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Giorni Felici 2010

20. Gaia CARBONI, Incidenze

Stanza 20
Invitata da Stefano Arienti
Il progetto pensato per questa stanza esprime una riflessione concernente due differenti elementi, riuniti, però, sotto lo stesso segno; uno è legato alla tecnica dell’incisione, nei suoi diversi aspetti processuali, l’altro si riferisce al ruolo della luce nell’incisione stessa e quindi alla sua percezione attraverso la ponderazione di diverse dimensioni spazio-temporali. La processualità  propria dell’incisione viene apparentemente interrotta nell’opera Phos III. Essa, benchè rimasta in forma di matrice, lascia spazio alla luce che insediandosi nei segni incisi, come se fosse inchiostro, fa emergere il paesaggio rappresentato, che a sua volta, tra le corrosioni e le inflorescenze che il tempo ha lasciato sull’alluminio, si sotto-pone. Tale discorso si ripresenta nell’opera site-specific Abete dove il segno inciso viene percepito sempre grazie a essa. Tale opera catapulta all’interno della stanza l’abete presente nel giardino di Casa Testori ed è il motivo principale per cui ho scelto questa stanza: l’albero in questione è esattamente centrato nella finestra che viene percepita, di conseguenza, come inquadratura perfetta di un elemento molto affine nella struttura architettonica alle forme che rappresento. La virtualità  di questo soggetto che si astrae dal suo contesto introduce la dimensione metafisica dei tre disegni Dark I, II e III, in cui la luce non è più fisica ma interamente mentale ed è espressa attraverso l’uso della penna nera e quindi dell’inchiostro, che si staglia sulla superficie metallica dei cartoncini che imitano la lastra di incisione.

Gaia Carboni è nata a Torino 1980. Vive e lavora a Fidenza.

16. ARIANNA SCOMMEGNA, …Às

Stanza 16
Per una nata e cresciuta a Milano come me, Testori è quello che ho assaporato fin da bambina. Il suo è un meraviglioso dialetto, un brianzolo misto a latino, francesismi, onomatopee, una lingua che è corpo, terra, profumi. Tridimensionale, non piatta come l’italiano della dizione perfetta.
Arianna Scommegna

Sconvolgente dichiarazione d’ amore, di morte e di vita “Cleopatras”, è uno dei “Tre Lai” i lamenti per l’ amato ucciso, scritti da Giovanni Testori negli ultimi mesi di vita. È il pianto della regina d’ Egitto, qui con la lombarda desinenza «as» segno dialettale di enormità , disprezzo e equivalente al nome in dialetto di Asso in quella Brianza cara all’autore, per il suo «Gran Tunià s», Antonio. Una donna che si esprime in quella lingua testoriana più che mai estrema, artificiale, nata da più lingue, vive e morte, da dialetti, da varianti fonetiche, impervia, oscura ma paradossalmente «naturale» e «chiara» nell’evocare la violenza delle passioni. Guidata dalla regia attenta di Gigi Dall’Aglio la bravissima Arianna Scommegna ben riesce a dare voce a questa lingua materica e alle emozioni che la pervadono, a renderla carne e sangue, e sul suo bianco costume con colori blu, verde, rosso disegnerà  il luogo geografico in cui Testori la fa vivere.
Magda Poli

 

Arianna Scommegna è nata nel 1973 a Milano, dove vive e lavora. Si è diplomata alla Civica Scuola Arte Drammatica “Paolo Grassi” nel 1996 e nello stesso anno ha fondato, con un gruppo di compagni di accademia, l’Associazione teatrale indipendente A.T.I.R. con la quale realizza la sua attività  teatrale organizzando spettacoli, laboratori, festival. Il nucleo stabile e continuativo dell’Associazione è composto da quattordici persone tra attori, regista, scenografa, costumista, organizzatrice e staff tecnico. La direzione artistica è di Serena Sinigaglia. L’associazione gestisce dal 2007 il teatro Ringhiera, uno spazio nella periferia Sud di Milano, al Gratosoglio. Tra le tante produzioni che l’hanno vista coinvolta, spiccano i tre monologhi interpretati nell’ultima stagione: Qui città  di M di Piero Colaprico, La Molli (divertimento alle spalle di Joyce) e Cleopatrà s di Giovanni Testori. Il 5 giugno 2010 l’Associazione Nazionale dei critici di teatro le ha assegnato il Premio Critica.

19. MARIO DELLAVEDOVA, Quasi puro esercizio formale

Stanza 19
Per Giorni Felici si è scelto di entrare subito nei dettagli: tele che si richiamano a motivi tradizionali del sud ovest messicano tinte naturalmente e tessute su telai a mano… che fanno da sfondo a scritte al neon (luminosità  glacialmente calda) … del genere aporie… testi di canzoni… frasi fatte poliglotte. Come “refined roughness” (rugosità  raffinata). Una congiunzione o coniugazione tra regionale, locale, ancestrale e modernità  globalizzata … come “quasi-puro esercizio formale”.
Mario DellaVedova

Lo stile dell’artista non è facilmente identificabile, dal momento che questo è intenzionalmente “decostruito” a favore di plurime e costruttive chiavi di lettura. Le sue opere, che spaziano in diversi campi, giungono alla pittura, alla scultura, alle installazioni, ma anche ad altri mezzi, rifacendosi ad oggetti, materiali e linguaggi provenienti dalle culture passate e contemporanee. Questi elementi vengono scomposti e ricomposti azzerati e rielaborati in modo che acquistino un senso logico o una semplice e palese giustificazione a prima vista non così evidente, soprattutto se accomunati tra loro e non accumulati. La parola scritta, spesso utilizzata dall’artista, è tolta dal suo ambito culturale per essere formalizzata attraverso oggetti improbabili ma che allo stesso tempo ne caratterizzano lo stato; proponendo allo spettatore una riflessione sul ruolo dell’artista e sul linguaggio dell’arte eludendone i privilegi. Il gioco di parole, la metafora, l’ironia sottile riportano ad un ambito concettuale che di proposito contrasta con l’aspetto a volte artigianale dei manufatti prodotti o utilizzati e con la semplicità  del metterli assieme.
Carlotta Testori

 

Mario Dellavedova è nato a Legnano nel 1958. Si è laureato in architettura e ora vive tra Taxco in Messico e Villastanza, in provincia di Milano. Le sue opere sono state esposte in molti musei e gallerie in Italia e all’estero: in Giappone, Stati Uniti, Cina, Messico Germania, Austria, e Spagna. Ha tenuto la sua prima mostra personale nel 1984 alla Rocca d’Angera. Nel 1987 ha esposto allo studio Corrado Levi di Milano e alla Guido Carbone Gallery di Torino, nel 1987 a Le Casa d’Arte Gallery di Cologne e nel 1990 a le Case d’Arte di Milano, nel 1991 alla Galleria in Arco di Torino, nel 1992 e nel 1995 alla Sperone Gallery di Roma e nel 1993 nella sede newyorkese della stessa galleria. Nel 1996 ha tenuto una mostra alla Stadtpark Gallery di Krems, nel 1997 alla Galleria 1000eventi di Milano e nel 2000 la Galleria Mazzoli di Modena ha ospitato due sue personali. Nello stesso anno ha tenuto una personale al Museo de las Artes di Guadalajara in Messico, nel 2003 si è svolta la mostra And all that remains is founded by poets alla Sperone – Westwater Gallery di New York e nel 2004 Domestic lights, domestic flights, domestic delights alla Galleria Sprovieri di Londra. Nel 2009 alcuni dei suoi ultimi lavori sono stati presentati alla Galleria Mazzoli di Modena in occasione della mostra ABCD…Benvenuto, Chucchi, Dellavedova .

10. ARMIN LINKE, Chiesa di vetro

Stanza 10
Fotografate una cosa e poi fotografatela nuovamente facendo qualche passo indietro, così potrete scoprire se il suo contesto può farci capire qualcosa in più di quella cosa.
Armin Linke

Nelle sue perlustrazioni globali Armin Linke è stato calamitato dall’architettura di luce della Chiesa di vetro di Baranzate. La parrocchia di Nostra Signora della Misericordia venne progettata da Angelo Mangiarotti e da Bruno Morassutti nel 1957, ma grande importanza ebbero i calcoli strutturali di Bruno Favini che permisero di realizzare un struttura completamente libera nel suo perimetro. Un capannone industriale virato a edificio sacro. La chiesa fece allora l’effetto di un satellite uscito da un film di fantascienza ad anticipare i tempi. La chiesa faceva cadere le cesure rispetto al mondo. La fatica del tempo segna quelle strutture fatte solo di luce e bisognose di restauri. La vita concreta le ha ormai felicemente metabolizzate. Linke coglie questa transizione avvenuta. Un senso di attesa pacificata pervade le immagini, come se il tempo invece di consumarlo desse sempre più corpo a questo spazio.
Giuseppe Frangi

 

Armin Linke è nato nel 1966 a Milano, vive e lavora a Berlino.

12. ALESSANDRO VERDI, Carezze

Stanza 11
I suoi lavori squarciano il velo sul palpito della vita e sugli abissi della disperazione, fanno affiorare le tracce di una memoria lontanissima, archetipica e trasversale alle generazioni, registrano i sussulti della carne il suo fiorire, il suo degenerare, ascoltano il mormorio del ciclo della natura e partecipano al potente spettacolo dell’universo, tra la perdita del Paradiso e il riconoscimento dell’umano.
Gianluca Ranzi

Il rosa è un colore che mi appartiene da sempre. È il colore della tenerezza che si contrappone ai colori della brutalità . Il mio lavoro si muove sempre tra questi due poli: la delicatezza e la violenza. Ma mentre la violenza l’ho sentita subito come una mia cifra espressiva, la delicatezza è invece affiorata con la maturità . Anche da giovane avvertivo che il rosa era un colore che mi apparteneva profondamente, ma in quegli anni quando mi capitava di usarlo alla fine distruggevo sempre i lavori, perchè sentivo di non essere ancora pronto. Non mi sembrava di avere la sufficiente lucidità  per usarlo. Oggi invece lo sente come un modo compiuto  di lavorare sul corpo.
Alessandro Verdi

 

Alessandro Verdi è nato nel 1960 a Bergamo dove vive e lavora. È stato scoperto da Giovanni Testori che ha curato il catalogo della sua prima mostra personale nel 1987 alla Galleria Compagnia del Disegno di Milano, dov’è tornato a esporre nel 1999 e nel 2005. Ha esposto nel 1993 alla Galleria Bellinzona di Milano, nel 1998 alla galerie der KVD di Dachau e alla casa dei Carraresi di Treviso, nel 2000 all’Art’s Events Centro d’Arte Contemporanea di Torrecuso, nel 2001 alla Fondazione Mudina di Milano, nel 2003 a Villa Pomini di Castellana, nel 2004 all’Officina arte di Magliaro, nel 2005 e nel 2007 alla Mudimadrie Galerie Gianluca Ranzi di Anversa. Nel 2008 sono state realizzate le mostre Alessandro Verdi. Il Paradiso Perduto alla Galleria dell’Artistico di Treviso e Alessandro Verdi. Corpo senza Corpo alla Galleria Blu di Milano che attualmente lo rappresenta. Nel 2009 ha partecipato alla 53a edizione della Biennale di Venezia con la mostra Alessandro Verdi: navigare l’incertezza che si è tenuta presso Campo della Tana.

14. YOUSSEF NABIL, Incantesimi

Stanza 14
A me i vecchi film egiziani piacciono perchè mi ricordano com’era l’Egitto allora e mi fanno riflettere su ciò che è diventato oggi. E mi diverto a leggere i titoli di coda tanto quanto a vedere il film! Da quelli si capisce che mescolanza di nazionalità  e religioni esisteva in Egitto. Sono la dimostrazione della ricchezza culturale del paese in quell’epoca, la gente si amava di più. Si leggeva il nome di un musulmano accanto a quello di un ebreo, un greco accanto a un armeno. La nostra società  era molto ricca e più tollerante.
Youssef Nabil

La sua base di partenza è un territorio di grande storia, una storia perduta di cui restano tracce grandiose, quella degli antichi Egizi, e una storia, quella islamica, che sollecita un modello differente da quello, ormai vincente, dell’Occidente: un contesto alla fine marginale rispetto al Grande Mondo, ma centrale nel proprio ambito geo politico, cosmopolita nella propria molteplicità  razziale religiosa e culturale, ombreggiata da nuance orientalistiche quanto mai seducenti. La fascinazione del cinema, come quella delle grandi mitologie del nostro tempo, lo stardom, il glamour, come la credenza nel potere perpetuante dell’immagine, producono nella sua arte quel senso di nostalgia per quel tipo di mondo e di esistenza che sembra vertiginosamente allontanarsi nello spazio e nel tempo, fino al punto di apparire di non essere mai stato e di non poter essere. L’esperienza si converte nella sua arte in vagheggiamento desiderante, in sogno arabescato, in memoria destinata a sbiadirsi nel tempo. Proprio la memoria appare allora come tratto fondamentale di tutto il suo lavoro, una memoria che sembra funzionare come quei vetri colorati che filtrano la luce dalle finestre o dalle lampade nelle moschee e tinteggiano i loro interni di un’irrealtà  fantasmagorica.
Pier Luigi Tazzi

 

Youssef Nabil è nato al Cairo nel 1972, da padre cristiano greco-libanese e madre di famiglia musulmana. Da cristiano si è convertito all’Islam all’età  di trent’anni. Ha studiato Letteratura Francese alla Ain Shams University, ma la grande passione per il cinema lo ha spinto giovanissimo alla fotografia. Tra il 1993 e il 1994 ha lavorato con David La Chapelle a New York e tra il 1997 e il 1998 con Mario Testino a Parigi. Nel 2003 ha lasciato il Cairo per Parigi e attualmente vive e lavora a New York. Le sue opere sono state esposte in molti musei e gallerie: tra le sedi più note vanno ricordati il British Museum di Londra, il Centro de la Imagen di Città  del Messico, il North Carolina Museum of Art, il Baltic Centre for Contemporary Art di Newcastle, la Galleria Leme di San Paolo del Brasile, la FotoFest di Houston in Texas, il Centre de Cultura Contemporanea di Barcellona, l’Istitut du Monde Arabe di Parigi, il Kunstmuseum di Bonn, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, l’ Aperture Foundation di New York e la 53a Biennale di Venezia. Ha tenuto tre mostre personali al Cairo nel 1999, 2001 e 2005. Nel 2005 e 2007 ha realizzato due mostre alla Third Line Gallery di Dubai. Nel 2007 e nel 2008 ha esposto alla Michael Stevenson Gallery di Cape Town in South Africa. Nel 2009 ha realizzato cinque mostre personali: a Roma a Villa Medici, a Firenze alla Galleria Poggiali e Forconi, a Berlino presso la Volker Diehl Gallery, a Dubai alla The Third Line Gallery e ad Atlanta al Savannah College of Art and Design.

13. J&PEG, La notte cade su di noi

Stanza 13
Una camera da letto, la stanza più segreta della casa, dove nemmeno l’ospite viene invitato ad entrare, diventa, nel percorso di questi quadri e di questa installazione, l’emblema di un mondo universale, nel quale si indaga sulla libertà  e sul suo rapporto col potere. In questo ambiente l’uomo rimane solo con se stesso, finalmente libero da ogni imposizione esterna, abbandonato alla sua intimità , ma destinato comunque a soccombere davanti alle sue necessità  fisiche e all’esigenza del riposo. L’essere umano, concepito con il limite del sonno, è qui già  pronto ad evadere e a riscattarsi con l’immaginazione e la speranza del sogno. Una stanza, illuminata in modo da ricordare al visitatore le luci e le ombre della società  contemporanea.
J&PEG

La coppia J&Peg si mette al lavoro con serena cleptomania e illustra atteggiamenti, posture, comportamenti e metamorfosi di figure che sembrano voler rappresentare un inedito teatro della vita. Pittura, scultura, fotografia ed istallazione si mettono al servizio di una messa in scena capace di spostare la contemplazione del pubblico fuori da un’esclusiva condizione di intelligenza diurna. Qui la scena invece amplifica gli spazi intermedi della fruizione estetica e determina la possibilità  di affermare con Baudelaire che il Bello è sempre una promessa di felicità . Naturalmente qui il bello è volutamente costruito. Rinvia sempre ad un altrove reso possibile dalla riproduzione tecnologica, ma anche corretto dalla manualità  artigianale. La convivenza dei diversi media tra loro permette una iconografia che vive ai confini tra enigma e senso esplicito. Qui l’arte sembra confermare un’inedita vocazione, quella di essere una sorta di Bocca della verità  che non ci parla con sentenze ambigue e oscure, ma piuttosto illustra il bisogno dell’uomo di marcar i limiti psicologici e sociali. Per farlo J&Peg utilizza sul piano della comunicazione la famigliarità  furtiva che proviene al gran pubblico dal cinema, la fotografia, il teatro e la virtualità  dei giochi interattivi.
Achille Bonito Oliva

 

I J&PEG sono Antonio Managò e Simone Zecubi; lavorano da sempre in coppia. Antonio è nato nel 1978 a Busto Arsizio e Simone nel 1979 a Gallarate. Entrambi si sono diplomati presso l’Accademia di Belle Arti di Brera: Antonio in Scultura e Simone in Scenografia. Vivono e lavorano a Milano. Nel 2006 e nel 2007 hanno esposto alla Galleria Obraz di Milano in occasione delle collettive Take Five Lo stato dell’arte. Nel 2007 e nel 2008 hanno partecipato ad Artfirst di Bologna e al Miart di Milano, nel 2008 ad Art Paris e a Roma – The road of contemporary Art. Nello stesso anno hanno tenuto la prima mostra personale Working Mates + Project Room. Ten second to midnight presso la Galleria Poggiali e Forconi di Firenze, presentati da Achille Bonito Oliva. Nel 2010 hanno partecipato all’evento (Con)Temporary Art presso Superstudiopiù di via Tortona a Milano, con una stanza dal titolo Natura Naturans.

7. UMBERTO CHIODI, Stanza dei varchi

Stanza 7
31 Marzo 2010. L’asimmetria delle pareti, la pavimentazione originale in terracotta e la grande finestra che dà  sul giardino interno danno all’ambiente un distacco temporale e una luce che mi rimandano ai silenzi dell’infanzia. Questa sala, che Testori adibì a biblioteca e che ora vedo inquietantemente vuota, mi sembra contenere un segreto, è come sospesa e velata. La stanza stessa mi sembra una soglia, un sipario da scostare. Mentre cammino credo di compiere una metaforica invasione nell’organismo, nell’interiorità  e nell’anteriorità  della casa. Maggio 2010. Ho pensato ad un grande sipario di velluto rosso fissato al muro, leggermente aperto per far intravedere la mancanza di un reale passaggio. Intorno sulla parete, come sospese in un dialogo fra bidimensione e tridimensione, disegno delle figure antropomorfe che rappresentano le tensioni di un disordine pulsionale. Le figure sono come sfingi ai lati di un teatrale varco illusorio. Al centro della composizione nelle opere su carta e nell’assemblaggio, il varco è uno stemma svuotato, privato del simbolo di un ordine politico-sociale o dal contrassegno di una Nobiltà . Una nobiltà  intesa soprattutto come Bellezza ed elevatezza. La mancanza effettiva o illusoria di qualcosa di centrale all’interno dell’opera è un’esperienza del vuoto per l’osservatore. L’opera si nega, la visione indotta si nega. Quel varco -foglio bianco o reale sfondamento- equivale ad uno specchio, è il cuore della morte, trascende l’opera stessa.
Umberto Chiodi

L’infanzia come scenario, l’inconscio come orizzonte, assumono nell’opera di Chiodi una temperatura altamente drammatica perchè servono all’artista per intavolare un discorso sul viscerale. La visceralità  è un modo primario di affacciarsi sul mondo, un sistema di relazioni pre-razionali, irrelate e non necessariamente motivate, a diretto contatto con l’immaginario e forte a sufficienza per costruire il discorso. Non necessarie, gratuite, le relazioni di senso che l’immaginario crea hanno a che fare col mondo dell’in-fanzia una volta assurta quest’ultima a emblema del disordine pulsionale contro l’ordine razionale. Dunque, emblema di uno scontro, di una contraddizione, di una tensione. L’immaginario si oppone, almeno nelle strategie estetiche, ai discorsi dell’ordine, e il lavoro recente di Umberto Chiodi assume l’infanzia facendola diventare da tema implicito intenzione, tensione, che sovrintende alla messa in forma dell’opera stessa.
Giorgio Verzotti

Umberto Chiodi è nato a Bentivoglio nel 1981. Vive e lavora a Milano. Ha esposto per la prima volta nel 2003 all’Accademia d’Arte di Bologna. Nel 2006 ha tenuto la personale dal titolo Asfodelo presso Studio d’Arte Cannaviello di Milano. Nel 2007 ha partecipato alle collettive Arte Italiana, 1968-2007 a Palazzo Reale di Milano, a Dopamine presso Studio d’Arte Cannaviello e ha realizzato la mostra Semplicitas, Duplicitas presso la Galleria Schultz Contemporary di Berlino. Nel 2008 la Galleria Nazionale di Belle Arti di Sofia gli ha dedicato la personale Umberto Chiodi. Nel 2009 si è tenuta  Milano la mostra Superfetazione presso Studio d’Arte Cannaviello .

3. ENZO CUCCHI, Omaggio a Testori

Stanza 3
Ma alla pittura non puoi arrivarci per via concettuale, è una posizione così naà¯f che mi sorprende. Devi sentire il peso, la sostanza della materia, che arriva da un luogo così lontano. È un’abitudine che non ti togli di dosso, un vizio assurdo, come uno specchio al mattino.
Enzo Cucchi

Non è più questione, qui, di pittura, nè di grafica o di scultura. La divisione dei generi s’affondata nell’acque mediterranee e da esse risorge come Afrodite o come martire. Ma, risorgendo, essa s’è fatta segno onnicomprensivo; segno – immagine; segno – emblema. Proprio come accade alle incisioni rupestri dei Camuni: ai simboli misterici degli Egizi: ai martirizzati graffiti delle catacombe. Come accadde, altresì, sui muri delle più disperse chiese, ove s’incisero le dediche di devozione o le richieste di pietà  e di grazia. Come accade, infine, sui tronchi dei boschi ove, con punte fiammegginati di brevissime lame, si fermaron, per sempre, i nomi, le date e i cuori degli amori più poveri e desolati.
Giovanni Testori

 

Enzo Cucchi è nato nel 1949 a Morro d’Alba, un villaggio contadino della provincia di Ancona. Vive e lavora tra Roma ed Ancona, luoghi da cui trae ispirazione per la sua arte. Dopo esordi in ambito concettuale, è approdato alla figurazione, diventando uno dei principali esponenti del nucleo storico della Transavanguardia italiana tematizzato da Achille Bonito Oliva. Nelle opere su tela, accompagnate da numerosi disegni e spesso presentate da testi poetici scritti dall’artista stesso, si riappropria con sguardo visionario del mito, della storia dell’arte e della letteratura (“Cani con lingua a spasso”, 1980 ed “Eroe senza testa”, 1981; “Sia per mare che per terra”, 1980), dando vita a composizioni di grande intensità  simbolica, nelle quali spesso il mondo è rappresentato come campo di battaglia tra due principi opposti.
Dopo le grandi composizioni con l’uso del carboncino e del collage, ha sperimentato l’utilizzo di diversi materiali, tra i quali la terra, il legno bruciato, i tubi al neon e il ferro (nella serie “Vitebsk-Harar” dedicata ad Arthur Rimbaud e Kazimir Severinovič Malevič) abbracciando nel contempo un uso quasi caravaggiesco della luce, che gli ha consentito effetti di profondità  spaziale.

17. ALESSANDRO MENDINI, La poltrona di Testori

Stanza 17
Una grande villa borghese accanto a Milano. E in essa l’astratta presenza di Giovanni Testori, il grande artista che ho sempre amato. Che bello compiere un gesto nella sua casa, dentro a una sua stanza. Pensieri per me pieni di storia e di memoria, parole e disegni tanto assimilati nel passato. Di questi giochi di anime è di fatto il mio spazio in casa Testori, un omaggio compiendo un esercizio parallelo. I miei stilemi sulle sue pareti, uno scatto di intesa con i suoi muri parlanti, dove con il colore provo a ripercorrere lo spirito dei suoi gesti. E poi nel belvedere a semicerchio  fuori dalle due finestre una fredda poltrona di bronzo. Dove spero per qualche giorno Testori vorrà  stare a meditare, cioè sulla poltrona di Testori.
Alessandro Mendini

Alessandro Mendini col suo lavoro d’intreccio, tra pittura progettata e design pittorico, si pone correttamente nella posizione di chi non può che rappresentare la contraddizione come valore della creazione artistica con altri processi produttivi passibili d’istruzioni prima dell’uso. La complessità  in questo caso consiste proprio nel progetto dolce di trasferire nel campo della pittura quel raffreddamento tipico del design e in questo il calore decorativo caratteristico di quella. Si arriva così alla scarnificazione di un linguaggio depurato dall’edonismo della materia e dall’enfasi ornamentale capace di nobilitare la mancata funzionalità  dell’oggetto. L’operazione è valida proprio a partire dalla ricerca di un equilibrio creativo fra le due polarità  attraverso la scelta di una volubilità  capace di tenere in piedi due processi creativi differenti eppure convergenti tra loro. Evidentemente Mendini ha superato la superstiziosa superbia dell’artista come architetto del mondo, di colui che deve produrre risposte costruttive alla domanda sociale di un ordine possibile e trasferibile in scala dal perimetro dell’opera a quello più vasto dell’esterno. L’intreccio operativo di Mendini comporta l’assunzione di un sistema strabico di produzione linguistica supportato sempre da un desiderio di astrazione dei generi adoperati. L’astrazione è raggiunta proprio mediante l’applicazione del metodo di contraddizione. Contraddizione della specificità  linguistica raggiunta mediante, appunto, una “pittura progettata” e un “design pittorico”. In tal modo assistiamo a una de-strutturazione della pittura e del design realizzata attraverso l’ampliamento delle loro possibilità . L’ampliamento determina una perdita di confine, l’astrazione di un perimetro dell’opera che trova la propria definizione attraverso la citazione di procedure assolutamente contaminanti. La trasversalità  formulata dal nuovo metodo creativo di Mendini comporta l’assunzione anche dell’architettura come vasto campo della rappresentazione, dove il modulo architettonico non è struttura edilizia ma attrezzo scenico. In tal modo non ci troviamo di fronte alla speranza avanguardistica di una sintesi delle arti quale possibile antidoto totalizzante contro la parzialità  dei linguaggi e del mondo.
Achille Bonito Oliva

Alessandro Mendini è nato a Milano nel 1931