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28 – Petticoat – Kyrie Eleison, Julia Krahn

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Petticoat è un lavoro sull’immigrazione. La protagonista è l’artista stessa: il suo corpo è in una posa in bilico tra la Madonna della Misericordia e la Madonna dell’Umiltà. Il canto che Krahn intona nella sua lingua natia è un atto penitenziale della tradizione cristiana. Il testo descrive il turbamento di Maria incinta, che deve attraversare un bosco di spine. È un canto di dolore e speranza, un omaggio alle madri e ai rifugiati che approdano in Europa. Al termine del canto l’artista alza la gonna, le colombe, simbolo sacrificale per eccellenza, rinunciano alla protezione del suo lungo vestito e, intimorite, talvolta macchiate di sangue a ricordo della sofferenza subita dall’uomo, si librano nell’aria finalmente libere.

Petticoat – Kyrie Eleison, fotografia applicata su muro, 2015.

26 – FalseFriend [Umberto], Francesco Fossati

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FalseFriend è una serie di targhe commemorative, come quelle che costellano i muri di tanti edifici delle nostre città, che racconta eventi inventati ma plausibili, legati a personalità del mondo della cultura. Francesco Fossati vuole creare luoghi immaginari attraverso la costruzione di una nuova memoria collettiva che, contemporaneamente, permetta di prendere consapevolezza di spazi già conosciuti e di riflettere sulle lacune della politica culturale nazionale e internazionale (il lavoro è esposto in modo permanente a Carrara, Montoro, Cormano, Novate Milanese). La definizione di un fatto mai accaduto diviene, quindi, un metodo di analisi del reale.

FalseFriend [Umberto], 2016, incisione dipinta con vernice a solvente su marmo Botticino, cm 50x80x2.

25 – Ghepardi, Davide Rivalta

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Un incontro inaspettato. Questo il primo impatto dell’opera di Davide Rivalta per chi si muove guidato dall’abitudine per le strade di Edolo. Chi sa esattamente cosa incontrerà girato l’angolo, tanto da non rendersi nemmeno conto di quel poco che cambia, probabilmente invece si accorgerà della presenza delle figure forgiate dall’artista. I suoi animali in bronzo sono fuori contesto, ma poggiano sullo stesso pavimento che calpestano ogni giorno gli abitanti di Edolo. Non vogliono essere simbolici, ma epifanici. Si impongono nello spazio, prima, e nella memoria, successivamente: “Qui, un giorno, c’era un ghepardo”, si racconterà.

Ghepardi, 2015, bronzo, misure ambientali.


24. Meccanismo di cesura sonora #1.1, Matteo Maino

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Ogni essere umano presenta una soglia di frequenza oltre la quale, seppur sollecitato, l’orecchio diventa insensibile e cessa di inviare stimoli al cervello. 
“Sentite qualcosa?” 
Questa l’unica domanda possibile davanti al Meccanismo di cesura sonora #1.1 di Matteo Maino. Due riposte nette, senza indecisioni, vanno a comporre due gruppi che hanno due percezioni differenti dell’esistente. L’opera di Maino consiste, infatti, non solo nella trasmissione della frequenza sonora più elevata udibile dall’artista, ma soprattutto nella differente percezione e conseguente reazione che il lavoro genera nel visitatore, in bilico tra frustrazione, insofferenza e fastidio. È solo il suono che determina la costruzione di queste due comunità, che sono costrette al dialogo come mezzo di condivisione e completamento di un’esperienza.

Meccanismo di cesura sonora #1.1, 2014, soglia di frequenza udibile dall’artista (18410 Hz in giugno 2016)

23 – Mappe stellari, Dario Goldaniga

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Le Mappe stellari di Dario Goldaniga provano a fornire all’osservatore un nuovo senso dell’orientamento. Stabiliscono un punto di riferimento che l’artista disegna sulla superficie di lastre d’ardesia di recupero, lavagne non più utilizzate, sostituite da nuovi strumenti tecnologici e abbandonate nei meandri delle scuole, contenitori di sapere fatto di scritture e di cancellature, di sovrapposizioni continue e ridefinizioni di significati. Goldaniga traccia sul delebile per antonomasia segni che non possono essere eliminati, poiché incisi sulla pietra. Sono costellazioni incancellabili, bussola per lo sguardo di chi osserva la sua opera.

Mappa Stellare, 2015, incisioni su lavagna, cm 90×120 cad., 
courtesy Fabbrica Eos e l’artista

22 – Il piccolo albanese, Aleksander Velišček

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La pittura di Aleksander Velišček è la continua sovrapposizione di strati di materia che si fanno sempre più densi sulla tela, fino a che è talmente carica da sembrare di non poter più reggere il colore, fino a essere una pittura concreta come scultura. Velišček accumula olio così come si accumula il peso della storia: rappresenta, spesso, il potere – politico, intellettuale, sportivo, mediatico – nei volti di coloro che hanno segnato le nazioni, a partire dalla sua Slovenia. Il piccolo albanese è il ritratto di un compagno di studi dell’artista, di bassa statura ma raffigurato come un gigante di quasi cinque metri. Una pietra miliare per la sua formazione, che come tale era necessario rappresentare.

Il piccolo albanese, 2009, olio su tela, cm 480×200

21 – I cinque sensi, Michela Pomaro

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È lo scorrere del tempo a determinare l’esistenza dell’opera di Michela Pomaro. Sebbene, infatti, la sua installazione sia visibile in ogni momento del giorno, sono i cambiamenti di luce a trasformarla. L’artista sperimenta con i materiali, giocando con l’osservatore e illudendolo che quelle che vede siano tele tradizionali. In realtà, Pomaro utilizza pigmenti fosforescenti, che reagiscono con la luce e si caricano non appena fa buio creando un mondo surreale.
Prendendo spunto dalle pitture rupestri, l’artista traccia un codice simbolico difficilmente decifrabile, in cui unisce l’attitudine puerile all’approfondimento della storia e dell’iconografia della Valle dei Segni.

I cinque sensi, 2016, tecnica mista su tela, opera composta da cinque tele di dimensione variabile

20 – Sulla soglia, Emanuele Dottori

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PROGETTO SPECIALE
All’ingresso c’è il frottage di uno dei graffiti ancora visibili in una cella. Almeno una parola si legge chiaramente e sembra descrivere meglio di ogni altra la situazione: Inferno. Entrando in una delle due stanze gemelle, quella di sinistra, una grande tela ci mostra l’unico orizzonte visibile dalla cella di fronte. Oltre la porta sbarrata ci guarda una veduta puntuale di Edolo, da sbirciare attraverso la finestrella crociata. La città è dentro e la visione interna si proietta fuori. In questo scambio c’è tutto il senso dell’opera di Dottori: il carcerato sogna la sua Edolo libera e luminosa e la città rivede se stessa e la sua storia dentro l’angustia di quelle quattro mura buie. Una piccola tela e il suo negativo legano le due stanze e ci invitano ad andare nell’altra. Varcata la soglia si scopre l’inimmaginabile: una fuga è possibile e la parete squarciata si apre sulle montagne che ci circondano. Per chi è fuggito e per chi non ce l’ha fatta, una vista di Edolo di notte occhieggia dalla quadratura del soffitto. Una città terrestre che si fa celeste non sarebbe dispiaciuta a Zeffirino.

 Forse un mattino, 2016, gessetto e primal su tessuto preparato a gesso, cm 140×200
Notte insonne, 2016,olio su tessuto, cm 250×210 
Dittico, 2016:
Azzerucis id Aremac, olio su tessuto, cm 23×21,5 
Camera di sicurezza, gessetto e primal su tessuto, cm 23×21,5
Il cielo sopra Edolo, 2016, olio su tessuto, cm 140×270 
Sognando ad occhi aperti, 2016, gessetto e primal su tessuto, cm 250×210 

19 La fuga, Andrea Fiorino

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PROGETTO SPECIALE
A prima vista non si riconosce l’ambientazione della storia che Andrea Fiorino sta raccontando. Potrebbe essere la stanza dell’artista, il cui alter ego è spesso protagonista dei suoi dipinti, invece è la cella di un detenuto, che dalle sbarre alle finestre può vedere solo una notte senza stelle. Fiorino racconta un’epifania che offre una possibilità di fuga, di evasione da una prigione o dal quotidiano, un salto nel vuoto, proprio perché non si sa cosa ci sia fuori.
Il suo tratto è apparentemente istintivo, vicino ai disegni elementari che segnano le pareti di tante carceri; la tavolozza che utilizza pone l’accento su alcuni elementi della composizione, indirizzando lo sguardo dell’osservatore sugli elementi cardine della storia: dall’attesa alla fuga.

La fuga, 2016, acrilico su legno, cm 80×800

18 – Quattro stagioni, Davide Baroggi

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Le finestre di una casa in Piazza Moles sono occupate dalla fantasia creativa di Davide Baroggi. La sua energia non riesce a restare all’interno delle mura, preme verso l’esterno fino a incastrarsi negli unici quattro varchi da cui è possibile uscire. Essi ora si accendono dei colori acidi e irreali di Baroggi, che delinea con uno spesso tratto nero e con un cromatismo istintivo ed espressionista le sue Quattro stagioni. Sono contesti diversi in cui l’artista inserisce un animale, non sempre immediatamente identificabile, un simbolo che riassume senza alcuna mediazione la sua visione di un periodo dell’anno e della vita.

Quattro stagioni,2016, tecnica mista su tela, 
Primavera, cm 99×88, Autunno, cm145x86, Inverno, cm155x87, Estate, cm 161×87