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Giorni Felici 2009

22. MICHELA POMARO, Ara pacis

Stanza 22
La mia stanza, la numero 22, è ispirata all’Ara Pacis del Campo Marzio Augusteo; stavo dipingendo dei quadri con dei fiori e rivedendo quei meravigliosi bassorilievi, che circondavano l’altare, ho pensato di utilizzarli per un mio lavoro, trasformare così i miei coriandoli in cento piastrelle e farle girare tutt’intorno alle pareti della camera. In questo e nel precedente lavoro, Time is on my side da Obraz, ho usato la luce al neon, proprio perchè soffusa e non diretta, così da avvolgere e trasportare le persone in un’altra dimensione, in un mondo parallelo, il mio… La luce è poi diventata da rosa e azzurra a gialla perchè corrisponde in modo simbolico simbolico al sole, alla felicità , rappresenta l’affetto disinibito, l’apertura, il mutamento e la distensione.
Michela Pomaro

Michela Pomaro mostra una grande capacità  nell’immergere d’improvviso la nostra immaginazione in una sorta di caldo e sulfureo lago termale colorato. Lei stessa illustra i suoi lavori come se fossero espressione di un legame tra il presente e la memoria. Come se la magia del colore custodisse la magia del tempo. Una successione di sfumature che aumentano la percezione dell’immateriale, la sensibilità  di colui che è disposto a fermarsi per osservarli. In questo modo riesce, se non a creare, a evocare un’immobilità  virtuale del pensiero, che cerca di riflettere sulle sensazioni del passato con lo sguardo inevitabilmente fermo, quasi immobilizzato, sul presente. “Segni e non sogni” diceva delle sue opere Osvaldo Licini nel tentativo di sottolineare la frattura tra la ratio e la poiesis, il razionale e il poetico. A ben guardare, gli spazi cromatici della Pomaro creano una dimensione puramente irreale.
Paolo Manazza

 

Michela Pomaro è nata a Biella nel 1971. Vive e lavora a Milano. Ha da sempre usato un linguaggio astratto e ultimamente si è dedicata allo studio della relazione tra luce e colore. Ha cominciato a esporre nel 2002. Nel 2004 ha tenuto Fuoco ed Acqua allo Spazio Gelsomerlino a Biella, nel 2005 Notti senza fine alla Galleria Via dei Mercati di Vercelli e nel 2006 Color of a Villa Schneider a Biella. Da poco si è conclusa la mostra Time is on my side, allestita presso la Galleria Obraz di Milano. La mostra è stata l’occasione per stampare un curioso catalogo-oggetto che contiene una Suite di poesie di Aurelio Picca: Coriandoli.

 

21. CHRISTIANE BEER, Quiete in movimento

Stanza 21

Scultura per me significa creare una posizione, stando nelle circostanze storiche, ma anche esperienza e pensiero soggettivo. Una posizione che oscilla tra immaginazione classica e romantica. Da una parte l’attrazione per l’idea, l’astrazione, la verità , il nulla, la struttura… e dall’altra l’esperienza diretta, la soggettività , la fisicità , la sensualità . Scultura come presenzia (presenza), ciò che è, ciò che esiste. Presenza, un presente, che include e allude ad un passato ed un futuro, ma anche ad un senza tempo, un non-tempo.

Christiane Beer

 

Le sue opere, spesso composte da un alfabeto di barre – quasi tasti di un pianoforte – hanno una precisione matematica, non derivata però da calcoli a tavolino delle proporzioni, ma sgorgata da una sua interna e inconsapevole geometria mentale che, spesso, diventa però ricerca spasmodica di un angolo perfetto. La scelta di campo di Christiane è quella del minimalismo, al quale non fa concessioni, neppure quando si inventa un bianco mare verticale, e le onde sono mezze barre entro barre più lunghe. E il colore è sempre quello della materia grezza, almeno per ora.

Francesca Pini

 

Christiane Beer è nata a Plauen in Sassonia nel 1965. Ha studiato a Stoccarda e a Milano seguendo i corsi di Giuseppe Spagnulo. Attualmente vive e lavora tra Milano e Monaco. Nel 1994 ha esposto alla Galleria Sophien – Edition di Berlino, nel 1995 alla Galleria Mitten di Wasserburg, nel 1998 alla Galleria Gedolk di Stoccarda, nel 2000 alla Galleria Grossetti di Milano e nel 2009 alla Galleria Arte Silva di Seregno. Due delle sue ultime istallazioni sono state scelte per dialogare con alcuni spazi pubblici della città  di Milano: Horizont-Variationen è stata installata nel 2008 nello spazio d’arte dell’Università  Bocconi e Ort (luogo) è stata esposta, nell’aprile del 2009, nella piazza antistante la chiesa di San Carlo al Corso e successivamente acquistata dal conte Panza di Biumo, per essere collocata nel giardino della villa varesina.

20. MARCO CASENTINI, La stanza dei giochi

Stanza 20
Quando sono stato invitato a partecipare a questa mostra è stato per me immediato quello che avrei realizzato: una stanza. La stanza porta con sè il concetto di tempo e mi è subito piaciuto pensare che qualunque stanza mi avessero assegnato, sarebbe stata una stanza dove in passato qualche bambino sicuramente vi aveva giocato, trascorrendo momenti felici. Non è per me importante verificarne la verità , per me è così… Nell’interno della stanza ho voluto dipingere le pareti con colori che per me esprimono gioia di vivere; dove c’è un bambino c’è sempre la felicità . Ecco, vorrei che chi entrasse nella stanza dei giochi potesse provare, anche per un solo istante, un momento di gioia. Se questo dovesse accadere avrei raggiunto il mio obbiettivo.

Marco Casentini

Lo affascina l’uso del colore nell’architettura, il concetto di geometria architettonica, in cui è una sorta di essenzializzazione, attraverso la quale i blocchi che compongono gli edifici sono da lui tradotti in rettangoli di colore. È un processo di smantellamento degli orpelli, delle inutili sovrastrutture, che non fanno che complicare le cose, che appesantire lo scheletro dell’opera. L’operazione di riduzione ai minimi dello spazio architettonico, che ha in sè un portato morale, da intendersi ovviamente in senso ampio, porta ad una sorta di sospensione del tempo, di sapore metafisico. Sospensione che comporta ad un silenzio intrinseco e che si pone di volta in volta in rapporto con i colori forti della contemporaneità , dando vita ad un equilibrato ossimoro di natura linguistica e speculativa.

Angela Madesani

 

Marco Casentini è nato a La Spezia nel 1961. Vive a Los Angeles. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Carrara nel 1983 ha tenuto la sua prima personale presso la Galleria Nanu di Lucerna. Ha compiuto numerosi viaggi in Europa e in America. Nel 1997 ha realizzato il suo primo wall painting al MAPP, Museo d’Arte Paolo Pini di Milano. Al 1998 risale la sua prima mostra negli Stati Uniti, presso la Ruth Bachofner Gallery di Santa Monica, dove ritorna nel 2002, nel 2003 e nel 2005. Contemporaneamente ha collaborato con le gallerie Brian Gros Fine Arte di San Francisco, Scott White Contemporary Art di La – Jolla e Klein Art Works di Chicago. Nel 2004 ha partecipato alla mostra Paint on Metal al Tucson Museum of Modern and Contemporary Art in Arizona e nello stesso anno ha esposto al Museum fà¼r Konkrete Kunst di Ingolstadt in Germania. Nel 2005 ha ricevuto il premio della fondazione Pollock-Krasner di New York. Nel 2008 il Museum fà¼r Konkrete Kunst di Ingolstadt e il Torrance Art Museum in California hanno ospitato una sua personale. È stato invitato ad esporre al Bakersfield Museum of Art di Bakersfield in California nel 2010.

 

19. PAOLO MAGGIS, You are my face

Stanza 19

Ho sempre dipinto ritratti. È da quando ero giovane, da quando avevo sedici anni circa. Sono ossessionato dalle “facce”. Sono ossessionato dalle parti emergenti e dalle rientranze, dai colori e dalle ombre… e dai movimenti. Un piccolo tic, una deformazione, un movimento rapido e a scatti degli occhi; solo l’atto qualcuno che legge era motivo per me di osservare questi movimenti animali. Il movimento di un volto è come un documentario di squali, gli stessi movimenti a scatti, semplicemente più contenuti. E poi i movimenti delle narici, soprattutto quando uno aveva il raffreddore, meglio di qualsiasi museo. Il naso rosso vermiglione di un raffreddato è sempre stato motivo di eccitazione e tutt’oggi rimane uno dei miei colori preferiti. L’unica cosa che non mi è mai piaciuto osservare è una persona piangere… mi innervosisce, rende tutto meno interessante, più falso. Mi piacciono i volti che nascondono un segreto… mi piacciono le cose che non si possono catturare.
Paolo Maggis

Nessuno prende più la pittura per quello che è stata per secoli: rappresentazione di temi particolari che diventano più o meno universali grazie alla maggiore o minore efficacia del linguaggio adottato.
Maggis è uno dei pochi che la intende e la usa in questo modo, e prima ancora che guardando le sue tele lo si capisce dall’olimpica serenità  che mostra nell’illustrarle a qualche visitatore: il soggetto è questo, l’ho dipinto perchè mi piaceva l’immagine che ho trovato altrove o perchè mi emozionava di per sè, l’ho dipinto in questo modo perchè mi pareva più vicino al carattere di quel che stavo dipingendo…e così via.
Marco Meneguzzo

 

Paolo Maggis è nato a Milano nel 1978. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 2005 al 2008 ha vissuto a Berlino. Attualmente vive e lavora tra Barcellona e Milano. Terminati gli studi ha elaborato un linguaggio pittorico molto personale. Generalmente le sue composizioni partono da istantanee fotografiche di coetanei, parenti o bambini colti nella loro quotidianità  e rielaborate attraverso una pittura con forte carattere espressionista. Ha esposto in numerose gallerie italiane ed estere, in particolare: nel 2004 alla Galerie Binz & Krà¤mer e alla Beaker Gallery di Tampa in Florida. Nel 2005 ha tenuto la mostra Dieci di te al Museo della Permanente di Milano e per due anni consecutivi, 2006 e 2007, ha esposto alla Galeria Metropolitana di Barcellona. Nel 2008 ha partecipato all’ Olympic Fine Arts di Pechino e ha esposto Tohuwabohu alla Gesellshaft der Freunde Junger Kunst a Baden Baden in Germania.

 

18. FULVIA MENDINI, Voliera

Stanza 18

L’enigma della bellezza lo scopro nella natura.
Vorrei fissare il mistero e la grazia dei fiori sulla tela.
Mi piacerebbe trasmettere l’aroma di un gelsomino, di una rosa e di una violetta.
Inseguo forme e colori che appartengono alle ali delle farfalle e alle piume degli uccelli.
Il ramo di un albero in fiore diventa un piccolo universo smaltato in cui esprimere sogni e desideri.
Fulvia Mendini

 I lavori di Fulvia Mendini sono sempre caratterizzati da un linguaggio lineare e sintetico altamente decorativo, in cui si avvertono influssi del grafic design, dell’illustrazione e della tradizione artigianale dell’Arts and Crafts. I fiori, gli insetti e gli uccelli che compaiono nelle sue opere funzionano come i lemmi di un vocabolario visivo originale, nel quale si fondono echi della cultura artistica orientale e occidentale. L’artista utilizza questi segni come moduli per comporre delicati arazzi floreali, che evocano sia le luminose strutture circolari dei rosoni delle chiese cristiane, sia le impertinenti architetture di sabbia e riso dei mandala tibetani.
Ivan Quaroni

 

Fulvia Mendini è nata nel 1966 a Milano dove vive e lavora. Dopo aver studiato illustrazione e grafica all’Istituto Europeo di Design ha iniziato una ricerca pittorica e decorativa personale, approfondendo in particolare il mondo della natura e del ritratto. Ha esposto le sue opere al Grand Palais di Parigi, all’Expo International di Taejon in Corea, alla Triennale di Milano e in molte altre gallerie italiane ed europee. Nel 2009 ha partecipato alla Biennale di Praga. Ha realizzato delle ceramiche a Vietri, e per Yoox ha disegnato una collezione di borse. È presente nella collezione permanente al Byblos Art Hotel di Verona con alcuni dipinti e sue opere musive sono installate nelle stazioni della nuova metropolitana di Napoli.

17. MARCO CINGOLANI, La stanza dell’obbedienza

Stanza 17

l basic istinct dell’artista è cambiare la pittura. A cambiare i soggetti e le immagini ci pensa già  la società , cambiare la pittura è difficile, per questo ci vuole l’artista. Così il Pittore diventa Associato di Dio nel mistero della creazione.
Marco Cingolani

Marco Cingolani è un pittore che per tutta la vita ha posto la sua esistenza sotto il segno e il peso di una manualità  vorticosa costante, al servizio di una pittura che non ha mai rinunciato ad avere un suo peso specifico. Un peso grave regge la pittura di Cingolani fatta di spessori e pennellate dense, di colori cupi e di materie forti. Egli cerca di costruire un mondo tattile dell’immaginario, dove le figure acquistano una tridimensionalità  fatta interamente di pittura, carne, pelle incorporate dentro l’alveo del quadro. Perchè il quadro è l’alveo specifico dentro cui si muovono le immagini, corposamente rimpinguate dalla sostanza del segno e del colore. Una pittura cosmica afferra i singoli particolari e li cala dentro il flusso del colore come continuo divenire.
Achille Bonito Oliva

 

Marco Cingolani è nato a Como nel 1961 e si è trasferito a Milano giovanissimo, dove ora vive e lavora. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha esordito nel 1989 alla Galleria Diagramma di Milano con la mostra Liquidare Duchamp. Nel 1993 ha esposto nella mostra Pentagono presso la Galleria Mazzoli di Modena, galleria con la quale stabilisce uno stretto rapporto di collaborazione che si riconferma con due esposizioni personali: Terra e cielo da sempre uniti nel 1995 e Di che colore sono? 51 quadri nuovi sui colori del Potere nel 2007. Dopo aver partecipato a numerose mostre collettive tra cui Una scena emergente nel 1991 al Museo Pecci di Prato e Due o tre cose che so di loro al PAC di Milano nel 1998, gli sono state dedicate importanti mostre antologiche presso prestigiose istituzioni pubbliche quali: Big – Bang a Palazzo Strozzi a Firenze, Stropicciarsi gli occhi alla Promotrice delle Belle Arti di Torino nel 2002 e La lunga notte di Paparazzo a Palazzo della Ragione a Mantova nel 2003. Artista molto attivo nel contesto culturale italiano, nel 2004 ha ideato una serie di mostre intorno al titolo Senza: Senza Famiglia, Senza Freni, Senza Trucco, Senza Dubbio Senza Veli, Senza Tempo, allestite in spazi pubblici e in gallerie private organizzate con la volontà  di riflettere sulla attuale situazione dell’arte. L’ultima personale Marco Cingolani, Percorsi della fede,si è tenuta nel 2009 presso la Boxart Gallery di Verona. Attualmente tre sue grandi opere sono esposte nel padiglione italiano della Biennale di Venezia.

 

16. GIOVANNI AGOSTI Occupati, tutti e due

Stanza 16

Dai buchi delle serrature di due vecchi bagni contigui, in cui da tanti anni nessuno più si lava, si possono osservare – con prevista difficoltà  – due differenti immagini. È una trovata storica, dalle numerose occorrenze, senza nulla di originale. Il suo apice novecentesco è l’à‰tant Donnès di Marcel Duchamp, a Filadelfia, ma nella genealogia personale ci stanno anche le cappelle dei Sacri Monti delle Alpi e, naturalmente, i View-Master recenti di Giovanni Frangi. Niente adolescenti guardoni, niente Malizia. Nel bagno chiaro una manciata di giocattoli, come reduci dal cestone di un autogrill ma non mancano gli animaletti della Steiff, risponde all'”Adulto, mai” (e alla fascinazione conseguente per chi riesce a esserlo); nel bagno buio un proiettore di diapositive riproduce un dettaglio retroilluminato della Camera di Psiche di Giulio Romano a Palazzo Te, che sembra quasi un De Chirico della maturità . Anche stavolta insomma l’azione risulta una ricerca in direzione del “chiarimento delle mie ragioni espressive”.
Giovanni Agosti

Anatomie della melanconia, labirinti di ambiguità , estasi enumeratorie, peripezie picaresche, imbandigioni di citazioni, schidionate, pentoloni, millefoglie, fuochi artificiali! Cioè il trionfo conviviale di una forma frammentaria “strategica” e “tattica”, spalancata a urti i venti. L’opposto di un Thomas Mann che anche nel romanzo-saggio chiude tutti i discorsi, tutte le virgolette, tutte le parentesi.
Alberto Arbasino

 

Giovanni Agosti è nato a Milano nel 1961. Dal 2000 insegna Storia dell’Arte Moderna all’Università  degli Studi di Milano, dopo avere lavorato per molti anni nelle Soprintendenze per i Beni Storici e Artistici di Mantova e di Firenze. Si è occupato principalmente della tradizione classica nella cultura figurativa italiana, delle relazioni tra artisti e letterati, del Rinascimento nell’Italia Settentrionale. Ha scritto, tra l’altro, Bambaia e il classicismo lombardo (1990), La testoriana di Brescia (1997),Disegni del Rinascimento in Valpadana (2001), Su Mantegna I. La storia dell’arte libera la testa (2005). Nel 2008 ha curato, insieme a Dominique Thièbaut, la mostra Mantegna al Museo del Louvre e ha pubblicato Giovanni Frangi alle prese con la natura, un libro che testimonia la possibilità  di scambi creativi tra un critico e un artista. L’opera di Agosti si delinea come un ripensamento dei rapporti tra storia dell’arte, mondo della cultura e società  italiana, in una fusione di saperi e di stili che mette implicitamente in discussione i canoni della Storia dell’Arte.

15. MAURO MAFFEZZONI, 3D

Stanza 15

Sono un creatore ostinato: questa mia ostinazione, che può tradursi più semplicemente in “testa dura”, fa parte del mio carattere, ma si è rafforzata sicuramente quando ero un atleta. Ero un campione di canoa, nella mia squadra c’erano campioni del mondo, campioni europei e italiani, io ero campione italiano e facevo parte della squadra nazionale, il nostro dovere, che è una specie di primo comandamento per un atleta, diceva di non arrendersi mai e io, con tutti quei campioni come modello, ho sempre applicato questo motto anche quando ho appeso la pagaia al chiodo e mi sono dato all’arte. Ho mantenuto una mentalità  atletica, non so se funziona, ma a me sta bene così, lavoro costantemente per tenermi allenato, alleno la mente per mantenerla duttile e fresca. Ogni mio quadro, ogni mia scultura è una performance atletica, come una corsa di 500 o 1000 metri in C1 (canoa canadese olimpica, la mia imbarcazione, una vera opera d’arte). E la canoa è anche un simbolo di movimento, bisogna conoscere il fiume, saper leggere l’acqua corrente per saperla risalire o per evitare i giri d’acqua o sfruttare al meglio la sua forza. Io nell’arte sono un canoista che viaggia e si perde nelle sue acque, seguo le correnti o le risalgo, viro di forza e faccio scatti improvvisi. Mi diverto.
Mauro Maffezzoni

Ritroviamo i concetti di “shuffle” e di “playlist” nella ricerca artistica di Mauro Maffezzoni che dipinge tutto ciò che colpisce la sua fantasia, senza nessun apparente criterio selettivo: un paesaggio visto dal treno, un’immagine di moda trovata in una rivista, un celebre dipinto del passato, un episodio di cronaca oppure una pubblicità . Per questo artista, dalla visionarietà  onnivora, non c’è nulla che non meriti di essere riportato su tela. Un altro termine musicale, che spesso ricorre nell’opera di Maffezzoni, è quello di “cover”. L’artista infatti spesso ri – dipinge quadri celebri di maestri della storia dell’arte. Come avviene per le cover musicali, in cui vecchie canzoni vengono riprese e riarrangiate, €˜glorie pittoriche’ del passato sono riscoperte e riproposte secondo un criterio apparentemente casuale, come se sortissero da un juke-box della storia dell’arte. L’opera di Maffezzoni può essere definita rizomatica (che concepisce lo sviluppo del sapere umano come un’espansione orizzontale, interconnessa e multidiscilinare) poichè non predilige nessun oggetto in particolare, nessuno stile, nessun trend, e invece accoglie al suo interno tutti i soggetti, i generi, gli stili e le epoche.
Alessandra Galasso

 

Mauro Maffezzoni è nato a Rovereto nel 1960. Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e ora vive e lavora tra Milano e Cremona. Nel 2006 ha esposto Cover Cremonesi presso il Museo Civico Ala Ponzone di Cremona enel 2007 ha tenuto la sua ultima mostra Painting shuffle presso la Galleria Luisa Delle Piane di Milano. Il suo lavoro si è sempre indirizzato verso una pittura di cover, di vedute e immagini strane da cui la sua fantasia è colpita. Qui presenta per la prima volta le sue sculture.

 

14. STUDIO AZZURRO, Due lai

stanza 14

Le riprese di questo video nascono curiosamente per una esigenza di casting. Eravamo all’inizio della preparazione del nostro film “Il Mnemonista” e ci siamo sempre immaginati Sandro Lombardi come naturale interprete. Sandro lo conoscevamo dai tempi dei Magazzini Criminali, c’eravamo sfiorati molte volte anche per dei lavori comuni, e non ci siamo mai staccati dall’idea che il personaggio principale di quel progetto che da tempo coltivavamo non potesse essere che lui. La rappresentazione dei Due Lai al Piccolo Teatro di Milano era dunque l’occasione, dopo il suo assenso al progetto, di avvicinarsi al suo mondo: sperimentare il suo viso, la sua voce, penetrare attraverso i suoi gesti nella visionaria interpretazione. L’occhio della telecamera perlustrava le espressioni più impercettibili, indagava ogni potenzialità , ogni battito di poesia. Tutto pensando al nostro film, ritagliando la sua immagine unicamente dentro la nostra scena immaginata. Di Testori, di questo Testori, non ci eravamo ancora accorti. Ma fu proprio Sandro a renderci inevitabile quest’incontro. La sua trasfigurazione non poteva prescindere da quel testo, non poteva che indurci ad ascoltare le parole, a scivolare dentro quegli accostamenti esplosivi, ad apprezzare la straordinaria immaginazione che prendeva forma. Grazie Sandro per averci introdotto a lui e per la tua impagabile prova nel Mnemonista.

Piacere Testori di averti conosciuto così.

Studio Azzurro

Le opere di Studio Azzurro mettono lo spettatore a confronto con un modello di universo che non è più quello descritto dalla scienza, perchè ordine e disordine, semplice e complesso, vivente e inerte, non sono più contrapposti, come pure le antagonistiche polarità  dell’artistico e dell’extra-artistico, del realismo e dell’astrazione; i valori dell’uomo e della natura, della morale e della bellezza sono componenti essenziali del loro lavoro.

Valentina Valentin

Studio Azzurro è un ambito di ricerca artistica, che si esprime con i linguaggi delle nuove tecnologie. E’ stato fondato nel 1982 da Fabio Cirifino (fotografia), Paolo Rosa (arti visive e cinema) e Leonardo Sangiorgi (grafica e animazione)