UN SOLO TEMPO: IL PRESENTE
Giuseppe Frangi
Partiamo da un dato statistico: mai nella storia dellâuomo abbiamo avuto tanta produzione artistica come in questo nostro tempo. Mai ci sono stati altrettanti artisti, non solo come quantitĂ assoluta (che sarebbe logico visto che siamo in sette miliardi sulla terra) ma anche come percentuale di persone che hanno scelto lâarte come propria strada. PerchĂŠ câè tanta voglia e tanto bisogno di arte? E come mai proprio in una stagione come la nostra, in cui la logica utilitaristica sembra sempre quella vincente? Sono domande per le quali vale la risposta che si diede Gio Ponti, raccontando un bellissimo aneddoto. Immaginava che Dio ricevesse alla fine dei tempi gli uomini ad uno ad uno, compiacendosi del proprio â suo di Dio â lavoro e di ciò che aveva creato. Quando dopo tutte le infinite professioni si presentò un artista, Dio restò interdetto. PerchĂŠ, che gli uomini potessero essere artisti, era cosa che neanche lui aveva previsto. Ma invece che indispettirsi si compiacque ancor di piĂš di quelle sue creature che avevano sorpreso il loro stesso creatore, facendo qualcosa che neanche Lui aveva messo in preventivo. Cosa suggerisce questo aneddoto? Che lâarte è lâattivitĂ che fa balzare lâuomo oltre se stesso, che è lo spazio dellâimprevisto, del non necessario, del gratuito. Ă il luogo in cui il desiderio che muove lâuomo in ogni istante della sua vita, tenta di oggettivarsi in una forma, in una parola.Â
Ă la stessa cosa da sempre, dal tempo delle incisioni rupestri di Lascaux sino ad oggi. CosĂŹ come non câè un tempo senza arte, non câè neppure un codice che assicura sulla bontĂ dellâarte. Come ha detto Damien Hirst, uno dei fenomeni dellâarte contemporanea, personaggio insieme da scandalo e da copertina: ÂŤLâarte è vera se capisci qualcosa dellâessere vivi che non avevi mai capito primaÂť.Â
Una cosa certa è che lâarte non può mai essere uguale a se stessa, deve accettare sempre il rischio del nuovo, del non detto prima. Anche a costo di fallire, di deragliare clamorosamente rispetto alla sua natura. Câè unâaltra caratteristica dellâarte: conosce solo un tempo, ed è il tempo presente. Questo vale per sempre, nel senso che anche quando guardiamo una grande opera del passato, questa non è grande per statuto, ma è grande perchĂŠ fa vibrare le corde del nostro presente, secondo uno sguardo che non è quello di nessun altro tempo della storia. E il presente dellâarte non è solo ideale, interiore, soggettivo. Ă anche oggettivo: The Artist Is Present si intitolava una straordinaria performance che ha emozionato centinaia e centinaia visitatori al MoMa di New York nel 2010. Marina AbramoviÄ, questo il nome dellâartista, per tre mesi è rimasta seduta davanti ad un tavolo, relazionandosi, soltanto a sguardi, con i visitatori che ad uno ad uno si sedevano di fronte a lei: 1565 persone per un totale di 700 ore di performance. Unâesperienza umanamente ed emotivamente intensissima, in cui lâartista consegnandosi allo sguardo dellâaltro, in un certo senso âdandosiâ, toccava qualcosa che aveva a che fare con il destino suo e di chi aveva di fronte.Â
Lâartista oggi è difficilmente personaggio nellâombra, perchĂŠ i meccanismi mediatici sono molte volte parte integrante del suo agire. Ă personaggio che spesso è chiamato a scoprire tutto se stesso, a mettere a nudo la propria vita, come aveva fatto Tracey Emin, esponente della Young British Art, con unâopera dallâimpatto mediatico clamoroso e dallâaspetto sconcertante: nientâaltro che il suo letto sfatto, dopo essere stato âabitatoâ dal proprio corpo per quattro giorni, dominati da un istinto mortifero. Poi quando se ne è sottratta, ha visto in quella forma che racconta il potenziale disfacimento della vita unâimmagine forte, una forma âscolpitaâ dalla vita stessa; dalla sua vita.Â
Ci si può chiedere a buon diritto come guarderanno quel letto gli uomini del prossimo secolo, che cosa ne vedranno. Ma lâidea che lâorizzonte di un artista sia quello di vincere il tempo, oltre che vagamente superba, è figlia di una retorica accademica che lâarte contemporanea ha avuto il pregio di spazzare via.Â
Lâarte è uno strumento di relazione non pianificata con gli uomini di questo tempo. Ă un linguaggio che arriva a toccare corde profonde, con modi e tempi non preventivabili. Quando dal suo studio in Cina Ai Weiwei ha concepito lâinstallazione per il carcere ora in disuso di Alcatraz ha realizzato unâopera che si è rivelata un gesto risarcitorio, altamente poetico e quindi molto umano: lâaver riempito di delicatissimi fiori di ceramica bianca lavabi, vasche e anche water del carcere, suona come un omaggio a tutto lâumano che lĂŹ è stato profondamente umiliato. Quando Ron Mueck, scultore australiano di straordinaria abilitĂ , monumentalizza le figure di due anziani bagnanti, compie un gesto profondamente spiazzante proprio perchĂŠ carica di emotivitĂ e di commozione una situazione esteticamente non appetibile, e perchĂŠ rimette al centro del fare arte lâeterno tema del corpo. Ă il tema su cui ha ossessivamente ed esplosivamente lavorato in tutti questi anni Jenny Saville, artista inglese. Lei che ha rovesciato sulle tele masse di fisicitĂ strabordanti, una volta attraversata lâesperienza della maternitĂ ha saputo raccogliere questa energia nella narrazione di una relazione: quella tra il suo corpo e i corpi dei suoi figli.Â
Il corpo entra in campo, per metafora, anche nella potente installazione di Anish Kapoor, artista indiano naturalizzato inglese. Con Shooting into the Corner (2008-2009) un cannone spara palle di cera rossa, materia quasi organica e grumo di sangue, contro un angolo della stanza, con una ritmicitĂ implacabile, con violenza sorda e calcolata. Lâeffetto è impressionante, senza essere affatto teatrale. Un altro tipo di violenza è quella proposta da Alberto Garutti: una violenza luminosa, che abbaglia per far scattare una dimensione di meraviglia. Le 200 lampade che sâaccendono ad ogni caduta di fulmine sul territorio italiano sono invito ad aprire una breccia nelle nostre menti, troppo urbanizzate e troppo calcolatrici.Â
Damien Hirst, Marina AbramoviÄ, Ai Weiwei, Ron Mueck e Jenny Saville, Anish Kapoor e Alberto Garutti sono i personaggi qui chiamati a proporre uno sguardo diverso sullâarte contemporanea. Uno sguardo curioso e aperto per non restare ostaggi dei soliti luoghi comuni. Lâarte di oggi è certamente un abnorme fatto di mercato (al punto che uno dei piĂš grandi e seri artisti di oggi, Gerhard Richter, si è pubblicamente detto imbarazzato delle valutazioni che le sue opere hanno raggiunto); lâarte è anche spesso stata ridotta a un idiota esercizio di nichilismo. Ma in mezzo a questa fanghiglia â come sempre nella storia dellâuomo â si possono scoprire dei âfili dâoroâ che è un peccato non seguire, non guardare, non conoscere. Sono âfili dâoroâ che raccontano unâimprevista, a volte spiazzante, commozione per lâumano. E che la raccontano in forme altrettanto impreviste, a volte molto diverse da quelle a cui la tradizione ci ha abituati. Ma lâarte non è obbligata da nessuna forma, anzi è nella sua natura uscire dalle forme anche del passato recentissimo e inoltrarsi su terreni nuovi, rispondendo alle sollecitazioni di tutto ciò che di nuovo la vita degli uomini mette in campo. ÂŤLâarte è una porta aperta alla possibiltĂ Âť, ricorda uno dei piĂš importanti curatori di oggi, Hans Ulrich Obrist, citando lâartista Leon Golub.Â
ÂŤSono sempre stato interessato al momento creativo in cui ogni cosa è possibile e niente è ancora accaduto. Il vuoto è quel momento di tempo che precede la creazione, in cui tutto è possibileÂť risponde Anish Kapoor in unâintervista, incalzato dalle molte domande sulle sue forme concave e convesse e sulle opere di cera rossa che ÂŤsi creano da soleÂť. Questa mostra cerca proprio di seguire alcuni di questi âfili dâoroâ, non attraverso le opere, ma la narrazione, anche spettacolare, di queste opere. Non vuole essere una scelta che ce rca consenso, ma che sollecita curiositĂ . Prospetta situazioni che contengono anche unâaudacia, con cui è affascinante fare i conti. Unâaudacia di linguaggi o di approcci che porta gli artisti a inoltrarsi nelle fibre della realtĂ molto piĂš di quanto a noi sia dato. A volte lâaudacia è indotta dai mezzi che un artista si trova a disposizione: come è accaduto a David Hockney, grande artista inglese, che con lâarrivo dellâiPad ha capito di doversi arrischiare a dipingere sulla tavoletta, perchĂŠ era una sollecitazione che gli avrebbe riservato sorprese. E, infatti, la bellezza delle sue immagini âartificialiâ prodotte con i pennelli elettronici racconta di uno sguardo reso piĂš acuto, piĂš eccitato, piĂš penetrato nella realtĂ .Â
Ă il modo con cui lâartista David Hockney (ma la cosa vale anche per tutti gli altri qui presentati) oggi tenta di continuare a stupire Dio.








LA MOSTRA
Uno sguardo curioso e aperto per non restare ostaggi dei soliti luoghi comuni. Lâarte di oggi è certamente anche un fatto di mercato, spesso ridotta a puro esercizio di nichilismo. Ma in mezzo a questa fanghiglia â come sempre nella storia dellâuomo â si possono scoprire dei fili dâoro che è un peccato non seguire. Sono fili dâoro che raccontano unâimprevista, a volte spiazzante, commozione per lâumano. E la raccontano in forme altrettanto impreviste, a volte molto diverse da quelle a cui la tradizione ci ha abituati. Ma lâarte non è obbligata da nessuna forma. La mostra segue alcuni di questi âfili dâoroâ, attraverso la narrazione, anche spettacolare, di queste opere. Lo spettatore era accolto da un video che introduceva, non senza ironia, il tema dellâarte di oggi, tratteggiandone alcune caratteristiche che la differenziano da quella dei secoli scorsi.