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Il Salone

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Per capire il tema di questo avvertimento basta che ci spostiamo nel salone di Casa Testori. Qui ci aspettano tre maestri dell’arte italiana di oggi: Mimmo Paladino, Emilio Isgrò e Gianni Dessì. Quella di Paladino è una scultura realizzata dal maestro di Paduli nel 2013 e mai mostrata in pubblico. Come spire di un serpente che non ha né capo né coda, un serpente da cui sembra impossibile potersi liberare, il cavo di ferro tiene prigioniera una testa lavorata in alluminio. Paladino si pensa in primo luogo come pittore, per questo dice «nella scultura io ho sempre pensato a quelli che anche nel passato avevano questa architettura grafica». Quello sul camino è un nodo inestricabile, che non solo imbriglia quell’icona umana ma la fa regredire quasi a maschera di un automa grazie all’uso di un materiale freddo come l’alluminio.

Nella parete di fronte sono esposte quattro tavole di uno dei cicli più celebri di Emilio Isgrò: “La costituzione cancellata”, del 2010. «Mi ha spinto in quest’impresa il disappunto malinconico di un italiano che vede il proprio Paese crollare», aveva detto l’artista spiegando le ragioni di questa sua impresa.  La cancellazione è un atto di profondo rispetto. «La Costituzione – ha detto Isgrò – è un’opera d’arte, al pari del “Cantico” di San Francesco e della “Commedia” di Dante. È scritta in un italiano perfetto, semplice, burocratico, non in  “burocratese”. I Padri costituenti erano delle persone molto colte». Ma con la Costituzione cancellata Isgrò mette anche in risalto come in troppi si prendano gioco di quel testo costituente. Queste, infatti, sono le parole sopravvissute che danno quindi i titoli alle quattro opere in mostra: “Una indivisibile minorata”, “Non  sono proibite le associazioni segrete”, “È senatore di diritto chi è nato a febbraio”, “Addì 27 dicembre 1947”. Rispetto e insieme denuncia; venerazione e insieme amarezza: questo ci comunica l’opera di Isgrò. 

Il dittico di Gianni Dessì è un’opera recentissima: le tele sono dipinte a olio in una sorta di nero-nero su nero. Una delle due opere, “A&E”, richiama quello che simbolicamente rappresenta l’avvento della corruzione alle origini stesse della storia umana nella Bibbia. Il serpente come il grande corruttore. L’altra opera, “Insieme” vede ancora una figura umana: l’elemento geometrico, freddo, neutro sulla sua sinistra sembra scattare come una trappola.

Nella stanza, campeggia la sorpresa di Katja Noppes: è un’installazione semplice che mette in moto un processo da cui non ci si può sottrarre. Immagini di corruzione, di guerra e ingiustizia, raccolte a tutte le latitudini da oltre 25 anni, si riflettono nello specchio. Ne vediamo solo il riflesso, e tra loro si mescola anche la nostra immagine, come pure quella dell’ambiente incantato in cui ci troviamo. La corruzione ci riguarda. Non ci può chiamare fuori e non ci si può illudere di non c’entrare con quello che vediamo. La neutralità non ha spazio. Spazio extrapersonale, peripersonale e personale vengono a sovrapporsi.

Posted on: 25 Marzo 2020, by : Alessandro Frangi