Month: giugno 2009

5. MATTEO NEGRI, La stanza delle armi

Stanza 5

Sicuramente sono stati giorni felici quelli della mia scoperta della tecnica della ceramica, dei procedimenti di cottura, delle tecniche di pigmentazione a caldo e a freddo, delle dorature e delle cotture a terzo fuoco.Mine violente che mi ricordavano dei palloncini o delle sfere di cristallo, in cui poter inserire tutto quello che volevo. Sperimentazione di forme antiche che mi tornavano amiche come coetanee e presenti da sempre nella mia vita. Inizialmente le mie sculture apparivano come sfere chiuse colorate dalla superficie specchiante, interrotta qua e la da degli innesti meccanici, decorati come rosoni antichi; poi ho iniziato a rompere le sfere a far esplodere le bombe, e a costruire al loro interno delle architetture, degli altri mondi.
Matteo Negri

A un certo punto, in autunno, sono venute fuori – dal bagagliaio della sua macchina – delle sculture in ceramica bianca: un salto di qualità , improvviso ma coerente. C’è stata, immediata, la consapevolezza di avere trovato una strada giusta. E insieme la scoperta dei forni, dei passaggi delle cotture, del mondo di Curti. E la sfida dei colori, che, travolgendosi a temperature così alte, conducono a inattese inversioni sentimentali.
Giovanni Agosti

Matteo Negri è nato a San Donato Milanese nel 1982. Si è diplomato in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e ora vive e lavora a Milano. È autore di una ricerca plastica interessata alle potenzialità  espressive dell’oggetto meccanico arrivando a coglierne l’essenza organica e architettonica, suggerendo una sorta di familiarità  tra le forme contemporanee e quelle del passato. Ha lavorato per un lungo periodo al tema delle Bombe, sculture che ha esposto nel 2006 nella mostra Piccolo Paesaggio alla galleria Obraz di Milano, nel 2007 alla Galleria Annovi di Sassuolo e l’anno successivo a Bergamo, presso l’oratorio di San Lupo. Nel 2009 ha esposto alla Galleria Eos di Milano L’Ego.

4. ANDREA BIANCONI, The birds must stop when the traffic light is red

Stanza 4

La Stanza è un’esplorazione della mia personale geografia, è un cammino nella mia mente. È il semaforo che si trova nella mia mente, la legge a cui tutti dobbiamo sottostare, l’uccello che si trova sopra la mia testa. Utilizzo centinaia di uccelli freccia in volo, di tessuto, carta e rete metallica, tra libertà  e vincolo, per portarmi e portarti da qualche parte sconosciuta. Continue sovrapposizioni, costruzioni e decostruzioni. Immagino il mio cervello, claustrofobico e complesso, come una grande voliera…ballerei per ore in questa stanza.
Andrea Bianconi

Chi avesse occasione di conoscerlo, la prima cosa che noterà  è che Andrea Bianconi è una persona allegra e piena di entusiasmo, che ride e sorride sempre sebbene i dittatori di questa terra finiscono sempre per venire rieletti e il nemico sembra conquistare il mondo. Da quando si parla di lui nelle maggiori testate italiane o sulle emittenti televisive è diventato una star dei mezzi di comunicazione di massa. La sua ossessione è lo spettatore e il suo sguardo. Il suo più grande timore è l’invasione della privacy e della sfera personale. Andrea Bianconi desidera esprimersi, esprimere se stesso, i suoi desideri, i suoi bisogni e le sue paure. In tal senso, ricopre le funzioni del giullare, usa l’arte come specchio della società  (l’intrattenimento e la mania del controllo) e solleva, come fosse un filosofo, dilemmi esistenziali (da dove veniamo, cosa ci facciamo in questo mondo e dove siamo diretti). Ciò nonostante, non fornisce alcuna risposta, ma agisce come un creatore che usa delle lenti e, al tempo stesso, anche lo spettatore interattivo per infondere vita alle sue sculture.
Oliver Tschirky

 

Andrea Bianconi è nato ad Arzignano in provincia di Vicenza nel 1974. Vive e lavora a New York. Ha studiato giurisprudenza all’Università  di Bologna, iniziando contemporaneamente a dipingere e a imparare varie tecniche artistiche presso laboratori specializzati. La sua personale cifra stilistica, caratterizzata da superfici iper-decorate con gusto ora naiif, ora kitsch, è ben rappresentata dalle sculture Spyetors, irriverenti contenitori di privacy, a cui sono state dedicate le mostre Italian Secret Service nel 2004 nello Spazio Obraz di Milano e Body Guard nel 2005 ad Arezzo presso la galleria Furini. Nel 2007 ha debuttato negli Stati Uniti alla Barbara Davis Gallery di Houston (Texas) con la mostra Pony Express a cura di Oliver Tschirky. L’anno successivo ha tenuto, nella stessa galleria, Mapping maps e, nello spazio Kiton a New York, la mostra Bond – There is a map in my mind and the way has no limits

3. GIOVANNI TESTORI, Tramonti

Stanza 3
Però, io ti assicuro che quello che mi ha sempre aiutato a vivere, e, di più, ad accettare la vita anche nella sua maledizione, è sempre stato il ritorno a casa. Si fanno queste puntate verso l’esterno – che possono anche essere violente, distruttive -, ma poi il ritorno a casa dà  all’esperienza stessa di quell’uscita un calore indicibile.Perchè ritornare non vuol dire affatto dimenticare, non vuol dire scrollarsi di dosso la violenza e la distruzione.
Giovanni Testori

Ho visto poche volte Giovanni Testori, e solo due volte nel suo studio. La prima impressione fu di trovarmi davanti a un frate. La seconda davanti ad un ergastolano. Infatti nei penitenziari si incontrano spesso dei detenuti che il tempo, lavorandoli, incurvandoli, asciugando loro le spalle, decongestionandoli e quasi scolorendoli, ha come consumato e rimpicciolito, senza distruggere del tutto la loro antica robustezza di complessione. Il loro volto è sereno, il sorriso dolcissimo, e nel chiaro celeste degli occhi si stempera fino a cancellarsi il ricordo di un lontano fatto di sangue. Una misteriosa venerabilità  li circonda, e li fa in qualche modo privilegiati e inviolabili: esseri che il cielo ha destinato ha esorcizzare con il crimine, con una nefandezza, i diavoli che ci possiedono quotidianamente.
Cesare Garboli

 

 

Giorni Felici 2009: Riccardo Gavazzi

Tutti abbiamo il nostro bestiario. Il nostro zoo privato. Tutti abbiamo la nostra zebra, il nostro gorilla, il nostro passerotto, il nostro elefante, la nostra gazzella. Dentro di noi. È sufficiente pensarci per qualche istante. È il nostro teatro, il nostro esorcismo contro la pressione che le cose esercitano su di noi, sul nostro corpo, sul nostro sistema nervoso. A ciascun animale è sempre possibile sostituire un nome e un cognome, una professione, un aspetto fisico, una tortura e/o una gioia. Ogni animale è una carta da gioco, una pedina umile e preziosa, utile o dannosa a seconda del momento in cui la facciamo girare. Tutti abbiamo il nostro sistema di simboli. Riccardo Gavazzi è un pittore di simboli, e dunque di sistemi (non esiste simbolo se non dentro un sistema). Di insiemi, di serie, di ripetizioni, di variazioni, di canoni. Questo mi sembra il suo dna artistico. Non un figurativo, se non per la singolare forza raf-figurativa, rifigurativa, figurativa alla seconda, della sua pittura. Questi non sono ritratti di animali. È, piuttosto, il ritratto complessivo e sostanzialmente unico di un sistema di immagini simboliche, che si mostrano fin da quando le richiamiamo per insegnare ai bambini l’alfabeto (a come ape, b come balena, c come cicogna, d come daino, f come farfalla…), e come negli anni si fanno carico di tutto un universo di conoscenze, memorie, tensioni, aspettative.

Luca Doninelli

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Riccardo Gavazzi è nato a Milano nel 1982, dove vive e lavora. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera Nel 2006, inaugurando una stagione pittorica interamente dedicata agli animali, ha esposto due giganteschi gorilla nella tribuna dell’Appiani dell’Arena di Milano e nel 2007 Rain Dogs alla Galleria Obraz di Milano. Nel 2008 ha presentato alla B>Gallery di Roma la mostra Safari, attraverso un fantastico alfabeto di animali.

7. RICCARDO GAVAZZI, Horimoto

Stanza 7

Gli animali sono stati per me un pretesto formale, la verità  dei loro corpi mi incantava e mi ha permesso maggiore libertà  di espressione e di sperimentazione.
Riccardo Gavazzi

Tutti abbiamo il nostro bestiario. Il nostro zoo privato. Tutti abbiamo la nostra zebra, il nostro gorilla, il nostro passerotto, il nostro elefante, la nostra gazzella. Dentro di noi. È sufficiente pensarci per qualche istante. È il nostro teatro, il nostro esorcismo contro la pressione che le cose esercitano su di noi, sul nostro corpo, sul nostro sistema nervoso. A ciascun animale è sempre possibile sostituire un nome e un cognome, una professione, un aspetto fisico, una tortura e/o una gioia. Ogni animale è una carta da gioco, una pedina umile e preziosa, utile o dannosa a seconda del momento in cui la facciamo girare. Tutti abbiamo il nostro sistema di simboli. Riccardo Gavazzi è un pittore di simboli, e dunque di sistemi (non esiste simbolo se non dentro un sistema). Di insiemi, di serie, di ripetizioni, di variazioni, di canoni. Questo mi sembra il suo dna artistico. Non un figurativo, se non per la singolare forza raf-figurativa, rifigurativa, figurativa alla seconda, della sua pittura. Questi non sono ritratti di animali. È, piuttosto, il ritratto complessivo e sostanzialmente unico di un sistema di immagini simboliche, che si mostrano fin da quando le richiamiamo per insegnare ai bambini l’alfabeto (a come ape, b come balena, c come cicogna, d come daino, f come farfalla…), e come negli anni si fanno carico di tutto un universo di conoscenze, memorie, tensioni, aspettative.
Luca Doninelli

 

 

Riccardo Gavazzi è nato a Milano nel 1982, dove vive e lavora. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera Nel 2006, inaugurando una stagione pittorica interamente dedicata agli animali, ha esposto due giganteschi gorilla nella tribuna dell’Appiani dell’Arena di Milano e nel 2007 Rain Dogs alla Galleria Obraz di Milano. Nel 2008 ha presentato alla B>Gallery di Roma la mostra Safari, attraverso un fantastico alfabeto di animali.

13. GIOVANNI FRANGI, Pasadena

Pasadena è una serie di trenta incisioni dedicate all’Huntington Botanic Garden, una delle più straordinarie ricostruzioni di ambienti naturali del mondo. Si passa dai giardini orientali alle piante del deserto, dai laghi di ninfee, al Shakespeare Garden. Anche quella volta avevo fatto un centinaio di foto a colori, ogni tanto le guardavo, ma non pensavo che sarebbero diventate il mio alfabeto giapponese come quello di un libro che avevo comprato anni fa a New York. Ce l’avevo sempre tra i piedi perchè di un formato strano: c’erano delle lettere bianche su un fondo nero che a me sembravano bellissime. Quando ho scoperto il carborundum, la polvere di silicio che si usa sopra la resina ipossidica, ho capito che avevo bisogno di tornare a Pasadena perchè quelle foto non erano abbastanza, avevo bisogno di qualche particolare, di un pezzo di cielo dietro le piante che mi mancava, ma non ci sono ancora tornato e poi la seconda volta non è mai come la prima.
Giovanni Frangi

 

In primo piano c’è un grande spazio libero, dove campeggiano delle chiazze rosa. Qualche macchia scura qua e là , impronte di passi o di zampe, sta ad indicare che la zona non è disabitata. Ma a rompere il silenzio, si potrebbero immaginare solo i fischi delle marmotte, che stanno acquattate dietro i tronchi, come dei vigili. Anche qui qualcosa di violento può essere accaduto, visto che al centro non mancano punti rosso sangue. È pronta la scena per l’Erwartung più luminosa degli ultimi tempi. Mentre non si trova per fortuna, una ragione, nè naturalistica nè espressionista, per gli schizzi di azzurro in mezzo alla neve; quelli in alto in alto a sinistra potrebbero essere un angolo, un po’ anemico, di cielo. Sui tronchi di questi alberi, ancora una volta percorsi dal pettine, cola, come del caucciù, l’amore per Morlotti: fresco di giornata però. Tanto che a guardarli proprio da vicino, questi tronchi di mille colori sembrano quel che resta di una scatola di gelato alla fine di un pasto, quando i gusti vanno tutti insieme. È questa la natura non indifferente: qui si sente la musica del paesaggio.

Giovanni Agosti

 

Giovanni Frangi è nato a Milano nel 1959 dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha iniziato a dipingere molto presto. Del 1983 è la sua prima mostra personale alla galleria La Bussola di Torino . Nel corso di questi anni ha lavorato con diverse gallerie in Italia, in Germania, in Svizzera, in Cina e negli Stati Uniti. Nel 1997 ha vinto il premio della XII Quadriennale romana e ha esposto alla Camera dei Deputati nella Sala del Cenacolo La fuga di Renzo. Nel 1999 ha allestito, al Palazzo delle Stelline di Milano, Il richiamo della foresta , un bosco costituito da 13 tele. Nel 2000 ha iniziato a collaborare con la Galleria dello Scudo di Verona dove ha esposto Viaggio in Italia nel 2000, Take off nel 2004 e Underwater nel 2007. Nel 2004 ha esposto Nobu at Elba nella Scuderie di Villa Panza a Varese .Nel 2006 ha montato due View -master alla galleria Poggiali e Forconi di Firenze. Nel 2007 ha tenuto la mostra Sassisassi alla Galleria Raphael di Francoforte.Nel 2008 ha esposto per la prima volta Pasadena alla Galleria d’arte moderna di Udine e ha realizzato l’installazione Giovanni Frangi MT2425.a Bergamo, per l’Oratorio di San Lupo.

22. MICHELA POMARO, Ara pacis

Stanza 22
La mia stanza, la numero 22, è ispirata all’Ara Pacis del Campo Marzio Augusteo; stavo dipingendo dei quadri con dei fiori e rivedendo quei meravigliosi bassorilievi, che circondavano l’altare, ho pensato di utilizzarli per un mio lavoro, trasformare così i miei coriandoli in cento piastrelle e farle girare tutt’intorno alle pareti della camera. In questo e nel precedente lavoro, Time is on my side da Obraz, ho usato la luce al neon, proprio perchè soffusa e non diretta, così da avvolgere e trasportare le persone in un’altra dimensione, in un mondo parallelo, il mio… La luce è poi diventata da rosa e azzurra a gialla perchè corrisponde in modo simbolico simbolico al sole, alla felicità , rappresenta l’affetto disinibito, l’apertura, il mutamento e la distensione.
Michela Pomaro

Michela Pomaro mostra una grande capacità  nell’immergere d’improvviso la nostra immaginazione in una sorta di caldo e sulfureo lago termale colorato. Lei stessa illustra i suoi lavori come se fossero espressione di un legame tra il presente e la memoria. Come se la magia del colore custodisse la magia del tempo. Una successione di sfumature che aumentano la percezione dell’immateriale, la sensibilità  di colui che è disposto a fermarsi per osservarli. In questo modo riesce, se non a creare, a evocare un’immobilità  virtuale del pensiero, che cerca di riflettere sulle sensazioni del passato con lo sguardo inevitabilmente fermo, quasi immobilizzato, sul presente. “Segni e non sogni” diceva delle sue opere Osvaldo Licini nel tentativo di sottolineare la frattura tra la ratio e la poiesis, il razionale e il poetico. A ben guardare, gli spazi cromatici della Pomaro creano una dimensione puramente irreale.
Paolo Manazza

 

Michela Pomaro è nata a Biella nel 1971. Vive e lavora a Milano. Ha da sempre usato un linguaggio astratto e ultimamente si è dedicata allo studio della relazione tra luce e colore. Ha cominciato a esporre nel 2002. Nel 2004 ha tenuto Fuoco ed Acqua allo Spazio Gelsomerlino a Biella, nel 2005 Notti senza fine alla Galleria Via dei Mercati di Vercelli e nel 2006 Color of a Villa Schneider a Biella. Da poco si è conclusa la mostra Time is on my side, allestita presso la Galleria Obraz di Milano. La mostra è stata l’occasione per stampare un curioso catalogo-oggetto che contiene una Suite di poesie di Aurelio Picca: Coriandoli.

 

21. CHRISTIANE BEER, Quiete in movimento

Stanza 21

Scultura per me significa creare una posizione, stando nelle circostanze storiche, ma anche esperienza e pensiero soggettivo. Una posizione che oscilla tra immaginazione classica e romantica. Da una parte l’attrazione per l’idea, l’astrazione, la verità , il nulla, la struttura… e dall’altra l’esperienza diretta, la soggettività , la fisicità , la sensualità . Scultura come presenzia (presenza), ciò che è, ciò che esiste. Presenza, un presente, che include e allude ad un passato ed un futuro, ma anche ad un senza tempo, un non-tempo.

Christiane Beer

 

Le sue opere, spesso composte da un alfabeto di barre – quasi tasti di un pianoforte – hanno una precisione matematica, non derivata però da calcoli a tavolino delle proporzioni, ma sgorgata da una sua interna e inconsapevole geometria mentale che, spesso, diventa però ricerca spasmodica di un angolo perfetto. La scelta di campo di Christiane è quella del minimalismo, al quale non fa concessioni, neppure quando si inventa un bianco mare verticale, e le onde sono mezze barre entro barre più lunghe. E il colore è sempre quello della materia grezza, almeno per ora.

Francesca Pini

 

Christiane Beer è nata a Plauen in Sassonia nel 1965. Ha studiato a Stoccarda e a Milano seguendo i corsi di Giuseppe Spagnulo. Attualmente vive e lavora tra Milano e Monaco. Nel 1994 ha esposto alla Galleria Sophien – Edition di Berlino, nel 1995 alla Galleria Mitten di Wasserburg, nel 1998 alla Galleria Gedolk di Stoccarda, nel 2000 alla Galleria Grossetti di Milano e nel 2009 alla Galleria Arte Silva di Seregno. Due delle sue ultime istallazioni sono state scelte per dialogare con alcuni spazi pubblici della città  di Milano: Horizont-Variationen è stata installata nel 2008 nello spazio d’arte dell’Università  Bocconi e Ort (luogo) è stata esposta, nell’aprile del 2009, nella piazza antistante la chiesa di San Carlo al Corso e successivamente acquistata dal conte Panza di Biumo, per essere collocata nel giardino della villa varesina.

20. MARCO CASENTINI, La stanza dei giochi

Stanza 20
Quando sono stato invitato a partecipare a questa mostra è stato per me immediato quello che avrei realizzato: una stanza. La stanza porta con sè il concetto di tempo e mi è subito piaciuto pensare che qualunque stanza mi avessero assegnato, sarebbe stata una stanza dove in passato qualche bambino sicuramente vi aveva giocato, trascorrendo momenti felici. Non è per me importante verificarne la verità , per me è così… Nell’interno della stanza ho voluto dipingere le pareti con colori che per me esprimono gioia di vivere; dove c’è un bambino c’è sempre la felicità . Ecco, vorrei che chi entrasse nella stanza dei giochi potesse provare, anche per un solo istante, un momento di gioia. Se questo dovesse accadere avrei raggiunto il mio obbiettivo.

Marco Casentini

Lo affascina l’uso del colore nell’architettura, il concetto di geometria architettonica, in cui è una sorta di essenzializzazione, attraverso la quale i blocchi che compongono gli edifici sono da lui tradotti in rettangoli di colore. È un processo di smantellamento degli orpelli, delle inutili sovrastrutture, che non fanno che complicare le cose, che appesantire lo scheletro dell’opera. L’operazione di riduzione ai minimi dello spazio architettonico, che ha in sè un portato morale, da intendersi ovviamente in senso ampio, porta ad una sorta di sospensione del tempo, di sapore metafisico. Sospensione che comporta ad un silenzio intrinseco e che si pone di volta in volta in rapporto con i colori forti della contemporaneità , dando vita ad un equilibrato ossimoro di natura linguistica e speculativa.

Angela Madesani

 

Marco Casentini è nato a La Spezia nel 1961. Vive a Los Angeles. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Carrara nel 1983 ha tenuto la sua prima personale presso la Galleria Nanu di Lucerna. Ha compiuto numerosi viaggi in Europa e in America. Nel 1997 ha realizzato il suo primo wall painting al MAPP, Museo d’Arte Paolo Pini di Milano. Al 1998 risale la sua prima mostra negli Stati Uniti, presso la Ruth Bachofner Gallery di Santa Monica, dove ritorna nel 2002, nel 2003 e nel 2005. Contemporaneamente ha collaborato con le gallerie Brian Gros Fine Arte di San Francisco, Scott White Contemporary Art di La – Jolla e Klein Art Works di Chicago. Nel 2004 ha partecipato alla mostra Paint on Metal al Tucson Museum of Modern and Contemporary Art in Arizona e nello stesso anno ha esposto al Museum fà¼r Konkrete Kunst di Ingolstadt in Germania. Nel 2005 ha ricevuto il premio della fondazione Pollock-Krasner di New York. Nel 2008 il Museum fà¼r Konkrete Kunst di Ingolstadt e il Torrance Art Museum in California hanno ospitato una sua personale. È stato invitato ad esporre al Bakersfield Museum of Art di Bakersfield in California nel 2010.