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Giovanni Testori ritorna a Casa

 

DURANTE LE VACANZE NATALIZIE SIAMO CHIUSI
RIAPRIAMO MARTEDI 2 GENNAIO

 

La Biblioteca, i Quadri e i Diritti


VISITA GUIDATA
Con Davide Dall’Ombra accompagnato dall’attrice Angela Dematté che leggerà brani testoriani.
Domenica 3 dicembre, ore 17:30

La visita è gratuita, si consiglia la prenotazione a: info@casatestori.it


ORARI
Lun – Ven 10.00 -13.00 | 14.00 – 20.00
Sab – Dom su prenotazione


LA MOSTRA
Bisogna festeggiare! Torna sulle pareti della Casa di Novate la grande Biblioteca di Giovanni Testori: migliaia di volumi d’arte, monografie dell’8 e ’900, libri sull’arte lombarda, ma anche alcuni nuclei imprevedibili dedicati a manufatti sudamericani o africani.

E la sorpresa non finisce qui. Con l’occasione, l’Associazione Giovanni Testori ha acquisito anche un importante nucleo di oltre 40 dipinti e un centinaio di disegni, che permettono di presentare l’intero percorso di Testori pittore, dagli anni Quaranta agli anni Novanta.

Sono passi importanti, cui si affianca una terza e forse più importante novità: l’acquisizione dei diritti di Giovanni Testori, con i quali l’Associazione entra nel merito di una nuova gestione delle pubblicazioni e delle messinscene testoriane.


Inaugurazione domenica 8 ottobre, ore 17:30

Vi aspettiamo per scoprire in anteprima un primo assaggio della Biblioteca e della raccolta di dipinti, nonché per raccogliere idee per questo nuovo inizio.

Saranno con noi Giovanni Agosti, Luca DoninelliFederica Fracassi.

Erodiàs arriva a Bologna – 20/22 ottobre

dal 20 al 22 ottobre “Erodiàs” di Federica Fracassi con la regia di Renzo Martinelli approda a Bologna ai Teatri di Vita (Via Emilia Ponente 485).
Riproponiamo l’intervista fatta da Daniela Iuppa, studiosa romana, grande conoscitrice di Testori, che ha intervistato Federica Fracassi in occasione dello spettacolo andato in scena a Settembre a Roma.

Erodiàs fa parte del ciclo testoriano dei Tre lai (Cleopatràs, Erodiàs, Mater Strangosciàs): perché tra i tre testi la scelta è caduta proprio su Erodiàs?

Anzitutto mi ha colpito che Testori abbia dedicato alla figura di Erodiade ben tre testi, due in italiano e uno nella sua lingua inventata. Trovo interessante questo personaggio, questo purgatorio: Cleopatràs è l’inferno che ancora non conosce la rivelazione, Mater Strangosciàs il Paradiso che attende la Resurrezione e, nel mezzo, c’è Erodiàs, nel mezzo, nel limbo. Il limbo mi ha sempre attratto perché è molto umano. In Erodiàs c’è un’impossibilità, un non potersi muovere, un dover aspettare e basta, un essere condannati ad aspettare un Verbo che forse non arriverà. È un insieme di possibilità e impossibilità. Mi riguarda molto questo stare in mezzo, anche come donna, anche per la mia età di quarantenne, in mezzo alla vita. E poi volevo incontrare Testori la prima volta nel suo idioletto, subito mettermi nella sfida linguistica più ardita e anche per questo la mia scelta è caduta sul balbettio di Erodiàs.

A proposito di lingua… la lingua dei Lai è tutta musica e invenzione, ma l’impianto è fortemente lombardo: ci vuole coraggio a portarla a Roma… perché questa scelta? Cosa può dare Testori a Roma e, viceversa, Roma a Testori?

Coraggio, sì. Durante le messinscene milanesi in realtà ho avuto un pubblico variegato, da tutt’Italia, e tutti sono riusciti a rimanere agganciati allo spettacolo. Mi fido. Se si riesce a entrare nel lavoro è uno spettacolo caldo, che ti afferra. Non penso che Testori debba essere rappresentato solo in Lombardia. Quando vedo le opere di un autore come Mimmo Borelli per esempio, per me è difficile capire tutte le parole in quell’ impasto di dialetti campani arcaici e contemporanei, poetici e veri al tempo stesso, ma questo non mi impedisce di tuffarmi nel flusso della sua lingua. Anche con Testori stiamo parlando di musica, di poesia, non ci sono confini. C’è una verticalità che richiede un’attenzione a cui siamo sempre meno abituati, questo sì. Ma attira, incanta.

Cos’è stato per te, come attrice e come donna, l’incontro con Giovanni Testori?

Come attrice anzitutto è un banco di prova. Testori devi incontrarlo a un certo punto. Scrive per gli attori, per la carne, per chi è ferito dalla vita. Se non sei in grado di farlo passare nella carne non puoi essere quel tipo di attrice, e per me hai dei limiti, ma questo è un discorso più ampio. In me c’è stata anche tanta incoscienza! Tanto desiderio e tanta incoscienza. La femminilità non è facile nella lingua testoriana, perché la mancanza di una certa violenza, che è propria della donna, può portare a svilire la musica in un dialetto quotidiano semplice, dove queste figure mitiche si rimpiccioliscono e diventano figurine. E invece questa lingua è musica! Quindi occorre mantenerne l’altezza, la forma e insieme incarnarla. L’immedesimazione non basta. Infatti capisco Sandro Lombardi che da uomo ha voluto incarnare le regine mettendole in maschera e tramite una distanza ha trovato la magia, l’equilibrio. Per me c’è stata in realtà una prima tappa intermedia: mesi fa, con la regia di Renzo Martinelli, ho affrontato la lettura dei Tre lai attraversando drammaturgicamente le tre regine, inventandomi il personaggio di un’attrice che tornava a casa la sera sfatta e metteva su dischi di Mina e Ornella Vanoni, tra i pezzi preferiti di Testori, parlava del suo mal d’amore prendendo le parole di Testori a pretesto e tutti mi hanno detto che è stata una scommessa vinta, perché un Testori così al femminile, in questa direzione era una novità interessante. Perché in scena c’era un dolore femminile. Non so se è stata vinta davvero, ma io sono partita da me, non potevo fare altro. Non posso che partire da me.

Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato nel lavoro sui Lai?

Il rapporto tra la presenza e la lingua. Questa lingua, volendo, può essere imparata velocemente, la si può imparare come un mantra, ma non basta. Bisogna incarnarla. Devi trovare sul palco qualcosa per essere presente, qualcosa che sia collegato con te, qualcosa che non è psicologico. Si tratta di una violenza primordiale, si tratta di trovare quell’altezza che è anche una forma di generosità. Io ho tanti difetti come attrice, ecco, magari non sono virtuosa, ma generosa sì. Quella di Testori è una forma che bisogna capire, rispettare e vivere. Alla fine, per me, tutto si riassume nella lingua e in questo suo osare. Testori ha osato molto, ha sperimentato molto, ha rischiato molto. Il teatro è rischio, altrimenti non ha senso farlo. Testori ha rischiato sempre. E anche per me il teatro è questo rischio.

Se dovessi indicare una caratteristica inconfondibile, unica, del teatro testoriano?

Testori ha sempre una dimensione molto umana. Una riflessione sulla fragilità umana di fronte al sacro. E non intendo per forza il sacro dei credenti, ma il mistero che è al di la di noi. Testori mette la fragilità dell’uomo di fronte a ciò che è più grande di lui… Il che è molto teatrale, ma in realtà molto teatro di oggi è solo enunciativo, politico. Invece il teatro di Testori è politico dentro, è rivoluzionario, perché mostra l’uomo in lotta, come è stato lui, no? Solo gli attori che vogliono mettersi in questione e che cercano questo travaso e questo travaglio col pubblico, possono incarnare questa lotta. Altrimenti non lo fai, Testori, fai altro. E la regia non è inutile, non avrei tirato fuori quello che ho tirato fuori senza la regia di Renzo Martinelli. Non bisogna rifare le cose come le ha fatte Testori: probabilmente anche lui oggi le farebbe diversamente! Si possono trovare infiniti modi. Sandro Lombardi e Fabrizio Gifuni sono mondi differentissimi, ma in entrambi questa lingua si fa corpo. La lingua si fa carne. Devo vedere immagine e tormento. Esserci con una presenza. Spesso in teatro si cita il famoso qui e ora, ma non accade. Deve accadere. Occorre una presenza. Testori per me è lingua e presenza.

venerdì 20 ottobre 2017, ore 21:00
sabato 21 ottobre 2017, ore 20:00
domenica 22 ottobre 2017, ore 17:00

Intero: 15 euro
Ridotto: 13 euro
Under 30: 9 euro

[ATTRA]VERSO L’ARTE CONTEMPORANEA. dal 900 a oggi

Il corso nato in collaborazione tra Casa Testori e Tokalon, intende fornire a studenti e docenti dell’ultimo anno delle scuole superiori gli strumenti per leggere e contestualizzare le principali tendenze artistiche internazionali del XX sec.; strumenti fondamentali per acquisire una nuova familiarità con le espressioni artistiche contemporanee.

Interrogando un’opera si può arrivare a toccare da vicino una estrema varietà di aspetti. Primo fra tutti quello della legittimità estetica e ontologica dell’opera d’arte contemporanea che trova oggi, e non solo nella aule scolastiche, ancora resistenze.

I frequentanti avranno la possibilità di acquisire un metodo di analisi specifico per le nuove forme dall’arte contemporanea e dei suoi mezzi espressivi: pittura e scultura, ma anche performance, installazione, fotografia o video; oltre naturalmente a poter conoscere nel dettaglioi caratteri espressivi delle nuove correnti e tendenze, attraverso un’apertura che miri a ricostruirne il contesto culturale di nascita e fruizione.

PROGRAMMA

ALLE RADICI DEL CONTEMPORANEO
VIDEO LEZIONI INTRODUTTIVE

1_HENRI MATISSE, Beatrice Buscaroli (Accademia di Belle Arti, Bologna)
2_PABLO PICASSO, Elena Pontiggia (Accademia di Belle Arti, Milano)
3_MARCEL DUCHAMP, Marco Meneguzzo (Accademia di Belle Arti, Milano)

NUOVE ESPERIENZE DEL CONTEMPORANEO
LEZIONI IN PRESENZA O IN DIRETTA STREAMING TENUTE ALTERNATIVAMENTE A BOLOGNA  E A MILANO

Giuseppe Frangi (blogger e curatore)
ANDY WARHOL – 6 dicembre mercoledì 2017 – Arte Conte /1 Malpighi Bologna
AI WEIWEI – 12 gennaio venerdì 2018 – ArteConte/2 Sacro Cuore Milano

Marco Tonelli (Accademia di Belle Arti di Foggia)
FRANCIS BACON – 9 febbraio venerdì 2018 – ArteConte/3 malpighi Bologna
DAMIEN HIRST – 23 febbraio venerdì 2018 – ArteConte /4 Sacro Cuore Milano

Davide Dall’Ombra (università Cattolica di Milano)
LUCIO FONTANA – 9 marzo venerdì 2018 – ArteConte/5 Malpighi Bologna
ANISH KAPOOR – 4 aprile mercoledì 2018 – ArteConte /6 Sacro Cuore Milano

ELABORATO FINALE
Il percorso formativo del Webinar Arte Contemporanea 2017/2018, strutturato secondo i requisiti indicati dalla direttiva 170 del MIUR, richiede anche un lavoro di circa 6 ore complessive di produzione di materiali da realizzarsi durante lo svolgimento del corso stesso.
I docenti partecipanti dovranno realizzare e caricare sul portale del Webinar una relazione sul percorso eettuato, la progettazione di una unità di apprendimento (non unità didattica) relativa ai contenuti del Webinar o (aut) la narrazione di una sperimentazione realizzata in classe con i propri allievi, eventualmente corredata da produzione degli studenti.

TOTALE ORE DI CORSO
22

SEDI DELLE LEZIONI
Bologna* – c/o Liceo Malpighi, Via Sant’Isaia 77, Bologna
Milano** – c/o Liceo Artistico Sacro Cuore, Viale Rombon 78, Milano

CHI SIAMO
Direzione:
Davide Dall’Ombra, Marco Ferrari, Lorenzo Raggi
Comitato Scientifico:
Beatrice Buscaroli, Davide Dall’Ombra, Giuseppe Frangi, Elena Pontiggia, Marco Tonelli.
Comitato didattico:
Martino Astolfi, Vincenzo Battista, Giuseppina Bolzoni, Luciana Borgi, Emanuele Dottori, Enzo Gibellato, Maria Elisa Giorgi, Alberto Maffeo, Alberto Montorfano, Melissa Tresin, Emanuele Triggiani

MODALITÀ D’ISCRIZIONE E DI PARTECIPAZIONE
La quota di iscrizione al percorso annuale è di 130 € per i docenti che possono usufruire della Carta del Docente tramite SOFIA e di 90 € per i docenti non di ruolo o di scuola paritaria o che non possono usufruire della Carta docente. L’iscrizione per i gruppi classe è di 180 euro (fino a un max di 25 partecipanti).

Verrà rilasciato ai docenti un attestato di partecipazione pari a una Unità Formativa, agli studenti un attestato di partecipazione valevole per il credito scolastico. Le lezioni saranno fruibili per tutti gli iscritti anche in differita streaming senza limiti di accesso.

È possibile iscriversi ai Webinar 2017/2018 di Tokalon dal 4/09 al 15/11 attraverso la piattaforma S.O.F.I.A. utilizzando la Carta del Docente.

per maggiori info e iscrizione vai qui

Il Passaggio di Enea

Catalogo della mostra acquistabile nel Bookshop del sito e su Amazon

Meeting di Rimini
a cura di
Casa Testori – Davide Dall’Ombra, Luca Fiore, Giuseppe Frangi, Francesca Radaelli. 

Il tema principale della mostra prende avvio direttamente dal titolo del Meeting per l’amicizia tra i popoli 2017: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”, citazione tratta dal Faust di J.W. Goethe che pone l’accento sul bisogno di riappropriarsi di quello che ci è stato lasciato in eredità, tema centrale anche nell’arte contemporanea.
Il rapporto con il passato e la tradizione ha segnato, del resto, anche tutta la parabola dell’arte del ‘900, con episodi di grande amore e conflittualità.

Cosa significa per un artista di oggi “riguadagnarsi un’eredità culturale soggettiva o collettiva?
Che cosa ha ereditato l’artista? Come ha reso suo, come ha “rinnovato” o superato quello che ha “ereditato dai suoi padri”?
Come agiscono il bagaglio di immagini, simboli, forme del passato ma anche il dover ripensare a generi, soggetti e tecniche, nel confronto con le suggestioni dell’oggi?

Il passato ci ha consegnato grandi storie, molteplici esperienze, e milioni di immagini, simboli e forme con le quali confrontarci. L’artista è come un nuovo Enea che porta sulle spalle il vecchio padre Anchise: non è solo un nano sulle spalle di giganti, ma è capace di riguadagnare e consegnarci l’eredità del passato come, diversamente, non saremmo in grado di fare con il solo ricordo o la semplice memoria.

Nel destino dell’artista c’è sempre il bisogno di una “fedeltà” e di una discontinuità insieme, perché l’arte è un’avventura di conoscenza che passa sempre attraverso un nuovo inizio. L’arte di oggi segna il suo nuovo inizio non solo attraverso i contenuti espressi, ma anche nella scelta dei linguaggi e del mezzo espressivo: dalla pittura alla fotografia e al video, dalla scultura all’installazione, in una libertà di “generi” che non ha avuto eguali prima d’ora.

“Io non voglio scavare nel passato per piacere archeologico, anche se avrebbe potuto essere così, ma perché il passato abbia una realtà che ci condizioni in profondità. Poi, se lo si porta lentamente alla superficie, è pieno di possibilità”, diceva Jannis Kounellis uno dei grandi maestri di oggi, scomparso il 16 febbraio 2017.

In mostra saranno presenti le installazioni di: Michelangelo AntonioniAndy Warhol, Gianni Dessì, Giovanni Frangi, Alberto GaruttiEmilio Isgrò, Julia Krahn, Andrea Mastrovito, Adrian Paci, Wim Wenders. 

La mostra vuole presentare opere di artisti che documentano questo complesso rapporto con la tradizione culturale e figurativa che li ha preceduti, ed è introdotta da un video di contestualizzazione che permetta di “entrare” nel tema, attrezzati a cogliere a pieno la particolarità degli artisti presentati. A fare da “padrino” ai protagonisti in mostra è Andy Warhol, uno dei più grandi artisti del Novecento, che apre il percorso con un’opera dedicata all’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, “riguadagnata” in chiave Pop.

Grande spazio verrà dato al dialogo con il pubblico, magari non “di addetti ai lavori” ma spesso molto affascinato dall’arte contemporanea, anche attraverso la presenza di giovani guide formate ad hoc, che favoriranno un confronto personale con le opere e con il tema dell’eredità culturale.

 

SEDE MEETING
Via Emilia 155, 47921 Rimini, Italia
Tel. (+39) 0541 783100
fax (+39) 0541 786422

Contexto 2017

La città di Edolo si riapre alla giovane arte contemporanea con la regia di Casa Testori.
Torna Contexto e, per la terza edizione, cambiano artisti, percorso e partenza. Il ritrovo è davanti alla Stazione delle Ferrovie Nord, dove il visitatore troverà una bella sorpresa: la splendida Palazzina Liberty svela il suo splendore e accoglie il primo dei 22 artisti. A seguire, non mancano sculture monumentali, installazioni, fotografie, dipinti, affissioni, negozi da esplorare o ammirare dalla vetrina… E tre progetti speciali, nella cartina segnalati in verde, tutti dedicati a Edolo, alle sue strade e palazzi, alla sua gente e alle realtà che la animano.

 

Gli artisti in mostra:
1 Marija Sévic; 2 Giorgio Salvato; 3 Giuliano Cataldo Giancotti; 4 Giulia Crotti; 5 Riccardo Arzaroli; 6 Giulietta Riva; 7 Daniela Peracchi; 8 Olimpia Zagnoli; 9 Sara Montani; 10 Lara Ilaria Braconi; 11 Alex Urso; 12 Marco Pariani; 13 Carlo Alberto Rastelli; 14 Federica Calzi e Laura Ghigliazza; 15 Atelier dell’Errore; 16 Massimo Uberti; 17 Giovanni Pastori; 18 Zeus!; 19 Matteo Cibic; 20 Alessandro Pongan; 21 Benito Ligotti; 22 Marta Carenzi

 

 

Giancarlo Vitali, Time Out – Palazzo Reale

Dal 5 luglio al 24 settembre 2017 si svolge a Palazzo Reale di Milano, Giancarlo Vitali – Time out una vasta antologica che presenta una rilettura critica di 70 anni di pittura: dalle prime opere degli anni Quaranta, apprezzate da Carrà, fino all’ultima e inedita produzione.
Accanto alle opere degli anni Ottanta e Novanta, esaltate da Giovanni Testori, un’ampia selezione di dipinti, di incisioni e di disegni inediti.

a seguire un articolo di Giovanni Testori: I fasti della pittura – Il genio degli Ignoti: Giancarlo Vitali“Corriere della Sera”, 22 agosto 1984

Siamo, ecco, sulla riva di “quel ramo”. Così possiamo chieder soccorso alla voce sgranata, epperò fermamente docente e rammentante, di Franco Parenti mentre, nella “prova” degli “sposi promessi”, insegna a pronunciarlo il “quel” di “quel ramo”, e così, piano, piano, disegna, di lui, il ramo, la colma calma, frastagliatissima sequenza; fino ad arrivare là, sul fondo; poco prima che curvi verso Piona; quanto a dire, a Bellano; borgo che, di fatti, uno dei personaggi della “prova” pronuncia. Negare che questo avviene per rispetto alla storia della peste così come il gran Manzoni ebbe a raccontarcela, ma altresì per rispetto, affetto, ammirata attrazione e attrattissimo amore per la pittura-pittura di chi, in quel borgo, è nato, v’abita e lavora?

Vitali Giancarlo, classe 1929; scritto così, come nei registri delle nascite. Sul nome, lecchesissimo, è planato una sorta di meticciato bergamasco; per via materna; almeno, mi credo: Ma, ciò che più conta, su e nel nome sta chiuso un rebus; o un’umile, araldica “impresa”; rebus talmente chiaro che, forse, rebus non è più, bensì prova della forza di vita, della “vitalità”, appunto; forza del “nonostante tutto” e del “malgrado tutto”, che ebbe a far da nerbo (e nervo) alla di lui non facile esistenza; anzi, difficilissima.

Nacque, Vitali, figlio di pescatori; talmente che, ragazzo, mentre il “bellanasco” calava giù a rinfrescar la calura agostana […]. Già, il “bellanasco”! sapete che sia in sé, e pel lago d’intorno a Bellano, tale vento? Da dove prenda il nome, dato che il borgo l’abbiam rammentato, è fin troppo facile scoprire; ma conoscerlo! E, poi, goderlo! Come capitò a noi, là, nello studio dell’ignoto genio, o servo servilissimo della dea pittura, mentre, con la stessa velocità con cui il padre aveva mostrato persici e agoni, sciorinava, davanti ai nostri occhi increduli, esaltati ed esterefatti, i fasti, ecco, sì, i fasti, d’una pittura sontuosa e trionfante di sughi, succhi, rapine cromatiche, carnali ascendente e debordante, sempre, di fiumi di rose, di peonie e di sangue; una pittura della quale, fin lì, non avevamo avuto notizia che tramite una fotografia.

Può, una fotografia a colori, determinare tanta esigenza, e ansia, di conoscere l’autore dell’opera che vi è riprodotta? Non solo può; deve. A noi, e non solamente per quanto concerne la pittura moderna, è capitato più volte. Pensiamo, infatti, che la pittura, dai suoi fasti (insistiamo, a bella posta, su quest’unica e trionfante parola), chiami, comunque e sempre, in modi ora diretti, ora indiretti, quanti siano suoi veri adepti; adozione che sconfina, anzi, si getta e finisce in amore; o, per far rima come il pasticcio erotico-critico che essa si merita, adozione che finisce in passione. Poi, una volta dentro, tornar indietro! A meno che, per l’appunto, non si sia “mappisti” o “mappatori”! Ma, noi, della capacità di precostituire l’urbanistica dell’arte, non siamo minimamente dotati. Così restiamo all’adozione; e, ogni volta, finiamo nella passione.

Le cautele ci si distruggono fra mano. Ma, ecco, i fasti della pittura-pittura trapassano la carta delle fotografie; la vincono e la schiacciano come folgori o schegge che, dal sole, o da chissà mai quali occhi terrestri e insieme celesti, svelano le inaudite verità che, proprio sulla carta, la riproduzione osava appena accennare. Riproduceva, quella fotografia, che una pura casualità ci permise d’aver per mano, un coniglio; morto; anzi, scuoiato; deposto, ecco su un lenzuolo, come una vittima; feto assassinato dall’inneggiatissima libertà abortista d’oggidì (il richiamo, sacrificale e insieme truce, fu immediato).

La certezza che fosse pittura da toccare, d’amare, e da cui lasciarsi toccare, abbracciare, amare, ci afferrò subito. Restammo così incerti se passar sopra al piccolo, straziato cadavere le mani; ovvero deporvi un velo, come avremmo fatto sul corpo esanime d’un bambino. Ci dicemmo, subito, che bisognava vederlo, quel sacro lacerto, quel sacro, sanguinante brano di sacra, sanguinante pittura; e conoscerne, insieme, l’ignoto autore; e così cavarlo, in qualche modo, dal buio; dal silenzio; dal nulla.

Ci inseguimmo, Vitali e io, come in un’inestricabile mosca-cieca. Finché l’inseguimento si risolse; tramite il figlio; pittore anch’esso; massimamente, anzi, disegnatore (e di quali sottili, snervati incanti già ebbi a dire e più dovrò dire e raccontare presto). Fummo, infine, lì; nel già citato studio; mentre scendeva, a rinfrescare l’estiva calura, lui, il “bellanasco”. Chiedemmo, a Vitali, la gentilezza di mostrarci subito il coniglio; anzi, il sacro feto; il sacro, gemente (ancorché morto) brandello; ben più umano, che animale. Fummo accontentati.

Allora, ciò che la fotografia ci aveva lasciato leggere e presagire, s’accese, gorgogliò, come se, estratta da frigidaire, la bestia fiorisse tutta del sangue che gli alti gradi avevan impietrito e raggelato. Sangue, sì; o, più che sangue, rubini; e, tra i rubini, le viole; soprattutto là dove la tumefazione della martoriata creatura aveva passato il limite; o dove più le mani assassine avevano infierito… Il testo aumentava e accelerava quanto, dalla fotografia, ci eravamo immaginati; anzi, lo glorificava.

Ci riuscì impossibile abbreviar la sosta. Era dai tempi dei primi, diretti e drammatici incontri con gli animali squartati di Soutine che non avvertivamo più una così estrema vocazione della pittura a magnificare se stessa proprio nell’atto in cui si flagellava, in cui si introduceva, in cui affogava o annaspava nell’ematico pantano. Con questa differenza, però: che mentre, in Soutine, la flagellazione necessitava di far passare la realtà entro il cunicolo d’un accanimento deformativo, seppur poi neo-formativo, in Vitali, tale flagellazione, andava a coincidere, e a coincidere millimetralmente, tramite una sorta d’attonita e calmante forza obbiettiva, con le realtà stessa. Insomma, al coniglio di Vitali era abbisognato solo essere guardato e amato da lui, Vitali; solo era abbisognato di venir collocato dal pittore sull’altare dove, da sempre, vengono posti i martiri, i vinti, gli assassinati e i deietti, perché gli ori e le pietre della pittura, magnificando il piccolo corpo, magnificassero il loro trionfo; anzi, trionfalmente lo celebrassero. Dopo i conigli (scoprimmo, infatti, che si trattava di una serie), fu la volta d’altri animali squartati; o di loro, audaci, imminentissimi frammenti. Ne colava il sangue.

 

Bellano, 29/01/12 Gian Carlo Vitali nel sup studio a Bellano Photo: © Carlo Borlenghi
Bellano, 29/01/12
Gian Carlo Vitali nel sup studio a Bellano
Photo: © Carlo Borlenghi

Rossi e Testori, immaginare la città

15 giugno, ore 19:30
Lab – Triennale di Milano

Due grandi intellettuali che con le loro idee eterodosse hanno segnato il secondo Novecento a Milano, stando su diverse posizioni ma con tante imprevedibili affinità. Questo dialogo a distanza viene rilanciato all’interno di Milano Arch Week: protagonisti Giovanni Agosti, docente di Storia dell’Arte alla Statale, e Alberto Ferlenga, rettore dell’Università Iuav di Venezia. Modera Giuseppe Frangi

“Tra le tante cose che accomunano Aldo Rossi e Giovanni Testori, la più riassuntiva è forse il senso della teatralità della vita, la percezione della realtà come spettacolo, come luogo di cui stupirsi ogni giorno, così come ci si stupisce della propria esistenza. E anche il teatro come meccanismo dentro cui le opere si compongono.
Per l’uno l’architettura, per l’altro la scrittura/la parola, sono le forme della conoscenza e della ricerca. Ricerca della felicità /della verità che prende. Modi non esclusivi, ma quasi contingenti in un campo di ricerca immenso: letteratura, storia, arte, teatro, cinema, che si confondono nella propria memoria/biografia; nulla resta escluso dall’indagine sulla realtà totale, e dal senso di mistero e insieme di finitezza delle cose.
Moltissimi i temi “sociali” di contatto – l’autentica predilezione per le periferie, per le storie degli uomini che le vivono, uomini “qualsiasi”, come i personaggi manzoniani – e pure alcuni elementi autobiografici: le famiglie della borghesia lombarda, l’educazione cattolica…
Ritornano analogie anche nei rispettivi linguaggi / espressioni: tanto l’architettura di Rossi, quanto la scrittura di Testori, è classica, luminosa, perfino erudita, e allo stesso tempo evoca chiaramente le radici popolari e rurali della propria storia: l’agricoltura e gli edifici della tradizione molto amati da Rossi, le sue “forme realiste e popolari”. Così è la parola di Testori…
L’incontro vuole suggerire dei punti di contatto, o di incrocio / di incontro – un incontro che non è avvenuto nella vita reale, anche se esiste una lettera di Testori ad Aldo Rossi – e stabilire delle “corrispondenze”. Cerca di farlo isolando all’intero delle rispettive, immense produzioni, dei “temi analoghi” intorno ai quali hanno costruito i loro apparati di pensiero, e dei “luoghi analoghi”, che in alcuni casi stupiscono per quanto siano coincidenti: Milano, innanzitutto, che è stata per entrambi la città di nascita, in cui hanno operato e lasciato la propria eredità, ma anche altri luoghi di affezione: la pianura padana, i laghi lombardi, i Sacri Monti, il San Carlone di Arona. E il David di Tanzio, quadro tra i più amati da Testori, che appare anche nel manifesto rossiano per eccellenza, quello della Città analoga, del 1976.”

Lorenzo Margiotta

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Emanuele Gregolin – Pagine

Visita guidata con l’artista
Sabato 1 luglio e Sabato 8 luglio, ore 17.00
Non è necessario prenotarsi basata presentarsi 10 min prima nel bookshop della mostra


23 giugno – 9 luglio 2017
inaugurazione: Giovedì 22 giugno, dalle ore 19.00

A cura di Vera Agosti

Casa Testori è lieta di invitare il pubblico all’inaugurazione di “Pagine”, una personale di Emanuele Gregolin, a cura di Vera Agosti, con un incontro per presentare il volume dedicato al ciclo pubblicato da Prearo Editore. All’incontro saranno presenti l’artista e la curatrice.

L’artista, di Novate Milanese, è un pittore del movimento Le Meduse, che con una figurazione di ispirazione classica riflette su tematiche sociali attuali. I suoi interessi si rivolgono anche all’architettura, la fotografia e la musica.

Emanuele Gregolin occupa le stanze al primo piano della Casa Casa Testori con 21 opere della nuova serie Pagine e un grande dipinto della serie Interni. Pagine nasce nel 2010-2011. Vengono utilizzati i fogli dei giornali, come elemento costitutivo della composizione, selezionati per una particolare espressione o una specifica parola, solitamente dedicata all’arte, alla musica o alla situazione culturale italiana. Il richiamo al sociale torna inoltre molto forte nei discorsi che si legano alla Chiesa, ai migranti, ai social media e alla rete, accompagnati da frasi scelte ed emblematiche. Le opere presentano forme sempre più astratte e concettuali. In esse sono palesemente evocati Mondrian, Klee, Basquiat… La serie completa può richiamare in un certo qual modo le cancellature di Emilio Isgrò e il coloratissimo lavoro dell’apprezzato Friedensreich Hundertwasser. È un viaggio quotidiano sulle pagine dei giornali, che ora il lettore potrà compiere sulle splendide immagini del prestigioso libro pubblicato dalla Prearo Editore, con la prefazione di Vera Agosti e il testo critico di Angela Madesani.

 

EMANUELE GREGOLIN – PAGINE

Fino al 9 luglio a Casa Testori, Largo A. Testori 13 (via Piave angolo via Dante) Novate Milanese

INGRESSO LIBERO – Orari: lunedì / venerdì 14 -18;  sabato 15 – 20; domenica chiuso
Informazioni al pubblico: tel. +39 02.36589697 | www.casatestori.it | info@casatestori.it
Ufficio stampa: Maria Grazia Vernuccio | cell.335.1282864 mariagrazia.vernuccio@gmail.com

 

Piatto

 

 

Riscoprire Franco Russoli. Incontro con James Bradburne

Giovedì 8 giugno, ore 18.00
A Casa Testori

“Nonostante fosse originario di Firenze, Russoli si stabilisce infatti a Milano nel 1950, e qui, fino alla morte, avvenuta nel ’77, è sempre al centro di tutte le più importanti operazioni di rilancio dei musei cittadini. In una Milano devastata dai bombardamenti della guerra, è al fianco di Fernanda Wittgens per la ricostruzione, “come era e dove era”, del Poldi Pezzoli, segue da vicino (e senza lesinare critiche) l’“orchestrazione romantica”, estremamente razionale, del nuovo allestimento del Museo del Castello Sforzesco, e dal 1957 è direttore della Pinacoteca di Brera. Grande capacità organizzativa, chiarezza e lucidità mentale: sono le armi con le quali si mostra capace di apportare innovative rivoluzioni nella concezione museografica dell’antico museo cittadino, sempre attento a non snaturarne l’identità. Il suo progetto conosciuto come “Grande Brera” significava un museo aperto, che si confrontava con la realtà coinvolgendo il pubblico di fasce sociali e interessi culturali diversi.
Oggi la casa editrice Skira pubblica Senza utopia non si fa la realtà. Scritti sul museo (1952-1977) di Russoli, in cui si concentrano le riflessioni e i risultati di oltre vent’anni del suo lavoro.”

Stefano Bruzzese, Artspecialday

Ne parliamo con Erica Bernardi, curatrice del volume, alla quale è stato affidato l’archivio dello studioso e con James M. Bradburne direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense, l’unico che ha compreso la portata rivoluzionaria del progetto della “Grande Brera” e che pare determinato a portarlo a compimento.

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Un multiplo di Kaufmann per sostenere Casa Testori

“«Io l’ho visto!» recitava il titolo di un’opera di Goya nella serie dei Disastri della guerra. Fu il maestro spagnolo a scagliarsi per primo contro i soprusi e la corruzione dilagante nella Spagna di inizio Ottocento. Un padre nobile dell’arte impegnata. Non a caso l’artista Massimo Kaufmann prende oggi come modello le sue incisioni per darne una versione contemporanea. Le sagome dei personaggi viziosi e guasti sono riprodotte battendo a macchina lettere ossessive, come spettri di corpi sbriciolati dal malcostume. Nella sala del camino di Casa Testori quest’opera sferra un pugno nello stomaco a chi, giunto a metà percorso, non avesse ancora capito il concetto: l’arte ha un ruolo sociale e può fustigare ogni forma di potere.”

Chiara Gatti, La Repubblica

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L’opera di Massimo Kaufmann ispirata ai Capricci di Goya è una delle opere simbolo della mostra “arte CONTRO la corruzione”. Con gesto generoso Kaufmann ha tirato 50 copie dell’opera in forma di manifesto, numerate e firmate. Il ricavato della vendita va a sostegno di Casa Testori.
Il multiplo viene venduto a 50 euro.
È un’occasione straordinaria per acquisire un’opera simbolicamente così significativa e insieme un modo di attivarsi rispetto a un progetto, arte CONTRO la corruzione, che sta suscitando molto interesse e che ha visto tanti artisti scendere in campo con grande convinzione e qualità.

Massimo Kaufmann, Nadie nos ha visto, 1996, disegno a macchina da scrivere