Month: maggio 2014

Studi di anatomia

Stanza 7
«Oggi Gèricault continua a essere per Testori un punto di partenza. La sua lezione e il suo ricordo sopravvivono all’idea del frammento anatomico abbandonato a se stesso, muto intreccio di gambe e braccia tagliate. Ma Testori ha fatto un passo più in là , non ha più bisogno di macelleria. Non c’è più bisogno di tagliare, di mozzare gambe e braccia per poi annodarle in un fiocco, in una natura morta a luce notturna. Basta dipingere un sesso, per ottenere lo stesso effetto di mutilazione. Basta il frammento anatomico e genitale in sè. […] La superficie si crepa lasciando aperti degli spazi, dei vuoti simili a crateri di luce. E in questi spazi la luce non irrompe, ma scoppia. […] La luce è risucchiata dal nulla, è solo un intervento di tenebra. È il buio che la produce. Così prendono corpo, insieme alla loro luminosità , forme che non sono forme ma ectoplasmi, fantasmi di capezzoli, seni, vulve, glutei, improvvisamente materializzati quanto pronti a ritornare precipitosamente sui loro passi, a dissolversi nel buio di un pozzo. Immagini assurdamente plastiche, assurdamente carnose, perchè non c’è nessuna distinzione fra la loro forma e lo sfolgorio della loro effimera e attonita luce.»
Cesare Garboli, 1975.

Nel 1975 Testori espone alla storica galleria del Naviglio di Milano una serie di grandi carte realizzate a grafite, con soggetti anatomici e sensuali fiori carnosi.

22. MASSIMO DALLA POLA, A poison tree

22 Giardino
Un glicine, un oleandro, un colchico, una peonia. Piante velenose, ma pochi lo sanno. Fiori colorati, che celano la loro pericolosità  dietro l’apparenza innocua. La stampa su pvc estremizza queste caratteristiche, conferendo ai disegni, dalla bidimensionalità  accentuata e privi di profondità , un aspetto glaciale, poco realistico. Il supporto di plastica si trasforma nell’essenza della loro pericolosità , altrettanto nocivo quanto la loro consistenza. Il nome latino richiama quello degli erbari medievali: una didascalia tutt’altro che esplicativa.

Massimo Dalla Pola, nato nel 1971. Vive e lavora a Milano

21. VITTORIA PARRINELLO, C’è qualcuno dentro al vento

21 Giardino
Nel giardino sono sospese, talvolta nascoste, dieci altalene. Sono quelle su cui Vittoria Parrinello ha scritto le prime poesie e realizzato i primi disegni, da bambina. La sospensione del tempo e dello spazio viene resa concreta dalle linee sottili che le disegnano e le bloccano, in cui il movimento rimane in potenza e il dondolio sempre sul punto di riprendere. Lasciano il dubbio che qualcuno sia appena sceso e che non si siano ancora fermate. Sono altalene su cui non ci si può sedere, perchè non devono reggere il peso del corpo, ma quello dell’immaginazione.

Vittoria Parrinello e nata a Crema nel 1988

19. FATIMA BIANCHI – Oggi che è domenica …

Oggi che è domenica, 
vi immagino tutti a casa e vi sono vicino

Stanza 19 (Cantina)
Il faro di Brunate, sul lago di Como, illumina la notte. Senza soffermarsi, accende ciò che è nell’ombra per riprendere immediatamente il suo ciclo, senza giudicare.
Il suo fascio di luce colpisce il bosco, si riverbera nell’acqua, abbaglia le auto su una strada asfaltata e illumina una villa.
All’interno di questa casa, i membri di una famiglia vengono ritratti nella loro quotidianità , catturati per un attimo dall’occhio della cinepresa. Una quotidianità  come tante, ma collocata in un momento preciso: il periodo in cui il primogenito, Francesco, trascorse un anno in carcere e ognuno dei familiari intrattenne con lui un rapporto epistolare.
Francesco è il fratello maggiore di Fatima Bianchi; la casa di Brunate la villa in cui l’artista è cresciuta.

Fatima Bianchi, Vive e lavora tra Milano e Marsiglia

20. LUCA MONTERASTELLI e MARZIA Corinne ROSSI, Mamihlapinatapai

Stanza 20
Luca Monterastelli e Marzia Corinne Rossi abitano la stessa stanza. Le loro opere hanno poetiche differenti, si fronteggiano nello spazio e si sfidano, quasi come se giocassero a sasso, carta, forbice. Semplificando, sono proprio questi i materiali di cui le loro sculture sono fatte. I due artisti dividono casa e studio, eppure i loro lavori hanno una forte autonomia estetica e concettuale. La convivenza è una costante tensione. Vive nell’attesa che l’altro faccia il primo passo e nella speranza che le aspettative coincidano. Mamihlapinatapai, parola intraducibile del lessico di una popolazione in estinzione nella Terra del Fuoco, sintetizza questa potenza trattenuta, indicando l’atto di “guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo”.

18. MATTEO MAINO, Fasecontrofase

Stanza 18 (cantina)
La traduzione di impasse indica sia un vicolo cieco, sia una situazione difficile, significato con cui il termine viene utilizzato comunemente in italiano.
Matteo Maino gioca con questa ambivalenza per designare da un lato il luogo fisico, lo spazio angusto e chiuso del sottoscala, dall’altro una situazione di stasi, anche creativa, dell’artista. Da essa si può uscire solo cambiando il punto di vista, capovolgendo la prospettiva: ecco allora il senso di un angolo di cielo, inaspettato, perchè una scala che scende sottoterra può essere anche una scala che sale.

Matteo Maino, nato a Bergamo nel 1990

17. GIULIA BERRA, Spoglia

Stanza 17
Giulia Berra è figlia di un entomologo. L’influenza paterna è evidente nei suoi lavori, che, se da un lato si nutrono di questa discendenza, dall’altro la rifiutano, per esempio nell’aborrire l’uccisione degli insetti, di cui l’artista recupera le spoglie (ali di farfalla e di cicala) con attenta ricerca.
L’idea della metamorfosi è centrale nel suo lavoro: senza essa mancherebbe la reale consistenza delle opere, spesso costituite da exuviae di cicale, i resti di esoscheletro che gli insetti abbandonano dopo la muta. Con riferimenti che partono dalla propria biografia e si ampliano, come nel caso della ragnatela di galle, gemme di legno costruite dagli alberi attaccati da un insetto per proteggersi e proteggerli.

Giulia Berra, Nata nel 1985, vive e lavora a Cremona

16. MARGHERITA MOSCARDINI, 1XUnknown

Stanza 16
Nello studio di Giovanni Testori, Margherita Moscardini presenta una serie di volumi concepiti come kit contenti stampe, disegni e brevi video di monoliti ripresi a camera fissa. Il progetto nasce dalla ricerca di forme solide abitabili la cui natura permanente esprimesse forme di appartenenza al contesto. L’artista ha considerato la sua ricerca sull’antropizzazione del paesaggio affine allo sguardo di Testori sui luoghi, dimostrato dai titoli dei suoi scritti. Ognuno dei bunker dell’opera di Moscardini ha, infatti, inciso un nome proprio di persona (Bruno, Carola, Barbara…), con una personificazione che li identifica senza separarli dall’ambiente a cui appartengono

Margherita Moscardini è nata a Piombino nel 1981

15. GIAN MARIA TOSATTI, Spazio#7

Stanza 15
La memoria del visitatore costituisce l’opera stessa, le conferisce forma e consistenza. Da solo in un ambiente buio, in cui è l’oscurità  a occupare lo spazio, il richiamo di una luce intermittente impone un movimento. Il passare delle ore del giorno determina il filtrare del sole dalle fessure della tapparella. Il lampeggiare ritmico attiva un ricordo d’infanzia, forse il baluginare di un televisore. Voltandosi, solo il proprio riflesso.

Gian Maria Tosatti, nasce nel 1980 a Roma

14. AGOSTINO BERGAMASCHI, Little is left to tell

Stanza 14
Il coincidere dell’inizio con la fine, l’idea di ciclicità  e la considerazione del termine come condizione inevitabile per ricominciare sono le premesse dell’opera di Agostino Bergamaschi. Tra le sue sculture esiste un legame molto stretto: Aspettando il buio I e Aspettando il buio II sono due atti della stessa sceneggiatura, la descrizione poetica dell’arrivo della notte, che acquista consistenza tattile nella sequenza di marmi sul punto di piombare addosso e  dichiara il proprio peso, come una ghigliottina, nella teca piena d’acqua sospesa al centro della stanza, che gradualmente ma inesorabilmente si fa sempre più nera.
La dimensione narrativa diventa esplicita in Storia di un colore attratto al centro della terra, in cui il titolo manifesta il rapporto inscindibile tra la produzione artistica di Bergamaschi e i romanzi di cui si nutre. Little is left to tell, d’altra parte, è una citazione di Italo Calvino.

Agostino Bergamaschi,nato nel 1990. Vive e lavora a Milano