, né allora né poi, se ne poté trovare l’uguale in qualche uomo». 
Il nostro autore non si limita e riporta le testimonianze delle gesta di quest’uomo straordinario, che – racconta – fermava con le braccia cavalli in corsa, mangiava trentadue uova in un solo pasto e, seppur tenuto fermo con una corda da dodici uomini, era in grado di muoversi liberamente. Uberto della Croce non è solo modello per le virtù fisiche, ma anche per quelle morali, visto che «raramente faceva sfoggio della sua forza in pubblico senza una ragione precisa; mai si dice che, approfittando della sua forza, abbia oltraggiato gli altri; era cortese con tutti». 

Sarah Mazzetti ha trasformato il gigante in una colonna portante di Casa Testori, con un tratto brut e colori primari, che ne enfatizzano le dimensioni.

Giacomo Bagnara, ELEGANZA DEI GUERRIERI

«In quale altra città al mondo si potrà infatti trovare un popolo così splendidamente armato di armi di ferro? Non lo si troverà certamente mai o raramente». 

Bonvesin racconta l’eleganza dei guerrieri milanesi, attraverso la descrizione meticolosa del loro equipaggiamento, del «luccichio delle armi, loriche, corazze, lamiere, elmi, elmetti, cervelliere di ferro, collari, guanti, gambali, femorali e ginocchiere, lance di ferro, aste, spade, pugnali, clave, scudi».
La qualità degli uomini in combattimento trova espressione nello splendore delle armature, che si fanno rappresentazione della superiorità milanese sul campo di battaglia: «cavalieri superiori a tutti gli altri non solo per nobiltà di stirpe, ma per dignità di vita e valore in guerra, quali si convengano a tanta e tale città». 
Giacomo Bagnara ha restituito il brulichio del campo di combattimento, usando l’espediente della carta da parati per rappresentare la moltitudine di cavalieri e fanti, mentre lo sfondo giallo rende il contesto più luminoso.

Jacopo Rosati, ACQUA E ACQUE

«Considerata in rapporto alla sua posizione, la nostra fiorentissima città è famosa perché situata in una bella, ricca e fertile pianura, dove il clima è temperato e fornisce tutto quanto è necessario alla vita umana, tra due mirabili fiumi equidistanti, il Ticino e l’Adda: non senza ragione essa assunse il nome di Mediolanum, come a dire che si trova come una lingua in mezzo ai due fiumi». 

Così scrive Bonvesin e, nel corso del testo, ripete in innumerevoli passaggi l’importanza dell’acqua per la vita della città. Jacopo Rosati ha usato la tecnica che lo caratterizza, il taglio di sagome in feltro, per illustrare un elemento tanto difficile da rappresentare. La scelta del feltro era legata anche alla fabbrica della famiglia Testori che qui abitava e che tuttora produce filtri e feltri industriali.

Marco Goran Romano, IL SEGRETO DI MEDIOLANUM

M. Una lettera più ampia delle altre, per indicare l’ampiezza della gloria di Milano, Mediolanum. All’inizio e alla fine delle parole, richiama il numero mille, al di là del quale non vi è un unico numero che si possa indicare con un unico vocabolo. E così essa esprime un numero perfetto nella sua unicità, significando che dal principio fino alla fine del mondo Milano è stata e sarà annoverata nel novero delle città perfette.

O. Di forma rotonda e perfetta, più degna e più bella di tutte le altre, per esprimere la rotondità, la bellezza, la dignità e la perfezione. La nostra città è infatti rotonda in senso letterale e bella e più perfetta di tutte le altre città.

L. La lunghezza e l’altezza della nobiltà e della gloria. 

Inoltre, si deve anche sottolineare che in questa parola vi sono tutte e cinque le vocali, che occupano ciascuna un posto in ogni sillaba. 

Se ne deduce che, come il vocabolo Mediolanum non manca di nessuna vocale, così anche la città non manca di alcun bene effettivo che sia necessario ai cinque sensi dell’uomo.

E come i vocaboli di tutte le altre città mancano di qualcuna delle cinque vocali, così anche quelle città confrontate con Milano mancano di qualche bene.

Marco Goran Romano

Davide Mottes, LA CITTÀ CERCHIO

«Se infine qualcuno avesse piacere di vedere la forma della città e la qualità e quantità dei suoi palazzi e di tutti gli altri edifici, salga con grato animo in cima alla torre corte comunale: di lassù, dovunque volgerà lo sguardo, potrà ammirare cose meravigliose».

Una città su cui camminare. Davide Mottes, con precisione e accuratezza, ha ricostruito la Milano della fine del Duecento. Aveva studiato mappe disegnate circa nello stesso periodo in cui venivano redatte Le Meraviglie di Milano, ha individuato i centri del potere e della vita religiosa dell’epoca, oltre ad alcuni luoghi chiave del nostro percorso, tra cui le case dove visse Bonvesin. Una lettura geografico-scientifica, che ben si prestava all’osservazione prolungata per la ricchezza di dettagli e di punti di riferimento, dalle montagne che circondano la città alle distanze chilometriche rispetto agli altri borghi del circondario.

Francesco Muzzi, LA CITTÀ VERTICALE

La città che sale. Francesco Muzzi raccontava la verticalità di Milano, scegliendo gli elementi descritti da Bonvesin che, già nel Duecento, connotavano la città e che contenevano in nuce gli sviluppi della città moderna, dei grattacieli, delle archistar. Le oltre duecento campane e i centoventi campanili «costruiti alla maniera delle torri», le circa duecento chiese, le centocinquanta ville con castelli, le porte principali e quelle secondarie che «sono invece dieci, si chiamano “pusterle” e hanno tutte, come si può osservare, il mirabile fondamento, da ogni parte, di un mirabile muro. Ciascuna delle porte principali ha due torri, non però finite, le cui basi solidissime poggiano anch’esse su un fondamento solidissimo». 

La verticalità della città era descritta dall’installazione di Muzzi, che aveva inserito, uno per uno, gli elementi di ciascuna categoria. Bonvesin era sempre presente, in ognuno dei totem, immerso nella scrittura. Contava, prendeva appunti, guardava la città crescere.

Simone Massoni, LA STANZA DEL LINO

Nel testo di Bonvesin le materie prime e il modo di cucinarle hanno ampio spazio. Tra queste, c’è una pianta a cui dedica un’attenzione particolare: il lino. 
Questa scelta ha una valenza sia dal punto di vista retorico, in quanto permette all’autore di fare sfoggio delle sue abilità di scrittura in un arzigogolato paragrafo, sia dal punto di vista contenutistico, perché Bonvesin sottolinea la versatilità che caratterizza il lino, utilizzabile non solo come alimento.

«E dirò anche (e appaia mirabile a quelli che intendono): l’olio, anche quello impropriamente detto composto, in qualche luogo dei nostri campi si forma sopra le fave. Inoltre sotto i treppiedi e i piatti nascono, in qualche luogo, tovaglie oppure, sopra le stesse tovaglie, portate di vario genere; in sovrabbondanza nasce l’olio, col cui aiuto nella stagione invernale le tovaglie vengono filate nell’alabro, poi poste nell’arcolaio, quindi nel gomitolo e infine tessute».

Simone Massoni ha restituito questa stratificazione attraverso la creazione di un pattern stampato su più tovaglie, che rendono i livelli su cui si colloca la descrizione di Bonvesin. Un’icona su ognuno dei tessuti ne riassume il ragionamento: un’ampolla d’olio, un arcolaio e un fiore.

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