Emanuele Dottori, SULLA SOGLIA

All’ingresso vi era il frottage di uno dei graffiti ancora visibili in una cella. Almeno una parola si leggeva chiaramente e sembrava descrivere meglio di ogni altra la situazione: Inferno. Entrando in una delle due stanze gemelle, quella di sinistra, una grande tela mostrava l’unico orizzonte visibile dalla cella di fronte. Oltre la porta sbarrata ci guardava una veduta puntuale di Edolo, da sbirciare attraverso la finestrella crociata. La città era dentro e la visione interna si proiettava fuori. In questo scambio c’era tutto il senso dell’opera di Dottori: il carcerato sogna la sua Edolo libera e luminosa e la città rivede se stessa e la sua storia dentro l’angustia di quelle quattro mura buie. Una piccola tela e il suo negativo legavano le due stanze e ci invitavano ad andare nell’altra. Varcata la soglia si scopriva l’inimmaginabile: una fuga era possibile e la parete squarciata si apriva sulle montagne circostanti. Per chi è fuggito e per chi non ce l’ha fatta, una vista di Edolo di notte occhieggiava dalla quadratura del soffitto. Una città terrestre che si fa celeste non sarebbe dispiaciuta a Zeffirino.

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LE OPERE

Forse un mattino, 2016, gessetto e primal su tessuto preparato a gesso, 140×200 cm
Notte insonne, 2016, olio su tessuto, 250×210 cm

Dittico, 2016: 
Azzerucis id Aremac, olio su tessuto, 23×21,5 cm
Camera di sicurezza, gessetto e primal su tessuto, 23×21,5 cm
Il cielo sopra Edolo, 2016, olio su tessuto, 140×270 cm
Sognando ad occhi aperti, 2016, gessetto e primal su tessuto, 250×210 cm 

Posted on: 21 Aprile 2020, by : Alessandro Frangi
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