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La stanza grande

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Un’altra escursione globale è in questa stanza del primo piano. Si confrontano due artisti, uno italiano e uno americano, che hanno messo a tema il Sudafrica di ieri e quello di oggi. Al passato del paese si rivolge il lavoro di Pietro Ruffo, esposto sulle tre pareti a sinistra. La ricerca dell’artista restituisce due diversi momenti pre-rivoluzionari della storia del Sudafrica ed è il risultato di un progetto di residenza a Johannesburg. Il primo periodo è il Seicento, quando gli insediamenti degli olandesi sono unicamente a scopo agricolo, funzionali all’aprovigionamento delle proprie navi dirette in Oriente. Il secondo periodo è relativo alla fine degli anni ‘80 del Novecento, caratterizzati dalle rivolte che precedono le fine dell’apartheid. Per il primo periodo Ruffo ridisegna stampe originali olandesi; per sovrapporci il secondo momento utilizza manifesti di protesta utilizzati come vere e proprie armi contro il regime. Due momenti “pre” perché «Prima di una rivoluzione, prima del tempo in cui cambia qualcosa, le persone hanno un’idea unica di libertà e questa idea di libertà è molto forte nella loro mente», spiega l’artista. 
Nella grande parete frontale si presenta Yazmany Arboleda, di origini colombiane, oggi vive a New York dove mette a punto progetti di “living sculptures”  in grado di trasformare il mondo. In Sudafrica ha messo nell’obiettivo la questione degli edifici che il potere politico ed economico lasciano vuoti: l’azione narrata dai disegni e dalle fotografie esposte racconta l’intervento al Central Business District di Johannesburg, dove, in una notte, nove edifici del centro sono stati segnalati grazie a macchie di  vernice rosa sulla facciata, fatte per resistere qualche settimana. 

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Posted on: 25 Marzo 2020, by : Alessandro Frangi