Giovanni Frangi e Benjamin – Back To School

Questo lavoro scaturisce da dei ricordi belli ma anche frustranti per entrambi. Inizia un po’ tutto durante le scuole medie, che ormai sembrano un secolo fa. Ho appena cambiato scuola, dalla International School of Milan alla Sir James Henderson School, oggi conosciuta meglio come British School of Milan. 

In questa nuova scuola, l’arte e il disegno era considerato molto importante, il livello era già molto alto e non era sicuramente una materia da prendere sotto gamba. Un caso? Chiedete al papà. Mi ricordo ancora una delle prime lezioni. Iniziavamo a lavorare sui disegni di prospettiva. I miei compagni sembravano tutti molto tranquilli, io per intenderci ancora oggi nel 2020 disegno le persone in stile “stick man”, dunque potete immaginare l’imbarazzo data la mia abilità artistica…

Mi ricordo che ogni settimana dovevamo completare un disegno, spesso raffigurando una natura morta o oggetti vari come bicchieri, vasi o frutti. Il papà all’epoca non si era ancora arreso e allora decise di insegnarmi a disegnare. Il tentativo durò approssimativamente 10 minuti. 

È a quel punto che il papà si rese conto della mia incapacità di disegnare, seguita dai miei classici attacchi di isteria verso il mondo dell’ arte. Per questi motivi, per evitare insufficienze e imbarazzi personali (la mia professoressa d’arte sapeva del lavoro di papà) decise di aiutarmi in modo drastico. Insomma, in poche parole, i disegni me li faceva lui.  

Ogni volta che consegnavamo i disegni, la professoressa giudicava tutti i lavori davanti a tutta la classe e dava uno per uno un voto da 1 a 5 (5 come impegno massimo) per impegno e A-F (A come voto migliore e C come sufficienza  per la realizzazione del disegno). Incredibilmente, i disegni fatti da papà non prendevano mai più di C/B. Come impegno però prendeva sempre 5, che alla fine suonava più come una presa per culo che altro.

Con il passare delle settimane vedo mio padre impegnarsi sempre di più, non capendo perché il 60% della classe prendesse voti più alti dei miei/suoi disegni. Come scusa diceva che non voleva farli troppo bene per fare sembrare che il disegno fosse mio, ma ogni settimana ci metteva più tempo a completare il disegno. Ed è perché si misurava con la sua inabilità nel fare un disegno preciso, con calma e precisione. Non penso di avere mai visto mio padre frustrato come quando cercava di disegnare una pera e un vaso sotto una lampada accesa. 

A 16 anni feci il mio primo tatuaggio, una fenice abbastanza semplice. Anche in questo caso chiesi al papà di farmi un disegno, però ancora una volta la sua incapacità nel disegnare con precisione mi ha costretto ad arrangiarmi in altri modi.


Quando il papà mi raccontò di questo progetto Artist & Son, non ci ho messo molto a farmi venire un’idea. I lavori che a scuola ci chiedevano di fare erano molto simili allo stile di Maurits Escher, artista famoso per i suoi disegni in matita dove esplora dimensioni/luci diverse ma con una precisione per i dettagli molto significativa. Penso che nel mondo dei tatuaggi, lo stile di Escher si possa definire surrealismo, ma potrei sbagliarmi! Per questo ho voluto sfidare nuovamente il papà, per riportarci un po’ indietro, quando fisicamente eravamo vicini ma mentalmente lontani. Magari far uscire di nuovo quella maledetta frustrazione che avvolgeva mio padre mentre cercava di azzeccare le ombreggiature del disegno. 

Dunque gli ho proposto un lavoro, destinato a diventare un tatuaggio, ispirato all’opera “l’autoritratto allo specchio” di Escher che mostra una mano molto dettagliata che tiene una palla riflettente. Questo lavoro mi ricorda molto quei giorni nelle medie ed è molto simile alla tipologia di stile dell’albero della vita che ho tatuato sulla coscia. Preciso che anche questo tatuaggio non è disegnato dal papà.

Gli ho chiesto di concentrarsi sulla mano, rispettando i criteri di giudizio che avevo avuto a scuola; provenienza della luce, ombre giuste, profondità giusta, sfumatura giusta e cosi via. Visto che già la mano sarà una bella sfida abbiamo accordato che gli avrei dato un po’ di spazio sulle figure nella mano. Gli ho chiesto di aggiungere dei bolli, tre per essere precisi. Un bollo raffigurando uno stick man, uno con sopra un cavalletto e un altro con un albero, stile Frangi, senza regole e senza ragione.

Oggi siamo spesso lontani fisicamente, però più che mai spiritualmente uniti. Abbiamo imparato ad apprezzare ciascuno le proprie passioni in modo equilibrato. D’altronde, con il tempo e con un pizzico di maturità in più, ho imparato che a quel mondo dell’arte, che ancora capisco a stento, devo tutto e che alla fine della giornata non scambierei mai “autoritratto allo specchio” di Escher per un bosco di papà. Chissà che questa non sia la volta buona per un nuovo tatuaggio made by Frangi o ancora meglio made by the Frangis.”
Benjamin Frangi


Giovanni Frangi (Milano, 1959), Vive e lavora a Milano

Posted on: 7 Maggio 2020, by : Alessandro Frangi
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