Recensione del Corriere della Sera

L’arte sfida la corruzione
A Casa Testori, a Novate Milanese, s’inaugura una mostradi 29 artisti che interpretano il malcostume più diffuso

Di Chiara Vanzetto

Innanzitutto sfatiamo un mito: Novate Milanese non è lontano, quasi siamo ancora in città, dunque raggiungere Casa Testori non è un’impresa titanica. Detto questo, sabato 8 aprile a Casa Testori si inaugura, alle 18, una mostra che, come sempre, si snoda in tutte le stanze della villa (fino al 4 giugno). Insolito e sorprendente il tema già annunciato nel titolo, «Arte contro la corruzione». «Tutto è nato da un interrogativo: l’arte può essere propositiva su un argomento cruciale come la corruzione, trasversale e comune a tutto il pianeta?», racconta il direttore Davide Dall’Ombra. «L’arte può far crescere la sensibilità al riguardo? Soprattutto per i giovani, vittime a volte inconsapevoli dei meccanismi corruttivi che ingarbugliano e frenano ogni cosa». La riflessione, concretizzata in autunno in tre incontri al Parenti, si è poi sviluppata nell’idea di una rassegna collettiva. «Siamo meravigliati per la partecipazione e il coinvolgimento degli artisti, tutti molto interessati a esprimere la loro posizione».

Ne è uscita una rosa di 29 creativi di generazioni diverse, maestri accanto a esordienti, scelti per coerenza e tangenza con la ricerca proposta, alcuni presenti con lavori storici, altri invece realizzati ad hoc. Partiamo dai più noti. «L’opera simbolo della mostra è “Senza titolo” del 2013 di Mimmo Paladino: un groviglio di fili metallici che avvolge e soffoca una testa umana, così come la corruzione avvolge e soffoca ogni attività». Non da meno i quattro esemplari della «Costituzione cancellata» di Emilio Isgrò, meno pessimista di quel che sembra, perché le poche parole non coperte emergono come possibilità di rinascita. Intanto in cucina Antonio Marras ha collocato l’installazione «Malelingue», concreta rappresentazione della doppiezza che sta alla base di ogni azione corrotta. Poi le foto di mafia di Letizia Battaglia, il ritratto in veste di migrante di Corrado Levi, il falcetto tricolore di Stefano Arienti (utensile buono o arma cattiva?), lo striscione da manifestazione di Marco Cingolani, i grandi pannelli in ceramica di Bertozzi & Casoni, da un lato omaggio a Duchamp per la presenza dell’orinatoio, dall’altro intreccio di inutili tubi che evocano quasi un impianto fognario.

Non mancano le presenze internazionali, tra cui merita un discorso a parte il video duro e intenso di Regina José Galindo, ripresa di una performance di un’ora: l’artista denuncia al microfono i misfatti della dittatura guatemalteca, intanto varie anestesie alla bocca le impediscono via via di parlare. Mentre lungo la scala sono disposti 24 ritratti di un ciclo di 1400 pezzi: personaggi veri condannati per corruzione in Cina, un’idea del regista Zhang Bingjian per suggerire le dimensioni di un fenomeno nascosto e censurato dalle autorità cinesi. Tra i più giovani da sottolineare la presenza di Filippo Berta con il video «Homo homini lupus»: opera di semplicità disarmante eppure di forza straordinaria, in cui tre lupi sono ripresi mentre dilaniano un tricolore italiano, infangato e straziato. Nessuna immagine poteva essere più chiara ed efficace.

Corriere della Sera_08.04.2017

Posted on: 13 aprile 2017, by : admin